Studenti europei, la pandemia ha accentuato le disuguaglianze

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore, non quella di EURACTIV.ITALIA né quella di EURACTIV Media network.

Studenti liceali greci in attesa di sostenere l'esame di ammissione all'università. [EPA-EFE/PANTELIS SAITAS]

Fra didattica digitale e tentazioni autoritarie, l’istruzione e la politica in Europa si sono trovate impreparate alla crisi: è necessaria una svolta, scrivono i rappresentanti studenteschi europei e italiani.

La crisi provocata dal Covid-19 ha prodotto situazioni eccezionali per gli studenti di tutta Europa.

In primis, molti studenti in mobilità internazionale si sono trovati impossibilitati a rientrare a casa: la European Students’ Union (ESU) e le unioni studentesche sue membri si sono mobilitati per permetterne un ritorno in condizioni adeguate e per assicurarsi il soddisfacimento dei loro bisogni nel paese ospitante. Inoltre, la repentina transizione alla didattica digitale ha presentato nuove sfide, in termini di accessibilità alle risorse on line, d’organizzazione degli esami e di rispetto dei dati e della privacy degli studenti. Infine, la pandemia ha acuito le disuguaglianze preesistenti: ha amplificato la precarietà di molti studenti, specie di chi ha perso il lavoro con cui si manteneva per gli studi, ma anche per quel che riguarda il diritto alla casa. 

Per l’OBESSU, la piattaforma europea che riunisce le associazioni studentesche delle scuole superiori, la didattica online è stata e rimane, a scuole ancora chiuse, una opportunità mancata. Nei paesi con sistemi di welfare studentesco meno sviluppati, l’Europa centro-meridionale e orientale includendo l’Italia, spesso gli studenti si sono ritrovati senza dispositivi a disposizione per studiare, con intere famiglie affidate al funzionamento dello smartphone di uno dei genitori. Le infrastrutture si sono rivelate insufficienti a coprire l’intero territorio nazionale e a raggiungere gli studenti medi che vivono lontano dai grandi centri. La risposta migliore è arrivata dai paesi che normalmente spendono di più e meglio in istruzione, le socialdemocrazie scandinave, che in  molti casi avevano già avuto esperienze online in passato e sono riuscite in modo efficiente a pianificare le misure emergenziali per la scuola e a coordinarle con le politiche di contrasto alla diffusione del virus, ad esempio in alcuni casi l’anno scolastico è finito in anticipo.

Più in generale, la situazione in Europa è preoccupante. Con il pretesto di misure eccezionali legate alla pandemia, diversi governi stanno perseguendo una deriva autoritaria. Un esempio è la legge d’emergenza che ha dato al Primo Ministro ungherese, Viktor Orbán, il potere di governare per decreto. Senza data di scadenza, questa legge ha portato ad attacchi diretti verso diverse minoranze, a una maggiore repressione dell’opposizione e un’ancora più violenta e sistemica restrizione delle libertà d’espressione e di stampa. Inoltre lo stesso governo ungherese ha pianificato una militarizzazione delle scuole con la creazione di un corpo di “guardie scolastiche” e con un ampliamento della lista dei reati punibili a partire dai 12 anni di età. Misure simili, unite a violazioni della privacy, sono state prese da altri governi quali quelli di Bulgaria, Slovenia, Polonia, Montenegro, Israele.

ESU e OBESSU sono particolarmente preoccupati da questi pericolosi precedenti di accentramento del potere, e condannano fermamente i leader nazionalisti, populisti ed autoritari che sfruttano la pandemia come pretesto per adottare misure antidemocratiche e repressive. L’emergenza non può essere una giustificazione per l’arbitrarietà del potere dei governi sui popoli, gli studenti sono tra i primi a pagarne le conseguenze sulla propria pelle.

In questo, la crisi generale che ha investito il sistema Italia non aveva alcun motivo di risparmiare il comparto della scuola e dell’università. La scuola e l’università italiane non sarebbero state preparate ad affrontare una crisi di lieve entità, tuttavia la pandemia globale ha messo a nudo (in maniera fin troppo secca e chiara) i deficit di un settore che per l’Italia dovrebbe essere strategico, ma che negli ultimi 20 anni è stato trattato come una semplice voce nel bilancio dello Stato.

La pandemia e la necessità della didattica a distanza hanno infatti acuito le disuguaglianze interne al sistema universitario: fra Atenei, nella capacità delle loro strutture di erogare una didattica online di qualità, e fra studenti, nella possibilità di avere una casa e di usufruire di strumenti tecnologici e di una connessione internet adeguati a seguire le lezioni e fare gli esami a distanza. A ciò si aggiunge la risposta parziale e a macchie dei sistemi regionali di diritto allo studio, per far fronte al calo repentino dei redditi di molte famiglie e ai costi degli affitti dei fuorisede, le minacce alla privacy degli studenti per un’ipertrofia nella sorveglianza durante gli esami, e l’incertezza sulla programmazione del prossimo anno accademico, che impedisce a molti studenti di pianificare le proprie spese d’affitto. Questo anche per una colpevole inazione del Ministero nell’organizzare una risposta comune alla crisi, riparandosi dietro il principio dell’autonomia degli atenei.

Per quanto riguarda la scuola, nessun investimento sull’innovazione e sulla digitalizzazione hanno reso insostenibile l’esperimento della didattica a distanza, nell’assenza generale di tutele per le fasce più deboli costrette ad affrontare senza mezzi un processo di innovazione forzato, mentre gran parte del dibattito si concentrava sul come preservare il presidio del conservatorismo gentiliano dell’esame di maturità senza considerare le ripercussioni (culturali) profonde che la crisi sta avendo sul sistema dell’istruzione italiana. La scuola italiana è al capolinea e gli studenti lo hanno compreso, prendendo consapevolezza della necessità di una scuola diversa: presidio del progresso umano e pilastro delle comunità.

E’ necessaria più che mai, parlando di istruzione pubblica in Italia e in Europa, la creazione di dispositivi di sostegno materiale e finanziario efficaci e accessibili a tutti. E che questi non si limitino alle emergenze ma permettano un maggiore accesso all’istruzione, migliorino la qualità della vita e dell’apprendimento anche nella normalità, prendendo esempio dai sistemi di welfare più avanzati (e meglio finanziati). Abbiamo una grande opportunità data dal Recovery Fund: non sprechiamola.

 

Federico Allegretti è Coordinatore Nazionale della Rete degli Studenti Medi

Giuseppe Lipari è Board Member dell’OBESSU – Organising Bureau of European School Student Unions

Hélène Mariaud è membro dell’Executive Committee dell’ESU – European Students’ Union

Matteo Vespa è Responsabile Esteri dell’UDU – Unione degli Universitari