Daphne Caruana Galizia: arrestati esecutori e mandanti, ma restano troppe ombre

Una manifestazione in onore della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia a Berlino. [EPA-EFE/HAYOUNG JEON]

Ieri sera a Malta son stati arrestati tutti coloro che erano coinvolti nell’assassinio di Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese uccisa il 16 ottobre del 2017. “Con le prove in nostro possesso, siamo in condizione di affermare che ognuna delle persone coinvolte, mandante o complice, è oggi in arresto o in stato di accusa”; così si è espresso alla stampa il Capo della Polizia maltese Angelo Gafa. Una notizia che ha fatto in poco tempo il giro del mondo, finendo sulle prime pagine dei principali quotidiani internazionali. Un passo avanti importante, sicuramente. Ma che ci pare lasci ancora irrisolti i nodi dai quali quell’omicidio è emerso. Per questo abbiamo parlato col figlio di Daphne, Matthew Caruana Galizia.

È una soddisfazione a metà, infatti, quella che emerge dalle sue parole: “Siamo lieti per questi uovi arresti dei diretti esecutori e mandanti dell’omicidio di mia madre”, ha detto; “allo stesso tempo, rimane completamente all’oscuro tutta la rete di malaffare e corruzione che mia madre stava per portare allo scoperto; e che ha determinato quella esecuzione”.

Ricordiamo che Daphne Caruana Galizia era impegnata da molti anni proprio in un’indagine sul dilagare della corruzione nel sistema istituzionale maltese, legato ad una struttura opaca di società off-shore già emersa attraverso la vicenda dei Panama Papers. Daphne fu giustiziata con un ordigno fatto scoppiare nell’auto che aveva preso a noleggio, solo pochi giorni dopo che la giornalista stessa aveva denunciato alla polizia serie minacce di morte.

Da allora erano iniziate delle delicate indagini per capire quale fosse esattamente la fitta trama di connivenze che la Caruana Galizia stava per rendere pubbliche; e chi avesse quindi maggiore interesse a farla sparire dalla circolazione. Una vicenda che aveva provocato anche le dimissioni del Primo Ministro Joseph Muscat, accusato in manifestazioni pubbliche di sabotare le indagini della polizia. Fin a quando nel 2019 era stato arrestato il magnate Yorgen Fenech, arrestato a bordo del suo yatch mentre cercava di fuggire da Malta. Il principale testimone a suo carico, un tassista, era stato trovato in fin di vita subito prima del processo, quest’estate. Un “tentato suicidio”, sentenziò la polizia.

Nel gennaio di quest’anno uno dei protagonisti della vicenda si dichiarava disposto a confessare il proprio diretto coinvolgimento nell’assassinio ed a rivelare nuove informazioni in cambio di una riduzione della pena. Fino agli arresti di ieri.

Daphne è diventata un simbolo del giornalismo investigativo, della forza dell’informazione su quella dell’opacità del malaffare. Ma anche della sua sistematica sconfitta. “Ci auguriamo che le chiamate in giudizio di ieri non scrivano la parola fine su questa vicenda, ancora tutta da decifrare. E che resti alta l’attenzione internazionale per le trame dalle quali mia madre era partita nelle sue indagini”, ha continuato Matthew.

Il Progetto Daphne e la Fondazione creata in suo nome per continuare il suo lavoro hanno bisogno del sostegno internazionale. E fino a quando non verranno alla luce tutte le trame sulle quali Daphne stava lavorando la comunità internazionale non potrà dichiararsi davvero soddisfatta.