PNRR: un’idea di scuola senza futuro

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Il PNRR delinea un’idea di scuola su base individualista, che risponde a logiche di mercato e che è modellata sulle esigenze del mondo del lavoro. È infatti evidente fin dalle premesse della Missione, che l’educazione e la formazione non vengono considerate strumenti di cui dotare le persone per renderle in grado di comprendere la complessità del mondo, ma sono viste come semplici ingranaggi nell’economia di consumo. Espressioni infelici come “sviluppo di un’economia ad alta intensità di conoscenza, di competitività e di resilienza” e “offerta di servizi di educazione e istruzione” rivelano quanto nel piano domini una visione aziendalistica della scuola, lontana dai suoi autentici bisogni.

E’ avvilente che la scuola sia considerata un “insegnamento di abilità fondamentali e conoscenze applicative”: Possibile ritiene che la scuola sia il luogo in cui l’essere umano si forma senza interferenze e con l’unico fine di sviluppare un pensiero critico. Soltanto attraverso l’autonomia di giudizio si è in grado di compiere le scelte migliori per il proprio futuro e si raggiunge il giusto grado di maturità per incidere da protagonisti sulla realtà circostante.

Gli studenti hanno senza dubbio bisogno di un piano di sviluppo delle attività motorie, che è ben dettagliato nel documento; questa descrizione così minuziosa mette però in rilievo la brevità con cui si accenna ad altri temi importantissimi come il reclutamento del personale docente, trattato in modo vago in sole cinque righe, sicuramente a causa del disaccordo di alcune forze politiche interne alla compagine di governo. Alcuni schieramenti vorrebbero infatti riconoscere gli anni di precariato ai docenti che hanno ricoperto a lungo migliaia di cattedre vacanti; altri si ostinano a parlare di merito, pur sapendo che il concorso ordinario deve ancora partire e quindi ad oggi non ci sono le condizioni per stabilizzare i docenti in tempo utile per l’inizio del prossimo anno scolastico.

Inoltre, è impensabile investire nella formazione dei docenti senza prima riformare i programmi scolastici; occorre valutare innanzitutto i nuovi bisogni cognitivi degli studenti e le esigenze prospettate da un mondo che non si può conoscere o classificare in base a sistemi novecenteschi. Interdisciplinarietà, multilinguismo, consapevolezza culturale contribuiscono all’armonico sviluppo delle competenze individuali e sociali, ma senza una revisione delle indicazioni nazionali e un nuovo modello di formazione docenti, la troppo spesso evocata “transizione digitale” rischia di rimanere un auspicio, pura retorica con cui camuffare la situazione attuale.

È inimmaginabile anche scindere una rivoluzione nella didattica e nelle metodologie di insegnamento da un cambiamento radicale degli spazi in cui si insegna. L’apprendimento è dinamico (il corpo deve potersi muovere anche mentre impara, e impara muovendosi) ed è cooperativo, perché la cooperazione che si apprende in classe sarà poi naturale applicarla nella vita in società. Lo spazio aula deve poter cambiare ogni giorno in base alle necessità del gruppo classe. In sostanza, le riforme nell’edilizia scolastica, oltre a essere urgentissime per motivi di sicurezza e per l’impellenza della transizione ecologica, devono andare a braccetto con le nuove indicazioni e la nuova didattica. ll concetto di “scuola innovativa” non può che essere questo.

Il PNRR dedica alla sicurezza degli edifici scolastici e alla loro riqualificazione solo 3,9 miliardi, a fronte di una necessità di almeno 7 miliardi; eppure più di una scuola su due non possiede il certificato di agibilità e una su tre necessita di interventi urgenti.

In sostanza è molto deludente constatare come alla “Missione 4, Istruzione e Ricerca” manchi una visione d’insieme per il mondo della scuola, che nemmeno il cospicuo investimento di risorse del PNRR è riuscito a propiziare. Pertanto è legittimo temere che l’irripetibile opportunità che questi fondi rappresentano vada sprecata per realizzare ciò che è già obsoleto, per vecchi progetti che magari giacciono impolverati sulle scrivanie degli enti locali.

Appare infine evidente il contrasto tra i proclami ministeriali di una scuola più inclusiva, addirittura “affettuosa”, e un piano nazionale che non spende una parola in merito all’accoglienza di tutte le diversità; misure quanto mai urgenti per rispondere al dettato costituzionale.

Tra queste pagine si respira aria di improvvisazione, di smarrimento e di mancanza di quelle competenze che, paradossalmente, si esigono proprio dagli studenti.