Il Bel Danubio potrebbe tornare blu, ma grazie alle radiazioni

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La mappa sismica ungherese aggiornata al 2020. Paks si trova in corrispondenza di due linee gialle, che indicano le faglie attive

Una forte preoccupazione è il tratto dominante nei paesi confinanti rispetto alla scelta del governo ungherese di costruire nuovi reattori nucleari a Paks, ad una trentina di km a sud-est del lago Balaton, lungo il corso del Danubio. Il sito, che ospita già l’unica centrale nucleare del paese, si trova a 150 km dal confine austriaco, 100 da quello slovacco, 60 da quelli serbo, rumeno e croato.

Sarà per questo che l’Italia non ha partecipato al Crossborder Environmental Impact Assessment (EIA) del 2015-16, pensando forse che i 400 km di distanza dalla centrale siano sufficienti per tenerci fuori dalla portata delle radiazioni, in caso di problemi. Un’idea un po’ ingenua, dal momento che la dispersione delle nubi radioattive, grazie anche alla forza dei venti in quelle zone, può interessare territori a parecchie centinaia di chilometri di distanza.

Ma quello che colpisce di più è, ancora una volta, che non siano state coinvolte nella decisione e valutazione della scelta di costruire l’impianto le popolazioni circostanti. Non quelle che vivono nei comuni limitrofi, ma nei paesi limitrofi. Se il rischio di un evento avverso interessa anche i paesi vicini, perché non dovrebbero essere coinvolti almeno nelle operazioni di valutazione del rischio? E le loro valutazioni essere tenute in seria considerazione? Magari facendo ricorso al Danube Civil Society Forum, che da anni si preoccupa di dibattere con ONG, cittadini e istituzioni in maniera trasparente e transfrontaliera le grandi scelte relative all’intero, prezioso corso del Danubio (dalla Foresta Nera, dove nasce, al Mar Nero, dove sfocia).

Il governo ungherese, che aveva incaricato nel 2014 la Hungarian Electricity Works di realizzare uno studio (Site Security Report), poi reso pubblico nel 2017, sui rischi sismici, era stato “interpretato” come un’indicazione che questi ultimi fossero minimi. E le autorità concedevano l’autorizzazione alla costruzione. Subito dopo emergeva come il sito sia direttamente collegato alla principale faglia sismica attiva del paese, come confermato anche dall’ultimo modello sismometrico dell’agenzia nazionale ungherese per la ricerca.

Altre valutazioni indipendenti, come quella dell’EIA, avevano gettano forti dubbi sull’opportunità di costruire una seconda centrale nucleare a Paks. Come ha scritto recentemente sulla rivista scientifica Hungarian Geophysics Tamas Bodoky, le preoccupazioni derivano da considerazioni geofisiche che non permettono di escludere possibili eventi avversi. Fonti ministeriali austriache si dicono estremamente preoccupate e ritengono che “la questione sia importante per il più ampio contesto regionale”, ossia transnazionale.

Per la nuova centrale, che (nonostante l’impegno ungherese in sede di EIA ad effettuare una gara internazionale) dovrebbe essere costruita, grazie ad un accordo fra Orban e Putin, con risorse economiche e tecnologie russe, lo scavo non è ancora iniziato. Ci si augura che l’agenzia regolatoria ungherese per l’energia atomica blocchi i lavori ed approfondisca la questione in modo trasparente e, soprattutto, in un’ottica non esclusivamente nazionale. Oppure che l’Europa si decida a battere un colpo, non solo a parole, su questioni che dovrebbero essere di competenza, quantomeno, non solo nazionale.