Lezioni da remoto o in presenza? Così le università europee si preparano al prossimo anno

Piazza della Sorbona, sede della più antica università di Parigi. [EPA-EFE/CHRISTOPHE PETIT TESSON]

Redazione Internazionale (EuroEFE) – Le università europee presumono che l’anno prossimo dovranno combinare l’insegnamento frontale con le lezioni virtuali a causa della pandemia di coronavirus e si stanno organizzando a tal fine.

La Francia pensa a un ritorno in classe a settembre, anche se ha autorizzato gli atenei a insegnare alcune materie a distanza, in Spagna i piani finora noti delineano a loro volta un modello misto e in Germania il semestre estivo è iniziato con la sfida di valorizzare principalmente il digitale. Nel Regno Unito la decisione dell’Università di Cambridge di tenere l’insegnamento per il 2020-21 in modo virtuale potrebbe essere supportata da altri centri, in Italia il ritorno in classe ad ottobre combinerà l’insegnamento in classe con quello telematico e in Russia la gestione dell’anno accademico da settembre dipenderà dalla situazione epidemica.

La Spagna non vuole perdere gli studenti stranieri

Le università spagnole stanno preparando dei piani di gestione per le loro attività del prossimo anno accademico, con l’obiettivo di garantire la sicurezza dell’insegnamento e di non perdere i circa 130.000 studenti stranieri che vengono nel paese ogni anno.

Considerate le domande a cui è ancora difficile rispondere, ad esempio se ci sarà libertà di movimento o se sarà possibile tenere lezioni con la distanza di sicurezza richiesta, l’opzione di insegnamento virtuale combinata con lezioni frontali a numero ridotto appare come la più probabile.

Tra gli studenti più colpiti ci sarebbero quelli che vogliono studiare in altri Paesi o che hanno già ricevuto delle borse di studio Erasmus, che gli consentirebbero di studiare in altri Paesi dell’Unione europea. La Spagna è il paese europeo più popolare tra gli studenti di questo programma, con poco più di 40.000 studenti ogni anno.

“La mobilità internazionale non deve essere annullata o sospesa”, ha dichiarato il Consiglio dei Rettori delle Università spagnole (CRUE) questa settimana in una dichiarazione, ma piuttosto “deve adattarsi alla nuova situazione e prendere in considerazione nuovi formati che completino quelli attuali”.

L’Università Europea (UE), un’istituzione privata situata a Madrid, è già impegnata a trasferire “l’esperienza faccia a faccia al virtuale”, dal momento che “non crediamo che possa tornare al 100% faccia a faccia”, ha spiegato Sergio Calvo, Vice-rettore per gli studenti e le relazioni istituzionali del centro, a Efe. La Pontificia Università di Comillas (UPC) lavora nello stesso senso e svilupperà “per quanto possibile” l’attività didattica “presso la sede universitaria”, integrandola con l’”insegnamento sincrono virtuale tramite connessione”. Da parte loro, università pubbliche come la Complutense di Madrid, una delle più grandi del paese, ritengono che sia ancora “troppo presto” per fare dei piani.

La Francia vuole un ritorno in classe a settembre

La Francia vuole che i suoi studenti universitari tornino nelle classi durante il prossimo anno accademico, che dovrebbe iniziare come previsto a settembre, anche se ha autorizzato gli atenei ad insegnare alcune materie da remoto.

Nel primo anticipo sui suoi piani per l’anno accademico 2020/21, il ministro francese dell’Istruzione superiore, Frédérique Vidal, ha dichiarato questo mercoledì che “soggetta all’evoluzione delle condizioni sanitarie, la data del “rentrée” dell’università non sarà modificata e si svolgerà, come al solito, a settembre ”. Secondo Vidal, ci dovrebbero essere le lezioni faccia a faccia, dal momento che “è importante tornare al legame” tra insegnanti e studenti.

Nonostante tutto, come spiegato in una serie di messaggi su Twitter, “per evitare che le aule magne risultino affollate una volta effettuato il ritorno all’università, gli atenei possono proporre che parte dei corsi vengano svolti da remoto”. Nonostante il fatto che la riapertura in Francia sia iniziata 10 giorni fa, la stragrande maggioranza degli istituti di istruzione superiore continua a chiudere le porte e continua a organizzare i propri corsi online attraverso piattaforme digitali. Gli esami in alcuni casi vengono svolti elettronicamente e in altri sono stati rinviati al corso successivo.

Negli ultimi mesi le università, ad avviso di Vidal, hanno potuto imparare molto nell’ ambito dell’innovazione pedagogica e lo hanno fatto con un nuovo metodo didattico, sebbene il ministro ci tenga a riaffermare che “l’interazione è essenziale nella trasmissione della conoscenza”.

Un semestre estivo per lo più da remoto in Germania

I centri di istruzione superiore in Germania, il cui semestre estivo è iniziato con la sfida di svolgere la maggioranza delle attività a distanza, si aspettano già che dovranno adattare le scadenze dei prossimi corsi all’evoluzione della pandemia.

Il semestre invernale 2020/2021 non inizierà il 2 novembre – il suo inizio è stato posticipato di quasi un mese – e il portavoce della Conferenza dei Ministri della Pubblica Istruzione degli Stati Federati, Thorsten Heil, ha informato Efe che, per il momento, non si può dire nulla su come sarà organizzato quel semestre. “La prossima settimana pubblicheremo una dichiarazione che stabilisce le date in cui si svolgerà il processo di ammissione, che sarà un po ‘in ritardo, visto che alcuni studenti hanno anche dovuto ritardare gli esami delle scuole superiori”, ha detto Heil.  “Per lo più devo ammettere che non possiamo ancora dire nulla sul prossimo semestre”, ha aggiunto.

Il portavoce del German Academic Exchange Service (DAAD), Michael Flacke, ritiene inoltre che sia troppo presto per dire qualcosa di concreto su ciò che potrebbe accadere il prossimo semestre. Non sappiamo quando potrebbero esserci di nuovo lezioni in classe, e neanche le università sanno”, ha detto Flacke. “Considerata la dinamica secondo la quale la pandemia si sta sviluppando, non è possibile dire nulla di concreto, ma stiamo discutendo”, ha aggiunto.

Un portavoce della Conferenza dei rettori delle università tedesche (HRK), Christoph Hilgert, ha anche affermato che è attualmente difficile prevedere cosa accadrà per il semestre invernale. “Ovviamente l’obiettivo è tornare alle lezioni frontali quando possibile, ma molto dipende da come si sviluppa la pandemia e le università sono pronte a continuare a lavorare in digitale”, ha detto Hilgert a Efe.

Non ci saranno lezioni in presenza a Cambridge

La decisione dell’Università di Cambridge di tenere il corso 2020-2021 tramite una modalità virtuale, che potrebbe essere supportata da altri atenei nel Regno Unito, fa temere l’impatto economico di tale scelta sul settore. Il prestigioso ateneo britannico ha annunciato che non impartirà lezioni frontali per il prossimo ciclo didattico e che i suoi insegnamenti saranno tenuti via Internet, un’iniziativa che potrebbero imitare altre università britanniche, con la conseguente riduzione del numero di studenti iscritti.

“Poiché è probabile che sia ancora necessario il distanziamento sociale, l’università ha deciso che non ci saranno lezioni frontali nel prossimo anno accademico. Le lezioni continueranno ad essere tenute in modalità virtuale”, ha spiegato l’ateneo in una nota. Cambridge, tuttavia, non esclude che brevi seminari o tutoraggi possano essere svolti “in presenza”, quando possibile, e che, in ogni caso, gli stessi aderiranno agli standard di distanziamento sociale progettati per frenare la diffusione del coronavirus. Tali piani saranno inoltre seguiti dall’Università inglese di Manchester, parte del gruppo Russell – composto dalle 24 migliori università del Regno Unito – che prevede a sua volta di utilizzare la formazione virtuale il prossimo autunno.

Gli studenti universitari, anche se i corsi verranno impartiti on-line, dovranno pagare interamente la loro retta accademica, come annunciato pochi giorni fa dal governo britannico, che finora ha respinto la richiesta del settore per un intervento da 2 miliardi di sterline (2.240 milioni di euro). Secondo un sondaggio condotto tra gli studenti realizzato dall’azienda di consulenza London Economics, i cui risultati sono stati resi noti dal sindacato universitario University And College Union (UCU), uno studente su cinque non si iscriverà al corso successivo se le lezioni si terranno online.

Ciò potrebbe potenzialmente dare alle università britanniche un duro colpo finanziario sul piano delle entrate, con perdite stimate a circa 760 milioni di sterline (837 milioni di euro).

La pandemia accelera la digitalizzazione in Italia

Il coronavirus ha messo a dura prova le università italiane, che si sono dovute adattare alle lezioni telematiche in tempo record, e non solo ci sono riuscite, ma questa tecnologia sarà essenziale nelle aule fino a che durerà la pandemia.

Il Ministro delle Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi, ha confermato in un’intervista ad Efe che le università apriranno ad ottobre, combinando la didattica in presenza con la didattica online, una sfida, che senza dubbio, darà uno stimolo alla digitalizzazione. Sostiene “il coronavirus, come tutte le grandi crisi, comporta una grande occasione di cambiamento. Le università hanno compreso il potere di queste nuove tecnologie. La sfida è fare sì che questa esperienza non vada sprecata e che si combini la didattica in presenza con quella online”. La crisi ha spinto le facoltà ad adottare lezioni telematiche in poco tempo e il Ministro crede che il risultato sia stato “ottimo” perché, nonostante la “sfida dell’organizzazione” connessa a tale momento, si è riusciti a garantire lo svolgimento di tutte le carriere universitarie e la discussione delle tesi.

L’Università di Bergamo, epicentro della pandemia in Italia, aveva deciso di sospendere temporaneamente le lezioni e studiare una nuova metodologia il 22 febbraio, esattamente un giorno dopo che era stato individuato il primo contagio locale. È stato l’inizio di un incubo.

Il nuovo corso si farà strada, fra ovvie paure, data l’esigenza di garantire sicurezza nelle classi e mantenere un’offerta formativa di qualità, ma preoccupa anche l’impoverimento delle famiglie a causa delle crisi che limiterebbe la possibilità di accedere all’università. Il Ministro ha dichiarato che ha già approvato un piano di aiuti da 300 milioni di euro per la riduzione delle tasse e l’incremento delle borse di studio e altri 100 milioni di euro per aiutare la digitalizzazione delle lezioni.

Un’altra incognita è cosa succederà in materia Erasmus in un paese che nel 2018 ha ospitato 27.945 studenti del programma di interscambio europeo. L’Università La Sapienza di Roma, una delle più grandi d’Europa, teme che gli interscambi a livello internazionale, essenziali per l’arricchimento dell’università, possano essere sospesi a causa delle limitazioni relative ai viaggi, dichiara il rettore, Eugenio Gaudio.

Le università belghe non escludono l’idea di cancellare l’Erasmus

Il Belgio è il decimo paese dell’Unione Europea (UE) che ospita ogni anno studenti Erasmus, all’incirca 12.000 studenti e la maggior parte sono spagnoli, ma il coronavirus ha fatto si che queste borse di studio andassero perdute.

In questo momento la Commissione Europea (CE) non ha cancellato la mobilità internazionale del corso 2020-2021 e il Servizio spagnolo per l’Educazione Internazionale (SEPIE) ha segnalato, l’11 maggio, che “non ci sono motivazioni certificate per cancellare una mobilità che comincia a settembre”.

Nonostante ciò, le università belghe non vogliono assumersi la responsabilità e, pur non avendo escluso l’idea di accogliere studenti Erasmus nel prossimo semestre, non assicurano neanche che la mobilità internazionale si possa collegare ad una situazione di normalità a settembre.

L’Università Libre di Bruxelles (ULB), per esempio, ha specificato nella sua pagina web che “si sta ancora lavorando all’accoglienza degli studenti erasmus a settembre”, ma dipenderà – avverte –  anche “da tutte le università coinvolte che dovranno dare il via libera” e alla riapertura delle frontiere. “Dato che la situazione è molto lontana dallo stabilizzarsi, non possiamo assicurare che non ci sia la possibilità di revocare tale decisione”, ha sottolineato l’Università.

L’Università di Gand va oltre e ha stabilito che “fino a nuovo avviso, agli studenti non si può concedere il permesso di viaggiare all’estero durante l’anno accademico corrente o nel prossimo”. In più, si è spiegato agli studenti internazionali che hanno pianificato un viaggio in Belgio, di non considerare questo viaggio essenziale, e che devono astenersi dall’intraprenderlo.

A sua volta, l’Università di Liegi mantiene viva la “speranza” di un ritorno alla normalità per quest’estate e che si possa mantenere la mobilità prevista per l’anno accademico 2020-2021. Tuttavia, l’università avvisa sul web che “alcune regioni non saranno accessibili durante il prossimo semestre a causa della pandemia e ci saranno delle restrizioni governative sui viaggi o la disponibilità di voli”, per cui non si esclude un cambio verso “un’altra destinazione”.

L’Islanda riapre le università, Danimarca e Finlandia le riapriranno prima dell’autunno.

Mentre le università islandesi hanno riaperto con le dovute restrizioni dall’inizio di questo mese, Danimarca e Finlandia hanno pianificato la riapertura prima della fine dell’estate. Nonostante non tutti i paesi nordici abbiano chiuso le scuole primarie e medie da marzo, quando sono state stabilite le prime misure restrittive a causa del coronavirus, diverso è stato per gli istituti e le università che, salvo in Islanda, continuano ad essere chiuse, ad eccezione di laboratori e tirocini.

L’Islanda, che ha registrato l’ultima morte per COVID-19 un mese fa e ha rilevato dei contagi solo nelle ultime settimane, ha iniziato il 4 di maggio l’attuazione della prima fase della suo ritorno alla normalità con un’ampia ripresa alla vita pubblica, che include anche la riapertura lenta e graduale delle università. I sette campus dell’Università d’Islanda sono aperti da allora, ma con molte restrizioni, tra cui le regole di igiene e distanziamento sociale, e anche il divieto di sovraffollamento negli spazi pubblici. La riapertura ha permesso di rispettare il calendario degli esami in sede universitaria, ampliando anche i corsi estivi, ai quali potranno accedere gli studenti residenti all’estero.

In Danimarca, in accordo con il piano di normalizzazione presentato alcune settimane fa dal Primo Ministro socialdemocratico, Mette Frederiksen, l’apertura delle università è inclusa nella quarta fase, prevista per agosto, anche se non è stata decisa né una data né come si svilupperà. A parte delle restrizioni relative all’igiene e alla distanza sociale di un metro, resta da chiarire quante persone possano stare nelle classi, che in questo momento sono state ridotte a dieci. Il Governo ha già annunciato che aumenterà il numero da 30 a 50 persone in base alle persone che rientreranno a giugno, però non è stato ancora deciso come sarà per la situazione di agosto, e questo lascia una certa inquietudine per la riapertura.

Anche in Finlandia è presente una certa inquietudine in merito al prossimo anno accademico, riguardo al suo inizio in totale normalità o con il mantenimento delle attuali restrizioni, anche se la situazione nelle ultime settimane sembra far emergere dei messaggi positivi. “Ancora è troppo presto per prendere una decisione perché non sappiamo come si evolverà la pandemia, però se la situazione non peggiora, le università riprenderanno la didattica in presenza sin dal prossimo anno accademico, agli inizi di settembre”, ha affermato ad Efe, Maija Innola, che lavora per il Ministero dell’Educazione e della Cultura.

Il Governo finlandese ha decretato alla metà di marzo la chiusura di tutte le scuole e le accademie dello stato, fatta eccezione della scuola materna e delle elementari, una misura che è stata vigente per due mesi. A metà maggio, con la pandemia sotto controllo, l’Esecutivo finlandese ha ordinato la riapertura delle scuole e degli asili nidi, ma ha imposto alle università e ai licei di continuare la didattica a distanza fino all’inizio del prossimo anno accademico. Ciò nonostante, ha lasciato alle organizzazioni universitarie la possibilità di organizzare la didattica in presenza secondo necessità.

In vista del prossimo anno accademico, le persone più colpite dalla pandemia, al momento, sono state le migliaia di studenti della scuola secondaria che hanno optato per le università disponibili al momento, visto che la prova d’ingresso sarà realizzata per la prima volta in maniera telematica e non sempre con le migliori garanzie.

 In Norvegia e Svezia ancora non è chiaro ciò che succederà nel prossimo semestre

In Norvegia, i campus universitari continuano ad essere chiusi e non è chiaro quando potranno riaprire, visto che le autorità non hanno offerto soluzioni concrete alle università; si mantiene la didattica a distanza e si è deciso che la maggior parte degli esami di questo semestre saranno online.

Dalla fine di aprile si permette non solo l’accesso ai laboratori e alle aule se “strettamente necessario” per portare a termine un corso ma, in accordo alle dovute regole sanitarie, si potrà accedere anche alle lezioni di arte, scienza, tecnologia, medicina, disegno e alle aule audiovisive.

Varie università come quella di Oslo, la più importante dello Stato, e quella di Trondheim hanno annunciato che continueranno con la didattica a distanza anche per la prima parte del trimestre, mentre altre hanno deciso di attuare questo programma solamente agli studenti fuori dall’Unione europea.

In una situazione di inquietudine le università in Svezia si mantengono comunque chiuse sotto ordinanza delle autorità dal 18 di marzo, allo stesso modo fanno gli istituti. Non vale questo discorso per gli asili e per le scuole che rispettano un linea meno restrittiva delle restrizioni emanate dal Governo svedese, a differenza dei paesi nordici e del resto d’Europa.

Alcune delle più importanti università come quella di Stoccolma o di Uppsala manterranno la didattica a distanza fino al 30 agosto e ancora non hanno preso decisioni riguardo al prossimo semestre, anche se hanno mostrato un forte desiderio di voler riaprire in autunno.

Altre, invece, come quella di Goteborg, hanno prolungato la didattica a distanza fino al 31 ottobre, invece quella di Malmo fino all’8 di novembre. L’inquietudine sul prossimo semestre ha portato alcune università a sospendere temporaneamente i programmi di interscambio con studenti stranieri.

 In Russia ci si prepara a qualsiasi situazione

Le università russe si preparano all’inizio del prossimo anno accademico, il 1 settembre, per ogni scenario possibile, anche se mancano le disposizioni su come attuare il tutto a causa del coronavirus. Per questo si sta pensando alla possibilità di usufruire della didattica a distanza.

Il Ministro dell’Educazione russa, Valeri Falkov, ha dichiarato che il periodo per la consegna dei moduli di ammissione ai master comincerà a giugno e che le sessioni di laurea inizieranno a luglio, e che con questo calendario le università potranno iniziare l’anno accademico dal 1 settembre, una tradizione che esiste da decadi. In merito le autorità ancora non hanno deciso come si inizierà il nuovo anno accademico e Falkov ha dichiarato che è una questione di cui si discuterà più avanti, dipenderà, soprattutto, dall’epidemia.

“Spero che le lezioni possano cominciare il 1 settembre, anche se in futuro, ci sarà una didattica mista”, cioè in presenza e a distanza, ha segnalato ad Efe, il vicedirettore della Scuola Superiore di Economia russa, con sede a Mosca, Valeria Kasamara. Le università hanno cominciato dal 16 marzo la didattica a distanza, a causa della propagazione del coronavirus, un vero “stress-test” per le università, perché non erano preparate a questo, ha detto Falkov, anche se si sono accelerati “i piani per l’utilizzo di nuove tecnologie e per la didattica a distanza” , ha spiegato Kasamara.

Il Presidente russo, Vladimir Putin, ha dichiarato che queste nuove tecnologie aprono grandi possibilità, però non potranno mai sostituire la comunicazione tra un docente e uno studente.