L’attualità del Manifesto di Ventotene

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Antonella Braga riflette sull’attualità del Manifesto di Ventotene a 80 anni dalla sua stesura e alla vigilia di un ciclo di incontri di discussione su di esso.

Considerato alternativamente come una svolta teorica nel pensiero europeista e un vademecum di formazione di ogni buon federalista, oppure come un documento utopistico e obsoleto da smitizzare per rifondare l’europeismo su basi più concrete, il Manifesto di Ventotene è in genere un testo spesso più citato che letto per intero. Scritto al confino nell’isola tirrenica di Ventotene, negli anni più bui della guerra fra il 1940 e il 1941, da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli col contributo di Eugenio Colorni, resta tuttora tema di controversia politica mostrando così la sua vitalità.

Il suo messaggio coglie una questione centrale per il nostro tempo e sempre più urgente: la necessità di costruire solide istituzioni sovranazionali per governare sfide di dimensioni globali. Di conseguenza, stabilisce una chiara linea di divisione, un cleavage, tra coloro che restano ancora chiusi in una prospettiva naziocentrica (oggi li definiamo sovranisti) e coloro che invece si impegnano nella costruzione di una solida democrazia sovranazionale.

Questi ultimi sono spesso definiti genericamente «europeisti» o «internazionalisti», ma – come ci insegna il Manifesto di Ventotene – sarebbe più appropriato definirli «federalisti» in quanto, fra gli «europeisti», ci possono essere anche coloro che interpretano le istituzioni europee solo come uno strumento di più o meno blande intese settoriali fra Stati ancora sovrani assoluti, con tutte le conseguenze che ne discendono: diritto di veto, voto all’unanimità e soluzioni al ribasso, impotenza delle istituzioni comuni, conflittualità sempre pronta, in caso di tensioni, a sfociare nella difesa a oltranza degli egoismi nazionali.

Ancora oggi la lettura del Manifesto di Ventotene ci consente di comprendere la differenza tra la Confederazione di Stati auspicata da Giorgia Meloni, che conserva intatto il dogma della sovranità assoluta, e una Federazione democratica che comporta invece il trasferimento all’Unione europea di quelle competenze essenziali (politica estera, difesa, moneta) che consentono di mantenere l’unità e di gestire gli interessi comuni, lasciando autonomia agli Stati membri in tutte le altre materie. Per amministrare queste competenze lo Stato federale prevede istituzioni democratiche con una giurisdizione diretta, anche fiscale, sui cittadini della federazione e una divisione di competenze sancita dalla Costituzione. La chiara comprensione di questa differenza fornisce una cartina di tornasole per capire a che punto siamo, oggi, nel processo di integrazione europea e in quale direzione dobbiamo muoverci.

Il Manifesto di Rossi, Spinelli, Colorni ci insegna anche che l’unità europea non è il fine ultimo ma lo strumento per riprendere il cammino verso il pieno sviluppo della civiltà umana e verso la progressiva unificazione del globo. In tal senso, nel capitolo sulle riforme sociali, il Manifesto prefigura un’Europa democratica, solidale, fondata sui principi di libertà e giustizia sociale, impegnata ad abolire la miseria. Nulla a che vedere quindi con quell’europeismo che recentemente Luciano Canfora ha definito come «l’ideale dei poteri finanziari» e dei «benestanti». Anzi, è vero il contrario: perché solo in un quadro di governance democratica europea e globale è oggi possibile superare le diseguaglianze crescenti e le nuove forme di sfruttamento. Si può poi divergere sul minore o maggior grado di intervento pubblico, ma l’azione politica per avere possibilità di efficacia deve porsi allo stesso livello globale in cui agiscono gli attori economici.

C’è quindi bisogno di fare chiarezza e di partire dal testo del Manifesto federalista, preso nella sua interezza, per affrontare alcune questioni attuali: la crisi di civiltà e dello stato di diritto, anche dentro i confini europei; la debolezza della democrazia di fronte all’emergere di nuovi populismi e nazionalismi in un mondo sempre più anarchico e attraversato da conflitti endemici; la necessità di concepire nuove forme di cittadinanza di fronte a società multietniche in cui la mobilità è la caratteristica principale; l’esigenza di costruire uno sviluppo compatibile in senso ambientale, economico e sociale e, quindi, di immaginare nuove forme di welfare e di intervento pubblico per affrontare le profonde trasformazioni economiche e sociali imposte dal «capitalismo della sorveglianza».

È quello che si cercherà di fare in una serie di di incontri online a cura del Meeting Point Federalista, per celebrare l’80° anniversario del Manifesto di Ventotene, riscoprendone l’attualità nel dialogo con studiosi ed esponenti della società civile.