Roberta De Monticelli: “L’Ue può diventare un ponte verso una Russia post-putiniana”

Roberta De Monticelli

Prosegue il viaggio di Euractiv.it nella società civile per discutere dell’Unione europea, delle sue contraddizioni, problematiche e possibili trasformazioni. Il percorso procederà tramite una serie di interviste ad attivisti, militanti, opinionisti e intellettuali. A ogni intervistato/a verrà richiesta un’opinione sulla “Conferenza sul Futuro dell’Europa” attualmente in corso. In questa tappa Tommaso Visone ha intervistato Roberta De Monticelli, filosofa.

Roberta De Monticelli ha insegnato filosofia della persona all’Università di Ginevra e all’Università San Raffaele di Milano. Co-editor della rivista “Phenomenology and Mind”, dirige PERSONA – Centro di ricerca in fenomenologia e scienze della persona ed è tra i fondatori del Phenomenology Lab  . Ha al suo attivo numerose pubblicazioni di carattere filosofico tra cui ricordiamo Il dono dei vincoli. Per leggere Husserl (Garzanti, 2018 ) e Al di qua del bene e del male. Per una teoria dei valori (Einaudi,2015), recentemente uscito in versione inglese (Palgrave 2021).

Siamo tutti colpiti da quanto sta accadendo in Ucraina. Lei è una grande studiosa di Husserl e mi piacerebbe chiederle in quale senso un approccio fenomenologico possa aiutarci nell’affrontare una crisi simile. E’ possibile una fenomenologia della guerra e/o una fenomenologia della pace ?

Più che di Husserl sono una studiosa (piccola) dell’umana ragione e dell’enorme impulso che la fenomenologia, questo incessante sforzo di tradurre esperienze di realtà in esperienze di significato e valore, ha dato e potrebbe dare al rinnovamento di un esercizio illuminato e illuministico –ma incarnato nella sensibilità e nel dolore dei tempi tragici-  della nostra ragione.  Ragione concepita non soltanto come socratica disponibilità a chieder giustezza e giustificazione a ogni dire e ogni fare, quindi come veglia critica e vita esaminata. Ma anche come forza di costruzione di istituzioni politiche sovranazionali, come erede dell’idea kantiana della Federazione Mondiale di Repubbliche, come capacità di design istituzionale. Questa idea di ragione è, come la fenomenologia classica al tempo della sua piena e breve fioritura, fondata nell’esperienza della Prima Guerra Mondiale, questo inizio (come immediatamente riconobbe Max Scheler) di una storia umana ormai globale, dove non c’è luogo né azione che si sottragga alla trama delle governabili ma ingovernate interdipendenze su cui la vita del pianeta ormai si regge. Ecco: una fenomenologia della guerra e della pace dovrebbe partire di qui. (Faccio un breve inciso: per “fenomenologia” non intendo il delirio pomposo e paranoide di quelli che la luce di questa disciplina la spensero, insieme con l’etica e la logica, i traditori di Husserl e di tutti gli altri delle prime due generazioni che o morirono o furono costretti alla fuga. Non intendo Heidegger e la massa dei suoi seguaci. Intendo le loro vittime, di ieri e anche di oggi, compresi i nostri poveri studenti di filosofia “continentale”).

Nel suo recente articolo Un sogno della ragione lei immagina tre donne, Ursula von der Leyen, Roberta Metsola e Angela Merkel, chiedere a Putin di trattare la pace con loro. Considerando la natura genuinamente reazionaria della politica russa, quale crede che possa essere il ruolo delle donne oggi nel fare fronte a questa crisi?

Grazie al cielo questo sogno non è soltanto un sogno, è un’ipotesi di abbagliante lucidità sostenuta e argomentata oggi da Gianfranco Pasquino (Domani, 9 marzo, “Perché tocca all’Ue guidare le trattative fra Mosca e Kiev”). Ero rimasta sconvolta, ieri, dalla dichiarazione attribuita a Borrell, niente meno che all’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue, secondo cui “noi non possiamo essere i mediatori, questo è chiaro, e non possono farlo nemmeno gli Stati Uniti. Chi altro? Soltanto la Cina. Ho fiducia in questa soluzione”. Ma come! Una così radicale assenza, nella mente di questa persona –se la dichiarazione è veramente come è stata riportata– della nozione di cosa sia l’Unione europea è un colpo di mortaio sulle nostre speranze. Glielo spiega Pasquino perché la sua posizione è assurda. “Negoziare con la Russia è compito esclusivo e urgente dell’Unione europea”. Pasquino è chiarissimo: “Le due autorità che hanno l’obbligo politico ed etico di attivarsi sono la presidente della Commissione e l’alto rappresentante.” Ecco, una tale cecità nei confronti di quella teoria politica normativa su cui si regge il progetto istituzionale –e di cui cantano le carte– dell’Unione europea: no, non l’avrei creduta possibile. Difendo una teoria politica normativa ostile non alla storia ma agli storicismi e determinismi, non al realismo ma alla Realpolitik, non all’autonomia della politica ma alla sua  liberazione dal vincolo etico, ma soprattutto dal vincolo istituzionale, che fa dell’Ue un edificio per le nazioni europee e non uno stato nazionale con i suoi  interessi, come la Cina, o come l’ex polo ideologico antisovietico dentro l’Alleanza Atlantica, come l’America. E forse l’Ucraina non è un pezzo d’anima europea? E forse, dirò di più, non lo è la Russia? Non c’è per la Russia un futuro concepibile, oltre l’orrore putiniano? C’è: ma solo se ci sarà una sponda europea a sostenere la sua possibile, futura democrazia. Era questo, il sogno assassinato di Michail Gorbaciov.

Ma qui parlo io e non ne ha più colpa Pasquino. Sì, certo, nel mio articolo io parlo di donne e non di istituzioni, immagino un corteo delle donne immortali della letteratura russa a guidare la schiera veramente innumerevole delle donne di Russia e di Ucraina e di ogni altro paese. A guidarci tutti verso quelle tre: Ursula, Roberta Metsola per le Istituzioni della pace negoziabile, Angela simbolo di cosa abbia voluto dire la pace per tante generazioni europee. Ma io scrivendo pensavo di dar voce al sogno di milioni di noi che hanno gioito e pianto con tutte quelle donne non mortali, “eidetiche”, simbolo ciascuna di un aspetto del dolore e del sapere: oh Europa, svegliati finalmente tu, ricorda come, perché, da chi sei nata. Tu, che hai radici di carta e pensiero, perché temi forte quelle di sangue e di terra.

Lei sta dedicando una parte importante del suo tempo a una rilettura filosofica dell’opera e del pensiero di Altiero Spinelli. In che modo tale lavoro può aiutarci ad immaginare il futuro postbellico dell’Europa?

Appunto. Fra i testi di Spinelli che mi hanno sempre colpito di più c’è questo, tratto dall’autobiografia, che si riferisce a Ernesto Rossi: “Aveva, come me, assai forte il senso dell’oceano insondabile di irrazionalità, di ferocia, di stupidità, di ignoranza, di desiderio di morte da dare e da incontrare, e d’altro ancora. Era assai consapevole che il piccolo mondo luminoso della ragione creato dagli uomini emerge da questo caos, il quale si agita permanentemente intorno ad esso minacciando di inghiottirlo di nuovo. Ma, a differenza di me, si rifiutava di tentare di ascoltare il caos, di comprenderlo, di ridurlo talvolta e in parte a momento di nascita di un nuovo ciclo di razionalità” (A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, Il Mulino 1984, p. 302). Oggi ascoltare il caos significa pensare all’enorme opportunità data all’Unione europea di diventare un ponte verso una Russia post-putiniana, che sarà di nuovo drammaticamente oscillante fra la tentazione del nazionalismo grande-russo e l’amore sempre rifiutato per l’Occidente. Rifiutato finora per molte e comprensibili ragioni, ma perciò, anche, degenerato a partire dallo scioglimento dell’Unione Sovietica nello sconcio patto fra Putin e gli oligarchi: rapiniamo insieme ciò che si può di risorse pubbliche, poi con queste, voi arricchitevi pure ma lasciate in pace me a decidere. Degenerato allora, questo amore represso da dentro e rifiutato da fuori, in abbuffate di MacDonald e Coca Cola e delle decine di marchi simbolici della vita grassa e felice, quelli delle multinazionali che ora stanno abbandonando Mosca. Se Putin non vince, se il mondo non sprofonda nella catastrofe, di nuovo dopo Putin la Russia si troverà al bivio. Ascoltiamo le parole di Vassilij Grossmann: “Poteva mai Lenin immaginare che, fondando l’Internazionale Comunista e proclamando lo slogan della rivoluzione mondiale egli preparava il terreno a un inaudito sviluppo della sovranità nazionale? La potenza del nazionalismo di Stato e lo scatenato nazionalismo di masse di uomini privati di libertà e dignità umana, divennero la leva principale, la testata atomica del nuovo ordine, determinarono il destino del ventesimo secolo” (V. Grossmann, Tutto scorre, Adelphi 2010, p. 209).

Ecco: questo aveva capito Spinelli quando nel ’53, appena morto Stalin, scriveva che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione” [A. Spinelli, Diario Europeo (1948-1969), il Mulino, 1989, p. 175]: una tensione che come oggi faccia toccare con mano -anzi con la paura che ci scuote- che una sola cosa è necessaria: portare veramente i rapporti fra gli Stati sul piano del diritto anziché della forza. È questo il significato della virtuale estensione della “legge europea” fino all’Ucraina, già auspicata da Ursula Von der Leyen e approvata dal Parlamento europeo con la candidatura all’entrata nell’Unione di questa nazione assediata: “una di noi”. Ed è questo che l’Ue può già cominciare a fare nel negoziato con la Russia, ripristinando in cambio della pace, per ora, gli accordi economici. E sostenendo, quando sarà possibile, il senso ultimo dell’anima occidentalista della Russia, perché il destino del secolo XX non si ripeta peggiore nel XXI, e dall’ostilità dell’Occidente nasca in Russia un altro leader come quello di cui parla Grossmann. Ascoltiamolo ancora: “Per raggiungere il potere egli immolò quello che di più caro la Russia possedeva: la libertà. Quale mai esperienza poteva avere la libertà, creatura di soli otto mesi, nata in un Paese di schiavitù millenaria?” (V, Grossmann, op. cit., p. 188)

Pensa che la Conferenza sul Futuro dell’Europa possa contribuire a portare avanti tale visione? Se sì, come?

La strada sarebbe segnata, con le linee guida del possibile balzo in avanti nell’implementazione del disegno federale europeo che questa crisi potrebbe provocare dopo quello parziale della risposta comune alla pandemia. L’accoglienza dei profughi, anzitutto – e quindi una decente normativa per tutti coloro che fuggono dalla guerra e dalla fame. E cioè la revisione degli accordi di Dublino e la responsabilizzazione di tutti i Paesi dell’Unione nel promuovere non solo accoglienza, ma politiche di integrazione. E il completamento dell’embrione di politica economica e unione fiscale, già indotto dalla risposta alla pandemia, senza consolidare il quale non reggiamo la politica delle sanzioni. E infine la creazione della difesa comune europea, che significa politica estera europea ed embrione di vera statualità federale. Purché si sia capaci di suscitare alti rappresentanti, o insomma ministri degli Esteri, che capiscano il senso di ciò che fanno.