Una capacità fiscale europea

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore, non quella di EURACTIV.ITALIA né quella di EURACTIV.COM Ltd.

Sabato 9 maggio, Anniversario della Dichiarazione Schuman e Festa dell’Europa, è stata l’occasione per allestire varie conferenze virtuali da parte di numerose organizzazioni della società civile. Uno dei punti cruciali che, fra i tanti, sono stati sollevati in questi dibattiti è la necessaria creazione di una capacità fiscale europea.

Sono state tante le voci a chiedere che la Ue diventi un soggetto capace di imporre autonomamente delle imposte e decidere collettivamente l’impiego delle risorse raccolte. Non quindi l’idea improbabile (e ingiusta) della mutualizzazione dei debiti pregressi che fino a poco tempo fa qualcuno ancora proponeva. Ma la condivisione di responsabilità future, per contribuire alla ripresa di un’economia europea che già oggi appare in ginocchio.

Si tratta di un cambiamento straordinario nell’orientamento della società civile, fino a due mesi fa estremamente timida nel chiedere quello che rappresenta una creazione di sovranità sovranazionale accanto a quelle nazionali.

 

Cosa è successo?

La pandemia potrebbe aver cambiato la percezione del ruolo chiave che hanno i beni pubblici nella nostra vita quotidiana. E del fatto che non tutti possono essere efficientemente forniti dagli Stati nazionali, ma devono essere affidati a luoghi (leggasi organismi democraticamente legittimati) di scelta collettiva articolati dal livello locale a quello nazionale e sovranazionale.

Il punto sul quale queste conferenze si sono trovate smarrite è semmai il percorso per arrivare a creare questo spazio fiscale europeo. Alcuni sostengono che aumentare le risorse proprie richieda una semplice (si fa per dire) all’unanimità dei 27; altri che serva una riforma dei Trattati.

 

L’urgenza

La nostra sensazione è che il clima di sfiducia dei cittadini europei oggi dominante vada sanato al più presto. In pratica, che non si possa attendere i ritmi inevitabilmente lenti delle riforme dei Trattati ma che si debba procedere non solo con tutti gli strumenti a disposizione, ma anche con quelli più snelli oggi consentiti.

Certo, si porrà poi il problema di ricondurre queste risorse sotto l’egida di organismi pienamente dotati di legittimità democratica. E per far questo non basterà neanche un nuovo Trattato. Servirà una vera e propria costituzione. Ma sarà un tema che, appunto, affronteremo in un secondo momento.