Per sentirsi europei non basta avere l’euro

[EPA-EFE/OMER MESSINGER]

La moneta unica nel breve periodo ha rafforzato l’identità europea, ma questo effetto si è esaurito nel tempo, come suggerisce uno studio pubblicato da NaspRead. Solo una maggior integrazione, che continua nel tempo, può far sì che i cittadini si sentano davvero europei.

Con l’introduzione della moneta unica i cittadini dell’Eurozona si sono sentiti più europei? Lo studio Fedra Negri, Francesco Nicoli e Theresa Kuhn “Common currency, common identity? The impact of the Euro introduction on European identity”, pubblicato da NaspRead, il web magazine del network di studiosi di Scienze sociali e politiche del Nord Italia, parte da questa domanda e dimostra che l’introduzione dell’euro nel breve periodo ha favorito un’identità europea ma l’effetto si è esaurito rapidamente. “Tra le varie fasi dell’integrazione europea, l’introduzione dell’euro sembra essere la nostra migliore opzione per studiare il rapporto tra le istituzioni e la costruzione dell’identità per diverse ragioni – spiega Fedra Negri, ricercatrice del dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università degli Studi di Milano – La moneta  unica, infatti, è un’istituzione di cui tutti hanno esperienza, mentre lo spazio Schengen, ad esempio, colpisce soprattutto le persone che hanno maggiori probabilità di recarsi all’estero”.

La ricerca

L’analisi combina i dati delle indagini di Eurobarometro (Mannheim Trend File dal 1996 al 2002 e le onde dell’Eurobarometro dal 2003 al 2017) con i macro-indicatori economici di Eurostat. Lo studio, per dare conto anche della diversa percezione dell’identità europea tra i Paesi dell’Eurozona e quelli che non hanno aderito alla moneta unica, analizza i dati di 26 Stati. I sei Stati fondatori, così come l’Austria, la Danimarca, la Finlandia, la Grecia, l’Irlanda, l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna, Svezia e Regno Unito sono stati osservati dal 1996 al 2017. Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia sono state osservate invece dal 2004 al 2017. Cipro e la Croazia sono stati esclusi per mancanza di dati.

Secondo la ricerca la quota di persone che si identificano esclusivamente con la propria nazione è diminuita di circa 3 punti percentuali dopo il cambio di valuta. Però questo dato non ha continuato a crescere nel corso degli anni. “Per milioni di cittadini europei, le banconote e le monete in tasca rendono l’Europa tangibile e visibile nella vita quotidiana come mai prima d’ora. L’euro diventerà così un elemento chiave nel loro senso di identità europea condivisa e di destino comune”, aveva dichiarato l’allora presidente della Commissione europea Romano Prodi nel 2002. Ed è innegabile che in un primo periodo questo effetto c’è stato, però si è esaurito molto rapidamente.

“Questo suggerisce che le istituzioni devono costantemente progredire nell’integrazione affinché tra i cittadini possa rafforzarsi l’identità europea – afferma Negri – .Mentre la mancanza di identità comune viene spesso evocata da chi vuole limitare la costruzione di istituzioni sovranazionali, il nostro studio suggerisce che i processi di integrazione potrebbero trarre beneficio da efficaci disegni istituzionali, nella misura in cui questi contribuiscono a creare le condizioni che consentono interazioni sociali significative”.