2 giugno 1946, una data europea

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I festeggiamenti della Festa della Repubblica a Torino, 6 giugno 2020. [EPA-EFE/ALESSANDRO DI MARCO]

Questo articolo è la sintesi della lectio magistralis tenuta alla Domus Mazziniana in occasione del 75° anniversario della fondazione della Repubblica.

È difficile nel celebrare gli anniversari sfuggire alla trappola della retorica, specie quando ci si trova di fronte a cifre tonde o significative come un 75°, tre generazioni, tre quarti di secolo. È tuttavia innegabile, che visto nella prospettiva in cui inevitabilmente lo colloca questo 75° anniversario, il 2 giugno 1946 risulti una data baricentrica, che si staglia sul lungo periodo della storia dell’Italia unita. E risulta oggi, con l’eccezione della nobilissima Eire il più longevo regime repubblicano ininterrottamente vigente in Europa, superando di quasi dieci anni la III Repubblica francese.

Una data baricentrica in senso verticale, ovvero rispetto alla storia d’Italia, e una data baricentrica rispetto alla storia europea; una Europa che dopo la seconda guerra mondale ha dovuto fare i conti con una nuova stagione costituzionale, una Europa rimpicciolita dagli esiti del conflitto, ma anche allargata, come gli orizzonti appunto del conflitto.

Grande era la consapevolezza di questo orizzonte largo. E ben lo esprime Arturo Carlo Jemolo, chiamato all’indomani della fine della guerra alla presidenza della Rai. Il 21 gennaio 1946, alle ore 22, tiene una radioconversazione, poi pubblicata il 30 gennaio sul Bollettino del Ministero della Costituente, dal titolo: Costituenti 1946.

“Tutte le costituzioni – esordisce – sono state lo specchio delle preoccupazioni e delle speranze proprio ad un momento storico e ci dicono quali problemi apparissero in quel momento salienti […] le Costituenti del 1946 – la nostra e quelle di altri Paesi – daranno un grade posto ai problemi economici come ai più sentiti”. Comunque “per quanto possa aver oggi il primo posto la preoccupazione e economica le costituzioni non potranno certo dimenticare, dopo un periodo di dittature, le garanzie delle libertà”.

Per Jemolo è evidente lo iato con l’altra grande stagione costituzionale europea quella di quasi un secolo prima, nel 1848: il rapporto tra forma di governo e i diritti individuali; “quelli che per il cristiano sono i diritti naturali concessi all’uomo da Dio e che nessuno può toglierli, che per i contrattualisti erano i diritti inalienabili, riservati alla formazione del contratto sociale. Costituzione rigida, […] controllo della costituzionalità delle leggi; e, in seno alla costituzione, formule che consacrino le libertà dei cittadini”.

Il tutto affidato a cittadini consapevoli e responsabili.

Aveva chiara Jemolo la consapevolezza che ci trovavamo ad un tornante della storia. 

In questo senso il 2 giugno 1946 è proprio una data europea, perché chiarisce molto bene quello che accade, dal punto di vista proprio dell’elaborazione costituzionale nelle due parti dell’Europa su cui cala la cortina di ferro, evocata in un famoso discorso il 5 marzo 1946 da Winston Churchill a Fulton.

Ecco allora in quei mesi decisivi, mentre si stava svolgendo la conferenza di pace a Parigi e si veniva organizzando la divisione della Germania, le due esperienze, jugoslava ed albanese da un lato e francese e italiana dall’altro.

Di quello che sarà il blocco sovietico arrivano per primi alla formalizzazione costituzionale i due paesi balcanici. In Jugoslavia elezioni l’11 novembre, boicottate dall’opposizione, con il sistema delle due urne, una del Fronte popolare e l’altra dei cosiddetti “senza lista”. Il primo incassa il 90% e, dichiarata decaduta la monarchia in occasione della prima convocazione, fa approvare a spron battuto il 31 gennaio, la Costituzione della Repubblica federale popolare di Jugoslavia, “uno stato popolare con la forma repubblicana di governo federale”.

La risposta di modello sovietico ai temi enunciati da Jemolo: il principio dell’unità di governo (dunque opposto a quello della separazione dei poteri), gli elementi della proprietà collettiva, la gestione amministrativa dell’economia, garantite dal Fronte egemonizzato dal partito comunista. 

Anche in Albania voto alle donne e ai diciottenni e un sistema con le due urne, in cui peraltro i votanti erano chiamati a deporre dei sassolini, per il dilagante analfabetismo. L’11 gennaio si riunisce la Costituente e proclama la Repubblica popolare.

La costituzione entra in vigore il 16 marzo del 1946, 11 giorni dopo Fulton.

Ecco allora che, sempre mentre a Parigi si lavora alla Conferenza di pace, si passa al di là della Cortina: in Italia la cosiddetta seconda costituzione provvisoria, sempre il 16 marzo, stabilisce poteri della Costituente e il referendum istituzionale, mentre in Francia la prima costituzione della nuova Repubblica, che si era privata del generale de Gaulle, dimissionario il 24 gennaio, è bocciata a referendum, il 5 maggio.

Così il 2 giugno si vota contemporaneamente in Italia e in Francia, in Italia le urne restando aperte, e la stampa internazionale non manca di sottolinearlo, due giorni. Per favorire la partecipazione, degli uomini e delle donne.

Questa contemporaneità genera una staffetta costituente, che culminerà nella Grundgesetz e poi nel processo costituente europeo allargato ai tre paesi del BeNeLux., così come, dall’altro lato della Cortina, sempre sulla scorta della costituzione sovietica del 1936, tutti gli Stati si doteranno di Carte omogenee.

Perché repubblica è una parola da aggettivare: da una parte le repubbliche popolari (e poi socialiste) dall’altra le repubbliche democratiche (e sociali).

Nella staffetta delle repubbliche democratiche l’Italia, ben consapevole del percorso jugoslavo, ovvero dell’altra faccia dell’Europa, riprende il lavoro francese e ne migliora sensibilmente il prodotto, stupendo gli stessi osservatori transalpini.

Lo migliora dal punto di vista tecnico e da quello sostanziale, ovvero della legittimazione.

Questo grazie al referendum istituzionale e anche alla prudenza in tema di referendum costituzionale.

Il referendum istituzionale smonta la legittimazione dello Statuto, che la dottrina voleva non solo octroyé, concesso ma anche “plebiscitato”. Il “plebiscito” già invocato dall’allora crown prince Umberto nella conversazione con Herbert L. Matthews sulla prima pagina del «New York Times» del 1 novembre 1944, congeda in forme democratiche la monarchia: un riuscito unicum istituzionale. E non rovescia solo la tesi dei giuristi liberali di fine secolo (diciannovesimo), ma anche quella di un grande e controverso personaggio, anche mazziniano, Francesco Crispi. Nel dopoguerra la repubblica unisce, la monarchia dividerebbe. Basti confrontare le percentuali del referendum con i voti delle forze politiche, vere protagoniste della transizione istituzionale.

Per questo serve tempo e l’Italia prende tutto il tempo necessario: di qui le proroghe della Costituente, il più lungo lavoro costituente dell’epoca e il risultato di largo consenso.

Un successo, che è stato ben colto, e concludo, citando due osservatori, in chiave comparata.

Il primo è Alberto Tarchiani, uno dei grandi ambasciatori della nuova Italia, di De Gasperi e di Sforza, per cui i risultati del 2 giugno dimostrano come l’Italia abbia il diritto di considerarsi un solido fattore di Western Civilization. “A dispetto alla terribile spiegazione economica e della enorme distruzione del paese l’Italia ha mostrato con chiarissima evidenza il suo senso di equilibrio e di moderazione”, scrive al Dipartimento di Stato americano.

Gli farà eco, a conclusione del lavoro costituente, il paziente coordinatore dello stesso, Meuccio Ruini: “Difetti ve ne sono; vi sono lacune e più ancora esuberanze; vi sono incertezze in dati punti; ma mi giungono voci di grandi competenti dall’estero e riconoscono che questa Carta merita di essere favorevolmente apprezzata ed ha un buon posto, forse il primo, fra le Costituzioni dell’attuale dopoguerra”.

Cosicché, e ritorniamo da dove eravamo partiti, concludendo il suo esame delle cinquanta costituzioni promulgate dal 1946, in questa stagione che si allarga a tutto il mondo, un grande studioso di diritto e di politica, Karl Loewenstein, in un saggio sulla «Revue Française de Science Politique» del 1952, afferma che “la constitution italienne est beaucoup plus optimiste et confiante” delle altre coeve: “sbarazzatosi della monarchia” infatti il sistema parlamentare italiano “può prendere il via senza essere bloccato dal complesso elle esperienze passate sfavorevoli”.

Era la prospettiva fiduciosa che esprimeva Alcide De Gasperi il giorno dell’approvazione della Costituzione, guardando alla nuova Italia in una Europa nuova, e citando espressamente Mazzini. Ottimismo, fiducia e orizzonte europeo, senso autentico e impegno del nuovo, senza alcuna retorica, che stanno costitutivamente nel 2 giugno, allora come oggi.

Francesco Bonini è docente all’Università LUMSA di Roma.