L’Ue promette di combattere il razzismo, ma lo farà davvero?

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Assa Traore parla alla stampa di fronte a un murales che raffigura il fratello Adama Traore e George Floyd, a Stains. Adama Traore morì in seguito all'arresto da parte della polizia francese nel 2016. [EPA-EFE/YOAN VALAT]

Mentre il collegio dei commissari discuterà del razzismo in Europa durante il suo incontro settimanale, le attiviste Karen Taylor e Amiirah Salleh-Hoddin esortano l’UE ad agire concretamente contro il fenomeno.

Karen Taylor è la presidente della Rete europea contro il razzismo (ENAR), Amiirah Salleh-Hoddin e Ghyslain Vedeux ne sono vicepresidenti.

Dall’uccisione di George Floyd per mano della polizia negli Stati Uniti, in tutta Europa si stanno svolgendo proteste di massa per chiedere azioni contro la violenza della polizia e il razzismo strutturale in Europa.

Le istituzioni europee stanno ora cominciando a rispondere a questa massiccia mobilitazione, dopo aver però mantenuto un assordante silenzio sulla brutalità della polizia in Europa. Un commissario dell’UE, Margaritis Schinas, era arrivato persino a negare che la violenza della polizia, la polizia discriminatoria e il razzismo istituzionale siano un problema. Ma alle parole seguiranno i fatti?

La settimana scorsa il Parlamento europeo ha votato una risoluzione sulle proteste contro il razzismo dopo la morte di George Floyd, e il Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato che il 24 giugno la Commissione terrà un dibattito sul razzismo.

Queste iniziative sono una testimonianza dell’importanza del grande movimento pubblico che chiede giustizia razziale e del riconoscimento dell’urgenza di affrontare il razzismo in Europa. Tuttavia, è deludente che si sia dovuto attendere una situazione di urgenza per una tale reazione.

Inoltre, la mancanza di riconoscimento della brutalità della polizia anche nell’UE è significativa, tanto che anche nella Risoluzione si fa esplicito riferimento alla morte di George Floyd, non a quanto accade anche nel nostro continente. Fino ad ora, c’è stata insomma poca volontà di affrontare il razzismo istituzionale e strutturale nell’Unione Europea, sia a livello di istituzioni dell’UE che di governi degli Stati membri.

Questa mancanza di reazioni riflette la negazione dell’annosa esistenza di sistemi di oppressione nelle società europee, delle ingiustizie storiche e delle persistenti disuguaglianze razziali in settori come gli alloggi, l’assistenza sanitaria, l’occupazione e l’istruzione, nonché delle ripetute esperienze di violenza e impunità da parte dello Stato.

Le organizzazioni antirazziste hanno fatto per decenni pressioni affinché l’UE affronti il razzismo strutturale, così è stata quasi una sorpresa quando la scorsa settimana la Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen ha riconosciuto la mancanza di diversità nelle istituzioni dell’UE e ha detto “dobbiamo parlare di razzismo e dobbiamo agire”. Finora tuttavia non si è preoccupata di coinvolgere le organizzazioni antirazziste e gli attivisti dei gruppi razziali.

Anche la risoluzione del Parlamento europeo è stato un processo affrettato senza un’adeguata consultazione delle organizzazioni della società civile. Questo la dice lunga sull’approccio istituzionale all’antirazzismo.

C’è un rischio reale che le istituzioni dell’UE riproducano il razzismo strutturale che stanno cercando di affrontare. Se la Commissione europea vuole davvero dare seguito alle proprie dichiarazioni, dovrebbe riconoscere e includere il movimento che chiede giustizia razziale e gli attivisti antirazzisti e appartenenti a gruppi razzialmente discriminati.

Le organizzazioni che nascono infatti dalle comunità, non solo comprendono la prospettiva dei gruppi razziali, ma sono anche esperti altamente qualificati nel campo dell’anti-discriminazione, del movimento che chiede giustizia razziale e attivisti antirazzisti dei gruppi razziali.

Si dovrebbe dare seguito anche ad alcuni dei forti richiami all’azione presenti nella risoluzione del Parlamento europeo, che include una strategia globale della Commissione europea contro il razzismo, un quadro comunitario per l’adozione di piani d’azione nazionali contro il razzismo, il riconoscimento delle oppressioni passate e la raccolta di dati sull’uguaglianza disaggregati per razza e origine etnica per identificare come e dove avviene la discriminazione razziale.

La risoluzione propone anche misure a breve termine per i governi degli Stati membri per contrastare il razzismo istituzionale nella polizia – anche per quanto riguarda il profilo razziale, la responsabilità della polizia e le indagini indipendenti sugli abusi.

Ci sono tuttavia alcune importanti lacune che devono essere colmate. La risoluzione manca di una visione strategica su come affrontare il razzismo strutturale a diversi livelli e su come esso colpisce in modo specifico le diverse minoranze razziali (come i rom e i musulmani).

Non riconosce in modo significativo le conseguenze letali della brutalità della polizia razzista per i gruppi razziali europei e non propone misure a lungo termine per il futuro della polizia in Europa, in particolare una riflessione sull’uso della violenza e sul dirottamento delle risorse dalle forze dell’ordine ai servizi che servono la comunità.

L’agenda dell’UE in materia di migrazione, incentrata sulla sicurezza, rafforza la brutalità della polizia alle frontiere, ma non si parla di affrontare la violenza contro i migranti.

Anche se arrivano in ritardo, le recenti iniziative antirazzismo del Parlamento europeo e della Commissione europea significano un certo progresso, ma solo se non si fermano alla mera dichiarazione a parole e sono seguite da azioni e misure concrete per smantellare il razzismo istituzionale e strutturale in Europa, in stretta collaborazione con i movimenti per l’uguaglianza razziale.

La polizia deve anche ripristinare la fiducia della comunità per attuare efficacemente qualsiasi azione futura.

Rimarremo vigili per garantire che questi appelli portino ad azioni attese da tempo, a livello dell’UE ma anche all’interno degli Stati membri. Azione significa garantire giustizia a tutte le comunità soggette a discriminazioni razziali, quando subiscono violenza di Stato, attraverso indagini e forti sanzioni.

Significa riconoscere e prevenire gli abusi durante le azioni di polizia, come il profiling razziale e riflettere sull’uso della violenza nelle attività di polizia. Significa affrontare le persistenti disuguaglianze razziali nei settori dell’alloggio, dell’assistenza sanitaria, dell’occupazione e dell’istruzione.

Significa risarcire le ingiustizie storiche, compreso il colonialismo. Abbiamo bisogno di una leadership per garantire che ciò avvenga, e finché non accadrà, continueremo a mobilitarci per un cambiamento sistemico.