Per il Movimento Federalista Europeo serve una capacità fiscale dell’Unione

Credits: Union of European Federalists

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EURACTIV Italia ha intervistato Giorgio Anselmi, Presidente del Movimento Federalista Europeo, fondato nel 1943 da Altiero Spinelli.

Il Movimento Federalista Europeo ha come obiettivo la federazione europea. Il progetto Next Generation Europe proposto dalla Commissione Europea rappresenta un punto di svolta in questa prospettiva?

Certamente rappresenta un punto di svolta, perché abbiamo avuto lo schieramento deciso dell’asse franco-tedesco e della maggioranza dei paesi, attraverso un gioco che la Francia ha saputo fare molto meglio del passato. Chi conosce le vicende europee sa benissimo che, mentre la Germania era capace di aggregare un gruppo di paesi che potremmo definire genericamente della Mitteleuropa, molto spesso legati a lei dal punto di vista economico, la Francia aveva molte più difficoltà. Questa volta bisogna riconoscere che con l’iniziativa dei nove paesi, la Francia ha saputo creare un ampio fronte, per di più composto non solo da paesi del Sud. La Germania, sia perché la sua ragion di stato coincide con la scelta europea sia perché ha una classe dirigente di alto livello, ha risposto positivamente all’appello. Direi che entrambe hanno saputo elevarsi, per dirla con Max Weber, all’altezza delle sfide storiche che ci sono in questo momento.

In secondo luogo, la Commissione Europea ha proposto un piano che, al di là dell’emergenza, mira a una riconversione che potremmo definire sia ecologica che sociale dell’economia europea.  L’UE può così assumere un ruolo di leadership a livello mondiale e questo può avere conseguenze di grande portata, soprattutto per quanto riguarda la lotta ai cambiamenti climatici.

In terzo luogo perché, dopo il forte sostegno ottenuto da Ursula von der Leyen all’atto dell’elezione, si è creata una  maggioranza ancora più ampia all’interno del Parlamento Europeo, una maggioranza che sui singoli provvedimenti si allarga, oltre che ai Verdi, anche a gruppi che potremmo definire genericamente “gollisti” come i Conservatori e Riformisti, di cui fanno parte  Fratelli d’Italia ed il PIS polacco, e poi parlamentari non iscritti ad alcun gruppo europeo ma espressione di importanti partiti nazionali, come il M5S. Si sono venute quindi a creare tutte le condizioni per dire che questo segna un punto di svolta. Non ancora definitivo, ma per questo ci sono i federalisti: per farlo diventare qualcosa di irreversibile con la modifica dei Trattati.

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Ha fatto riferimento al ruolo della Francia e della Germania: dopo l’ elezione di Macron, che ha spinto per la riforma dell’eurozona, la Germania per due anni ha fatto resistenza, chiedendo un piano per l’unione politica con la progressiva europeizzazione del seggio francese all’ONU e della force de frappe per acconsentire al completamento di un’unione economica e monetaria. Questo tema tornerà sul tappeto nel quadro della riforma che potrebbe essere innescata dalla pandemia?

C’era la famosa battuta di Harold Macmillan, che diceva, riferito a De Gaulle: “Dice Europa, ma pensa Francia”. Battuta terribile per molti aspetti, nel senso che spesso la Francia ha visto l’Europa come la dimensione in cui poteva ritornare ad avere un peso nel mondo. Dobbiamo però considerare quello che è successo con le ultime presidenze francesi. Tutto comincia con l’imperdonabile errore di Chirac, che per dividere i socialisti francesi e quindi per puro interesse di parte sottopose la ratifica del Trattato costituzionale ad un referendum popolare, decretandone il fallimento. La Francia anche per questo è finita in secondo piano rispetto alla Germania, come del resto aveva previsto il famoso documento Lamers-Schäuble del 1994.

La presidenza Sarkozy è servita, anzitutto tramite un accordo con la Germania, a far uscire dall’impasse creato dal referendum con l’approvazione del Trattato costituizonale. E’ seguita la scialba presidenza di F. Hollande, che per la prima volta nella storia della V Repubblica non ha avuto nemmeno l’ardire di ripresentare la sua candidatura per la conferma.

Merito di Macron, che diventa presidente scompaginando il sistema dei partiti francesi, è aver compreso che la Francia non può avere alcun ruolo autonomo in Europa ed a maggior ragione nel mondo; non si può quindi pensare che la Francia abbia ancora il grimaldello del processo di unificazione europea. Non a caso Macron, soprattutto nel famoso discorso della Sorbona, ha parlato di sovranità europea. I rapporti di forza sia dal punto di vista economico che politico si sono spostati in modo determinante a favore della Germania. Per questo era necessario che la Francia fosse capace di coinvolgere un alto numero di paesi, in particolare quelli latini.

Certamente resta il problema di rendere l’Europa sovrana anche per quanto riguarda la sicurezza e la politica estera ed in questo campo deve essere la Francia a compiere i sacrifici maggiori. Insieme al tema dell’unione fiscale e del governo economico, questo deve essere l’argomento centrale della Conferenza sul Futuro dell’Europa. A partire dalla crisi del 2008/2009 abbiamo visto che non basta avere la sovranità monetaria, pur importantissima. In un mondo  di grandi potenze sempre più assertive e con gli USA che da preziosi alleati si vanno trasformando in impazienti competitori, l’Europa deve prendere in mano il proprio destino anche nel campo della difesa, come ha affermato più volte la Cancelliera Merkel.

Ha fatto riferimento alla Conferenza sul Futuro dell’Europa, che era un progetto di Macron, lanciato ben prima della pandemia. Oggi ha ancora senso un’operazione di questo tipo; o non è il caso di avviare subito una riforma dei Trattati alla luce dell’avanzamento del dibattito che si è avuto in questi sei mesi?

È chiaro che la pandemia e la crisi economica che ne è seguita hanno stravolto le priorità a livello europeo, tanto che la Conferenza è stata rimandata. Il Parlamento europeo aveva proposto per la seduta inaugurale la data del 9 maggio, 70° anniversario della Dichiarazione Schuman, e la Presidenza croata aveva ipotizzato di aprirla a Dubrovnik, città con un forte valore simbolico perché coinvolta nelle guerre jugoslave. La pandemia e la crisi hanno riportato in primo piano il tema delle risorse proprie e della capacità fiscale, senza aspettare appunto la Conferenza. Questo è uno dei grandi temi da trattare, insieme alla politica estera e di sicurezza, strettamente legati tra loro, perché toccano il cuore della sovranità.

La crisi ha reso evidente la necessità di vere risorse proprie, ottenute tramite una autonoma capacità fiscale. Se alcune di queste come la Carbon border tax si possono avere anche con gli attuali Trattati, per altre bisogna pensare di mettere mano a qualche articolo, come ha ben spiegato il prof. Majocchi proprio qui su EURACTIV. Insomma dobbiamo riaprire il cantiere istituzionale per rivedere l’architettura dell’attuale Unione Europea. Non certo rovesciandola o partendo da zero, ma ripensandola in profondità, come chiede anche lo stesso Parlamento Europeo. Macron ha parlato di ‘rifondazione’.

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Panucci: siamo interdipendenti nell’UE e dobbiamo offrire una risposta comune alla pandemia per rilanciare l’economia con un piano di rilancio e investimenti finanziato con debito europeo e gestito dalle istituzioni UE.

Quali riforme sarebbero necessarie per trasformare l’unione in una vera federazione? 

Riforme sia nell’ambito delle politiche che delle istituzioni. Intanto una fiscal capacity adeguata, ossia strumenti per poter governare l’economia attraverso la leva fiscale. I risultati di questa assenza si sono visti in questi ultimi dieci anni, dalla crisi del 2008-2009. E poi la politica estera e di sicurezza, poiché significa far partecipare su un piano di parità le istituzioni, in modo particolare i due rami del legislativo (Consiglio e Parlamento Europeo), all’adozione di tutte le misure europee; e trasformare in qualche modo il Consiglio Europeo in una presidenza collegiale (sebbene al nostro interno sia stata avanzata anche l’idea di una specie di esecutivo bicefalo, sul modello francese). Io non so se funzionerà questo modello; c’è anche chi ritiene che in una federazione di dimensioni continentali si possa pensare (o si debba pensare) più che ad un sistema di tipo parlamentare ad un sistema di tipo presidenziale o semipresidenziale. Sono tutti temi che la Conferenza dovrebbe affrontare. Nel momento in cui si deciderà di ridiscutere l’intera architettura, noi federalisti riguardo della forma di Stato affermiamo che debba essere una federazione; per quanto riguarda la forma di governo siamo aperti sia all’opzione parlamentare, che ci sembra più adatta per l’Europa, viste anche le differenze linguistiche, sia ad un modello presidenziale; oppure ad una terza opzione, di tipo semipresidenziale alla francese, con la politica estera nelle mani del Consiglio Europeo, che deve però decidere a maggioranza, e la politica economica in capo alla Commissione.

Ci sarebbe dunque bisogno di modificare i sistemi di voto all’interno del Consiglio nelle sue varie articolazioni?

Questo è un elemento fondamentale. Io credo che la decisione presa al tempo della Convenzione di Giscard (la doppia maggioranza) sia stata la decisione più opportuna. Tutti sanno che negli Stati Uniti d’America capita che al Senato, poiché gli Stati piccoli sono più numerosi degli Stati grandi, la maggioranza dei senatori può non corrispondere alla maggioranza della popolazione degli Stati, che hanno tutti due senatori. In Europa questo è impedito dalla doppia maggioranza del 55 per cento degli Stati, che devono rappresentare almeno il 65 per cento dei cittadini. Credo che questo rimarrà, ed è per certi aspetti una garanzia sia per i piccoli che per i grandi Stati; perché col numero degli Stati si dà una garanzia ai piccoli, con quello della popolazione si dà una garanzia ai grandi. Il guaio è che la doppia maggioranza vale solo per alcune competenze che i Trattati assegnano all’Unione; per altre serve l’unanimità e questo comporta la dittatura della minoranza, come è accaduto troppo spesso. Detto questo, quello europeo sarà un federalismo diverso da quello americano e probabilmente più vicino a quello svizzero. Indubbiamente la Francia non diventerà la Carolina del Sud o la Germania l’Arkansas. Gli stati nazionali a livello europeo avranno sicuramente, per tradizione e storia, un peso superiore rispetto a quello che hanno negli Stati Uniti.

Non a caso nel dibattito politico americano, anche a seguito degli studi di alcuni autori come Elazar e Friederich, si è parlato di un new federalism come ritorno ad un modello più equilibrato tra governo federale e stati federati. Abbiamo avuto infatti due fenomeni: da un lato l’aumento da 13 a 50 Stati ha inevitabilmente rafforzato il potere del governo federale; dall’altro, essendo gli USA entrati nell’agone mondiale del potere, in particolare con le guerre mondiali, hanno dovuto rafforzare molto il governo centrale. Io non credo che questo sia possibile in Europa e credo che non sia nemmeno opportuno. Proprio in questi mesi del resto la crisi pandemica ha creato forti frizioni tra l’Amministrazione Trump e vari governatori e si è tornati a parlare appunto di new federalism su una delle più importanti riviste geopolitiche americane: The Atlantic.

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Il Movimento Federalista Europeo è la sezione italiana dell’Unione Europea dei Federalisti. In quanto organizzazione italiana, cosa chiedete in particolare al governo italiano?

Noi non abbiamo mai dimenticato la politica italiana. Fin dalla sua nascita il MFE, sapendo che l’Italia è il più piccolo dei grandi paesi e il più grande dei piccoli e può avere quindi un peso determinante in alcuni passaggi, ha avuto una particolare attenzione per il ruolo dell’Italia. Si pensi al rapporto tra De Gasperi e Spinelli ai tempi della CED. Barbara Spinelli in un suo articolo ha ricordato quanto nella cosiddetta Prima Repubblica fossero strette non solo le relazioni tra i governi italiani e le istituzioni europee, ma anche tra i partiti italiani ed i loro omologhi europei, citando espressamente i rapporti tra la DC e la CDU/CSU fino alla firma del Trattato di Maastricht. Con la cosiddetta Seconda Repubblica e col generale rimescolamento del quadro politico italiano purtroppo questa incidenza l’abbiamo persa e oggi l’Italia è spesso vista come un rischio per la stessa sopravvivenza dell’Unione Europea.

Sono però rimasto colpito da una recente osservazione di un giornalista italiano che ha ricordato quello che è successo nel 1947-48, ai tempi del piano Marshall:  chi l’ha accettato (la DC) è rimasto al governo per 45 anni; chi l’ha rifiutato (il PCI) è rimasto all’opposizione per altrettanti. Quando ci sono scelte epocali di questa dimensione (e quello della Commissione è assimilabile ad un nuovo Piano Marshall), le  conseguenze possono essere profonde sull’intero schieramento dei partiti a livello nazionale.

In parte l’abbiamo già visto: la scelta del Movimento 5 stelle nel Parlamento europeo e la caduta del governo gialloverde sono conseguenze del fatto che l’Italia è parte sia dell’Unione Europea che dell’Eurozona. Nessuno tra i federalisti crede alla storiellina che il governo sarebbe caduto per un improvviso colpo di testa di Salvini al Papeete. In realtà prima aveva dovuto trangugiare alla fine del 2018 una riduzione del deficit pubblico dal 2,4 al 2,04 % del Pil e nel luglio 2019 aveva dovuto poi accettare una manovra correttiva di 7,6 miliardi. A quel punto tutti sapevano bene che in autunno i nodi sarebbero arrivati al pettine e prima che ciò accadesse qualcuno ha deciso di togliere la spina, con l’idea che si sarebbe andati alle elezioni, la Lega avrebbe fatto il pieno di voti  e si sarebbe formato un nuovo governo presieduto da Salvini.

Invece, con l’entrata del Movimento 5 stelle in quella che è stata definita la ‘maggioranza Ursula’, anche nel Parlamento italiano è stato possibile creare una maggioranza alternativa. Dobbiamo aggiungere che il settore in cui la discontinuità si è vista maggiormente è proprio quello della politica europea e questo ha permesso all’Italia di giocare un ruolo importante nella partita del Recovery Plan. Non così decisivo come quello di Francia e Germania, ma comunque rilevante. Ora il governo italiano ha tutto  l’interesse a rivendicare con orgoglio il grande risultato ottenuto, sperando che il piano non venga ridimensionato in sede di Consiglio.

Il Movimento Federalista Europeo ha appena lanciato un appello con l’obiettivo di raccogliere le firme di mille personalità, non solamente nel mondo politico ma anche in quello economico, sindacale, sociale, culturale entro il 15 giugno. Nel testo si chiedono tre cose al Parlamento europeo: di resistere duramente a ogni tentativo del Consiglio Europeo di snaturare o ridimensionare il Recovery Plan proposto della Commissione; di battersi affinché le nuove risorse proprie dell’Unione vengano valutate, raccolte e gestite a livello europeo, avviando subito il confronto sull’attribuzione di una competenza fiscale all’Unione europea; di guidare il processo delle riforme politico-istituzionali che si dovranno proporre nella Conferenza sul futuro dell’Europa. Sappiamo che questi temi sono già oggetto di dibattito nel Parlamento europeo e vogliamo spingere i parlamentari ad essere coraggiosi ed ambiziosi. Proprio quello che è avvenuto nell’ultimo decennio indica che l’Unione attuale, con tutti i suoi immensi benefici (70 anni di pace, la moneta unica, la libera circolazione, Erasmus, ecc.) è  inadeguata a dare una risposta a crisi epocali di queste dimensioni, soprattutto in un mondo come quello attuale, ben diverso rispetto a quello bipolare in cui potevamo permetterci due passi avanti ed uno indietro. Oggi tutte le maggiori potenze a livello mondiale sono pronte a spartirsi le spoglie dell’Europa, quindi l’Europa deve dare una risposta unitaria.

Questa consapevolezza c’è sia nelle parole dei principali esponenti delle istituzioni europee che in quelle dei più lungimiranti leader nazionali. “Oggi l’Unione Europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero”. Non sono le parole di qualche federalista esagitato, ma quelle di Papa Francesco nel solenne discorso pasquale. Le battaglie che noi facciamo oggi hanno una valenza davvero epocale nella storia del mondo.