Oltre il Recovery Plan

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore, non quella di EURACTIV.ITALIA né quella di EURACTIV Media network.

epa08495058 A new giant placard highlighting the European Union's (EU) recovery plan is draped over the facade of the European Commission (EC) headquarters. EPA-EFE/OLIVIER HOSLET

Il dibattito politico e quello pubblico si sono concentrati nelle ultime settimane, al netto della scadenza elettorale, sulla celebrazione del successo negoziale del governo italiano in Europa: aver portato a casa una fetta consistente dei fondi del Recovery Plan, una iniziativa senza precedenti con la quale l’Unione europea sembra voler inaugurare una nuova stagione di risposta alle crisi improntata alla solidarietà. Un entusiasmo comprensibile. Ma rischioso. Perché indulge al passato, piuttosto che al futuro, che è invece ancora parecchio incerto.

L’agenda delle prossime settimane dovrebbe concentrarsi su almeno quattro elementi, sui quali occorre iniziare fin da subito a lavorare.

Primo. Il monitoraggio sulla costruzione del documento col quale il governo garantirà all’Unione di spendere le risorse europee; contribuendo ad assicurarci che sia orientato ad una strategia di paese sostenibile, inclusiva, resiliente. Insomma, secondo le linee strategiche individuate dalla Commissione. Che non possono essere semplicemente riempite di progetti del passato, tolti dai cassetti di ministeri e società civile ed assemblati un po’ a casaccio; ma devono essere improntati ad una visione del paese da qui a dieci-venti anni.

Il secondo: le risorse proprie, elemento cruciale per la sostenibilità finanziaria del Recovery Plan e di qualsiasi strumento futuro venga adottato per sostenere la crescita e l’adeguamento strategico della società e dell’economia europea ad un mondo che cambia in fretta. Il negoziato su quali risorse adottare, con quali aliquote, per quanto tempo sarà decisivo per il futuro del progetto d’integrazione europea.

Terzo: per quanto il Recovery Plan ed il bilancio pluriennale assicurino risorse ingenti, l’Italia e forse l’intera Unione avranno bisogno di risorse ancora più massicce per assicurare la resilienza delle comunità nelle quali si articola la vita dei cittadini. Da questo punto di vista, abbiamo avuto modo di renderci pienamente conto, col Covid, di quanto la nostra sopravvivenza e la qualità della nostra vita dipendano da sistemi locali fortemente coesi, attrezzati a resistere agli shock, e da infrastrutture di connessione articolate su base regionale, nazionale, continentale e globale (digitale, trasporti, energia, approvvigionamento idrico, difesa del territorio, commercio internazionale, etc). Dipendono in sostanza da investimenti in beni collettivi (pubblici) su vari livelli, e da risorse (pubbliche e private), da nuovi strumenti finanziari, da una straordinaria capacità progettuale e dal coraggio di perseguirla fino in fondo, senza arenarsi in pastoie burocratiche e diatribe politiche di bassa cucina. Per mobilitare questa massa di risorse è necessario uno sforzo aggiuntivo, che vada oltre gli strumenti finora messi in campo dalla UE.

Quarto: il processo di legittimazione e di messa in sicurezza di un nuovo approccio alla governance ed agli strumenti della politica economica europea, che ha assunto per ora il carattere emergenziale; ma che deve invece diventare permanente ed essere fortemente migliorato. In questo senso, la Conferenza sul Futuro dell’Europa, per quanto un passaggio potenzialmente rilevante, rischia di essere annacquata fino a diluirsi completamente. Eppure senza un nuovo patto costituzionale fra cittadini e loro aggregazioni (locali, regionali, nazionali) sarà impossibile realizzare quella democrazia sovranazionale necessaria perchè la Ue diventi un soggetto coeso ed efficace, sia sul piano interno, sia su quello internazionale.

Queste sono le principali battaglie sulle quali discutere nei prossimi giorni, settimane, mesi. Per non rischiare di addormentarci sugli allori: uno sport nel quale il nostro paese ha storicamente dimostrato di non essere secondo a nessuno, dai tempi dell’Impero Romano al Rinascimento, e oltre, con risultati drammatici. La strada è ancora lunga e non vorremmo dover attendere un’altra sciagura per consolidare i successi raggiunti, e possibilmente andare oltre.