“Il Campo della Libertà”. Giuseppe Mazzini e la Giovine Europa

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Giuseppe Mazzini

Il 15 aprile 1834 a Berna Giuseppe Mazzini, di cui ricorre quest’anno il 150° anniversario della morte, fonda la Giovine Europa, una delle prime organizzazioni, se non la prima, a porsi la “federazione repubblicana” del continente come obiettivo politico esplicito e raggiungibile.

Per Mazzini la rivoluzione democratica e repubblicana deve necessariamente svilupparsi contemporaneamente sul piano nazionale e internazionale: “La Giovine Europa! Ecco dunque il campo della Libertà” scrive nel luglio 1831, lo stesso mese in cui fonda la Giovine Italia.

Per quello che è unanimemente considerato il padre spirituale del nazionalismo democratico la sovranità nazionale – e popolare – trova la sua legittimazione e la sua piena realizzazione solo in un ordine internazionale ‘repubblicano’ fondato sui valori di Giustizia e Libertà.

Nel 1867, rispondendo ai promotori del Congrès International de la Paix, l’atto di nascita del moderno pacifismo, non a caso li accusava di confondere la conseguenza – la pace – con gli obiettivi. Solo una rivoluzione mondiale avrebbe potuto portare alla conquista della Repubblica – e quindi della pace – sulle “rovine di ogni potere esistente”.

Mazzini è perfettamente consapevole che l’autodeterminazione dei Popoli è condizione necessaria, ma non sufficiente per costruire un “cosmopolitismo delle Nazioni”, come lo hanno definito efficacemente Nadia Urbinati e Stefano Recchia. Il fallimento della ‘primavera dei popoli’ del 1848 e l’accendersi delle rivalità nazionali nei Balcani e nell’area danubiana hanno mostrato a Mazzini che non si può fare affidamento sulla ‘mano invisibile’ della Fratellanza dei Popoli.

La costante attenzione per il mondo slavo, in particolare, rende Mazzini consapevole dei rischi cui va incontro l’idea di ‘nazionalità’ nel momento in cui si innesta nella molteplicità etnica dei Balcani. Mazzini è drammaticamente consapevole di come sia proprio nell’Europa orientale che si gioca la possibilità di fondare un nuovo ordine internazionale basato sulle nazionalità, ma si corre allo stesso tempo il rischio di dare vita nazionalismi che alimenteranno nuove guerre e nuovi conflitti.

Non stupisce quindi che Mazzini ridisegni quasi ossessivamente la carta d’Europa alla ricerca di un equilibrio tra esigenze geopolitiche e tradizioni storiche. Gli appare infatti sempre più necessario lavorare per un assetto istituzionale internazionale che impedisca alla ‘nazionalità’ di degenerare in nazionalismo e che faccia delle nazioni le ‘operaie dell’Umanità’.

Un assetto in cui progressivamente –e in particolare dopo la fine della Guerra di Secessione – occupano uno spazio sempre più centrale gli Stati Uniti d’America, cui Mazzini – uno dei non molti politici ed intellettuali europei ad avere ben chiara alla metà dell’800 la differenza tra federazione confederazione – attribuisce il ruolo di vera a propria ‘nazione guida’ del nuovo ordine mondiale repubblicano.

La visione di Mazzini fu spazzata via dall’ondata montante dei nazionalismi. Ma quando – dopo la Seconda Guerra Mondiale – divenne ben evidente che la sola garanzia di pace e democrazia interna per gli Stati Europei consiste nella creazione di un ordine internazionale basato sugli stessi valori, a Mazzini si ritornò a guardare come uno dei padri del nascente processo di unificazione europea, forse l’unico in grado di conciliare il patriottismo nazionale con l’appartenenza ad una più grande patria europea e all’Umanità.

Non a caso uno dei padri della Costituzione, Piero Calamandrei, nel suo celebre Discorso sulla Costituzione del 27 gennaio 1955, rileggendo proprio l’articolo 11, non poteva fare a meno di esclamare: “Quando leggo, nell’articolo 11 – «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle altre patrie, dico: ma questo è Mazzini, questa è la voce di Mazzini”.