Crisi della globalizzazione? Verso una geopolitica delle macroregioni

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Un container ferroviario in Cina.

Un tempo l’Europa era il centro del mondo. Ma il sogno, la prospettiva di un futuro del mondo “europeo” si infranse in due guerre mondiali. In questo momento ci troviamo dinanzi ad una crisi che ancor di più ne sta mettendo in discussione il ruolo a livello mondiale.

Una crisi che può spostare ancora più ad est, verso il cuore dell’Eurasia, il centro del mondo. Con ciò si produce la fine definitiva della visione di un “mondo piatto” come teorizzò Thomas Friedman. E fa bene la cancelliera tedesca Angela Merkel a riconoscere alla Cina un ruolo strategico.

In realtà, il problema principale dell’Occidente è, probabilmente, di tipo intellettuale. Esso ha a che fare con il modo in cui l’Occidente rappresenta sé stesso e gli altri Paesi. Una malriposta superiorità morale, eredità di secoli di dominio che ormai appartengono al passato, porta l’Occidente a considerare l’altro come un qualcosa di inferiore, in qualche modo non in grado di essere indipendente, un allievo a cui dover insegnare qualcosa. E da ciò non è stata esclusa neanche la Cina, nonostante le performance ottenute negli ultimi anni in campo economico.

Quando si parla di Cina ci si riduce sempre a dire: avrebbe futuro senza l’Occidente ricco? Se smettono di importare da noi, per loro è la fine? Ma un atteggiamento onesto dovrebbe andare al di là di pregiudizi o preconcetti, per cui proviamo a vedere se le idee che abbiamo sulla Cina sono veritiere o meno.

Una prima idea è quella collegata alla presunta dipendenza dell’avvenuta crescita economica della Cina rispetto alle esportazioni (giusto per dire “loro si arricchiscono solo perché noi compriamo i loro prodotti”). Secondo i dati della World Bank, la Cina nel 2018 esportava beni e servizi per un valore pari al 19,5% del PIL. Un dato relativamente basso se confrontato con quello italiano (31,42%), tedesco (47,16%) e più in generale dell’area euro (45,9%). Solo gli USA mostravano nello stesso anno un valore inferiore (12,2%).

Da questi numeri appare evidente come il valore delle esportazioni rispetto al PIL rappresenti un valore molto inferiore in Cina rispetto ai Paesi Europei, che sarebbero molto più colpiti del gigante asiatico nel caso di un’eventuale limitazione del commercio internazionale.

Un altro punto particolarmente interessante è quello riguardante gli investimenti. In Occidente, molti, anche tra i commentatori, sottolineano come la Cina si stia finanziando tramite investimenti esteri o che si stia comprando il mondo attraverso i propri movimenti di capitale verso paesi stranieri. Tuttavia, secondo i dati OECD, prendendo in considerazione gli investimenti ricevuti dall’estero, la Cina si è attestata nel 2019 intorno ai 155 miliardi, valore di molto inferiore sia agli USA (260 miliardi) che alla UE (473 miliardi). Simile discorso riguarda gli investimenti realizzati all’estero che per il Paese asiatico si attestano intorno ai 97 miliardi, mentre per gli USA tale valore raggiunge i 147 miliardi e per l’UE 462 miliardi.

Com’è possibile notare da quanto espresso sopra, molte delle idee che noi come Occidente, e più nello specifico come Europa, abbiamo sulla Cina sono false e si infrangono come bicchieri di cristallo dinanzi al più ingombrante elefante numerico. Sarebbe il caso, probabilmente, che quando leggiamo il mondo, noi occidentali ed europei, la smettessimo di farlo con la lente della passata superiorità e accettassimo il fatto che, se si passa attraverso due guerre mondiali ed una guerra fredda, senza un’opportuna autoanalisi degli errori commessi, non si può più pretendere di essere il faro della storia (e questa marginalità potrebbe accentuarsi constatando l’impatto economico generato dalla pandemia Covid-19, come da analisi di Vision che mette in relazione l’impatto in termini di decessi causati dalla nuova malattia e la perdita di PIL per il periodo 2020-2021. Secondo questa analisi i Paesi occidentali risultano perdenti su tutti i fronti).

Sarebbe necessario partire da una comprensione quanto più oggettiva possibile per riuscire a capire quali siano i fili che muovono il mondo e qual è il nostro corretto posto nella storia contemporanea. Questo è un passo fondamentale per riuscire a comprendere i propri limiti ed eventualmente, attraverso un ripensamento e riprogrammazione che rinunci a pretese universaliste, sia in grado di riportare la macroregione Europa e ancor più Occidente all’interno dello scacchiere internazionale in una dimensione di assoluto protagonismo.