Nagorno Karabakh: che i valori comunitari non sostengano forme di separatismo

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Abbiamo ricevuto questa opinione, che pubblichiamo, in risposta all’articolo di Simone Zoppellaro “Il conflitto Armenia-Azerbaijan e le responsabilità dell’Ue”.  L’autore è ricercatore di sociologia dei processi politici e docente di “political development and democratic transition” alla Sapienza Università di Roma.

L’articolo di Simone Zoppellaro sulla ripresa delle ostilità tra Armenia e Azerbaigian avvenuta nel mese di luglio 2020 è certamente una testimonianza di parte. L’autore, pur scrivendo su una testata solitamente equilibrata come Euractiv sposa vigorosamente le tesi dell’Armenia, ponendo in cattiva luce tutto ciò che fa o che è l’Azerbaigian. Pienamente legittimo. Ciascuno ha il diritto di sposare le tesi che preferisce, anche in un network di ampio respiro come Euractiv ,ma è altrettanto legittimo che si espone a critiche ed osservazioni, soprattutto se le sue idee si scontrano con dati oggettivi o con un’analisi scientifica. 

Per cominciare l’autore attribuisce all’Azerbaigian e a Baku un comportamento nazionalista che tende a spostare i problemi interni verso un’aggressività diretta al nemico esterno, in questo caso l’Armenia. Un effetto che gli studiosi definiscono rally round the flag

Ebbene non vi sono dati che confermino questa tendenza. Soprattutto se in relazione all’Armenia. Se una delle misure per calcolare i problemi interni – e quindi il conseguente rally round the flag – è quella dell’incidenza della pandemia Covid 19, l’Armenia – dati Oms – versa in una condizione peggiore dello stato confinante: più casi, più morti in termini assoluti nonostante abbia un terzo della popolazione dell’Azerbaigian. La controprova, almeno per quanto riguarda l’Italia, sta nel fatto che l’Armenia, e non l’Azerbaigian, appare nella lista dei Paesi dai quali vi è un divieto assoluto di ingresso nel nostro territorio nazionale dal 9 luglio. Ci si chiede dunque: se il Covid-19 è una delle misure della stabilità interna di un Paese, perché l’Azerbaigian avrebbe un effetto rally round the flag e l’Armenia no? 

Zoppellaro cita la sostituzione del ministro degli esteri azerbaigiano. In realtà l’Azerbaigian sta affrontando da quasi due anni un importante ciclo riformatore, che a partire dai fondamenti dell’economia investe tutta la governance del Paese, con l’emergere di una nuova classe dirigente formatasi per lo più in Occidente. Questo scenario interno non viene citato da Zoppellaro che attribuisce soltanto all’Armenia – dopo la rivoluzione della primavera 2018 – una positiva direttrice riformista. Vale la pena ricordare che l’ascesa al potere di Pashynian venne accolta con entusiasmo anche in Azerbaigian, perché si pensava a una frattura con il nazionalismo aggressivo della vecchia classe dirigente, legata proprio al territorio del Karabakh. Le speranze si affievolirono in breve tempo col ritorno della vecchia retorica nazionalista. 

È proprio sul conflitto che viene la proposta più bizzarra e partisan di Zoppellaro: la comunità internazionale, in testa l’Ue cambi paradigma, riconosca l’indipendenza del Nagorno Karabakh che sta compiendo una formidabile transizione democratica e sviluppa una vigorosa società civile! Si faccia come per il Kosovo. 

La cosiddetta repubblica del Nagorno Karabakh non è riconosciuta da alcuno Stato, inclusa l’Armenia e  i dubbi sul “processo democratico” e sulla “società civile” di quella regione sono forti anche nella stessa Armenia come dimostra questo articolo di Eurasianet: https://eurasianet.org/karabakhs-elections-end-in-a-whimper. Ma soprattutto l’articolo di Zoppellaro non tiene conto di due elementi fondanti: il fatto che la guerra del 1992-1994 ha condotto all’espulsione di circa 1 milione di azerbaigiani dal territorio del Nagorno Karabakh, di sette regioni ad esso adiacenti attualmente occupate dalle forze armene e dall’Armenia. Certamente l’autore cita distrattamente il ritorno dei profughi – che siano 1 milione o 10 non si capisce dal suo articolo – ma mi domando: quale società civile, quali costruzioni dal basso, quali diritti possono esserci in un territorio che è assolutamente monoetnico, in cui la pulizia etnica ha raggiunto livelli di perfezione assolutamente ineguagliati in altre aree del mondo? Come si fa a dire che il ritorno dei profughi debba essere preceduto dall’indipendenza? 

Il secondo elemento è che l’indipendenza del Nagorno Karabakh è assolutamente ingiustificata dal punto di vista del diritto internazionale. Invito Zoppellaro a leggere il bel libro del professor Natalino Ronzitti Il conflitto del Nagorno Karabakh e il diritto internazionale (Giappichelli, 2014) dove si spiega esattamente perché. In sintesi estrema: la minoranza armena del Nagorno Karabakh ha diritto a spazi di autonomia, a forme di autogoverno, alla tutela dei propri diritti culturali, linguistici, sociali. A quello che si chiama autodeterminazione interna che non può superare il principio dell’integrità dello Stato nazionale; principio peraltro sancito da quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per ciò che riguarda il Nagorno Karabakh. Su questo, sull’autonomia interna, bisogna trattare magari prendendo ad esempio il modo in cui il nostro Paese ha definito lo status del Sud Tirolo asciugando l’acqua dove nuotavano i pesci del separatismo. 

È incredibile come, in pieno 2020, ci sia ancora qualcuno che dalle colonne di una testata fondata sui valori comunitari sostenga forme di separatismo. Il separatismo è solo foriero di conflitti, caos, distruzione delle società civili coinvolte. Possibile che il rischio che ha corso di recente la Spagna non metta in guardia dall’usare una simile retorica?