I Giovani europeisti verdi (Gev): “Bisogna trasformare la promessa di neutralità climatica in legge”

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I rappresentanti nazionali dei Giovani Europeisti Verdi, Beatrice Rosica e Luca Boccoli, hanno raccontato ad Euractiv Italia il proprio impegno politico, commentando l’attualità europea, soprattutto in tema di politiche ambientali.

Beatrice Rosica, classe 1994 è nata e cresciuta in Abruzzo, a Guardiagrele. È laureata magistrale in European Studies con una tesi sul surplus delle partite correnti e le ripercussioni sull’Eurozona. Attualmente vive a Roma e lavora come Junior Consultant in ambito Pubblica Amministrazione. Appassionata di Economia e Politica fin dall’adolescenza, si dichiara convintamente europeista ed ecologista. Motivata dalle sue inclinazioni, è entrata prima a far parte di Europa Verde, attivandosi nella sua regione di origine, e ha poi collaborato alla nascita dei Giovani Europeisti Verdi.

Luca Boccoli, classe 1997, nato e cresciuto a Roma. Si è laureato in Scienze Politiche con indirizzo Cooperazione e Sviluppo scrivendo una tesi sperimentale sull’implementazione di metodi innovativi per contrastare la degradazione dei terreni Agricoli in Burkina Faso.  E’ un attivista dei Fridays For Future e del movimento Black Lives Matter. Si autodefinisce ecosocialista in quanto crede che l’ecologismo e lo sviluppo di una società partecipata, equa e giusta siano traguardi raggiungibili soltanto insieme. 

I Giovani Europeisti Verdi sono un’associazione nata da poco, vi chiederei allora di presentarvi brevemente ai nostri lettori e di descrivere qualche vostra iniziativa.

I Giovani Europeisti Verdi (GEV) nascono come movimento politico giovanile ecologista, transfemminista ed europeista, che vuole farsi portavoce delle aspettative, dei disagi, degli ideali e dei sogni delle tante e dei tanti giovani che chiedono a gran voce un futuro migliore per loro e per il nostro Pianeta. Ci poniamo non solo come strumento di avvicinamento dei giovani alla politica, ma anche come mezzo per l’emancipazione e la realizzazione politica di una generazione che sente la necessità di ritrovare un ruolo attivo nelle scelte per il futuro.

Siamo nati informalmente a Novembre 2019 durante un eco-camp organizzato a Crevalcore (BO) per giovani ecologisti provenienti da tutta Italia riunitosi per discutere di giustizia sociale e climatica, economia, diritti civili e gettare le basi per la creazione di una piattaforma politica, evolutasi poi nella nostra Dichiarazioni di Intenti.

Ci siamo costituiti a luglio e da allora stiamo lavorando sul territorio nazionale per costituire dei gruppi locali e cittadini. Siamo vicini al progetto di Europa Verde e da settembre siamo candidati membri all’interno della Federation of Young European Greens (FYEG), organizzazione ombrello che riunisce i movimenti Verdi giovanili d’Europa, nonché la giovanile degli European Greens.

Tanti e tante di noi arrivano dai movimenti di piazza e perciò stiamo continuando a manifestare e a prendere parte alle diverse dimostrazioni, come ad esempio gli scioperi per il clima e le proteste di Black Lives Matter.

Durante il periodo del lockdown la nostra azione politica si è sviluppata principalmente sui social e attraverso le piattaforme di condivisione online. Ci siamo inoltre fatti promotori e firmatari, insieme ad altre 15 organizzazioni giovanili verdi provenienti da tutta Europa e alla FYEG, di una lettera inviata al Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, alla presidentessa della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen e al presidente del Consiglio Europeo Charles Michel per chiedere l’emissione di Coronabond. 

Nella scorsa settimana il Parlamento europeo ha approvato un testo di Legge sul Clima, come giudicate l’impegno delle istituzioni europee nella lotta contro i cambiamenti climatici?

Pensiamo che la Legge sul Clima approvata dal Parlamento europeo sia un primo passo importante e gli obiettivi più stringenti per la riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2030 fissati a larga maggioranza dal Parlamento confermano per il momento l’impegno manifestato, prima dal Parlamento con la dichiarazione di emergenza climatica a Novembre 2019 e, dopo, dalla Commissione nel gennaio 2020 con il piano d’investimenti del Green Deal europeo.

Ma l’azione e gli obiettivi proposti dalle Istituzioni europee, non sono sufficienti per limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2ºC e continuando con gli sforzi per limitarlo a 1,5ºC, così come previsto dagli accordi di Parigi. Continueremo dunque la nostra battaglia affinché gli impegni presi vengano rispettati. 

Ursula von der Leyen, durante il discorso sullo State of the Union, aveva parlato di una proposta di compromesso per ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030. Il Parlamento europeo ha però alzato la soglia al 60%, mostrandosi dunque ancora più ambizioso. Ora la palla passa al Consiglio. Quali le vostre aspettative?

Trasformare la promessa di neutralità climatica in legge e, quindi, in obbligo vincolante è un passo doveroso e una garanzia sia della serietà con cui l’UE si sta approcciando alla crisi ecologica e ambientale, sia della volontà sincera di reversione di questo trend catastrofico.

La presentazione di un piano su come raggiungere la riduzione delle emissioni a livello di ogni Stato, come richiesto del Parlamento alla Commissione, si avvicina al nostro desiderio di pianificazione e messa in atto di iniziative concrete, regolamentate ed efficaci.

Non accetteremo una posizione del Consiglio in controtendenza con quanto raggiunto fino ad oggi e quello che ci aspettiamo dal negoziato tra Parlamento, Consiglio e Stati membri per l’adozione finale della Legge sul Clima è che ci sia unanime consenso sul limite fissato lo scorso giovedì. Anzi, pretendiamo che le azioni future sul tema ambientale e climatico siano sempre meno timide e modeste, ma espressione di un genuino e trasparente percorso verso una transizione ecologica inclusiva e solidale, perno del nostro attivismo ed impegno politico.

Vogliamo che l’Unione Europa dimostri di essere pronta a rispondere alle aspettative dei propri cittadini e delle proprie cittadine, ergendosi come guida mondiale nella lotta ai cambiamenti climatici.

La lotta ai cambiamenti climatici, insieme alla difesa dello stato di diritto, sono al centro anche del dibattito sul Recovery Plan. Anche in questo caso il Parlamento sta cercando di mantenere alte le ambizioni, nonostante le resistenze di alcuni governi nazionali. In che modo si dovrebbe sbloccare secondo voi l’attuale stallo politico che sembra profilarsi?

Le linee guida tracciate dal Parlamento europeo, in quanto organo direttamente eletto dai cittadini ed espressione più alta della volontà comune europea, dovrebbero essere sempre il punto di riferimento di tutte le politiche e di tutte le decisioni che impattano sul progresso dell’Unione e sul benessere dei Paesi membri. Perciò, per noi, non è ammissibile la situazione di impasse che il Consiglio ed in particolare alcuni Stati stanno alimentando sul tema del Recovery Fund. 

Guardiamo invece con favore alla possibilità di introdurre un meccanismo che condizioni l’accesso al Recovery Fund al rispetto dello stato di diritto, essendo ormai noto a tutti come diversi Stati dell’Est dell’Unione abbiano grossi problemi di trasparenza, indipendenza e soprattutto di oppressione e abuso dei diritti civili e politici delle minoranze. Rappresenterebbe un utile strumento legislativo in alternativa all’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea di difficile applicazione a causa della votazione all’unanimità. Di conseguenza, reclamiamo un procedimento che non sia utile solo sulla carta, ma che al contrario, sia effettivamente utilizzabile e facile da attivare.  

Dopodichè, ci aspettiamo che Governi come quello Italiano escano dal proprio stato confusionale ed inizino a stilare un piano chiaro e lungimirante sul come spendere i fondi, che dovrebbero arrivare dall’UE, in investimenti e riforme radicali ed innovative, in modo che i partner europei possano elidere le proprie preoccupazioni e dissolvere i veti imposti fino ad ora. Nello specifico, in Italia, vorremmo che si smettesse di parlare di nuove infrastrutture inutili, mentre quelle esistenti cadono a pezzi ad un ritmo allarmante per insufficienti investimenti in manutenzione e ammodernamento e per le sollecitazioni dovute a un clima più estremo, ed invece, si iniziasse a lavorare ad un piano energetico che possa canalizzare i fondi su progetti con una strategia mirata alla decarbonizzazione, all’adattamento alla crisi climatica e alla creazione di filiere compatibili con i limiti ecologici, in grado di rivitalizzare l’economia, generare domanda di lavoro e sostituire quelle più inquinanti; vorremmo che non si considerasse più l’introduzione di sussidi a pioggia temporanei, ma si programmino e realizzino investimenti sostanziosi nelle scuole, nelle università e per la cultura. 

Al centro del dibattito ci sono anche le risorse proprie, tra cui compaiono anche il Carbon border adjustment e il Carbon pricing. In che modo i GEV possono e vogliono entrare in questo dibattito cruciale per il futuro di tutti gli europei?

Possiamo entrare nel dibattito innanzitutto facendo informazione e critica costruttiva sulle iniziative sul tavolo e parallelamente proporre quella che è la nostra visione del futuro dell’UE. 

Per CBA si intende una tassa da applicare alle emissioni di CO2 sui prodotti venduti nel mercato interno del mercato unico europeo. Noi auspichiamo che nello svilupparsi della nostra generazione l’Unione europea, implementando una tassazione abbastanza aggressiva da scoraggiare realmente le produzioni più impattanti e che sia crescente nel corso degli anni, si faccia ambasciatrice della carbon neutrality, attraverso anche la considerazione e l’attenzione per gli altri attori nell’arena internazionale. Infatti, in questo dibattito vogliamo che l’UE coordini la propria Carbon Tax Policy con i paesi in via di sviluppo, in modo da continuare ad incoraggiare l’ingresso dei prodotti di questi Paesi all’interno del mercato, ma in modo giusto, ossia garantendo che questi vengano tassati al netto delle emissioni prodotte. Quindi, diminuire la Carbon Tax Policy ai prodotti provenienti da Paesi dove questa è già applicata (evitando così la doppia tassazione) incentivando inoltre questi ad implementare la stessa pratica al loro interno, così appunto da avere influenza positiva sui Paesi extra UE. Ci aspettiamo inoltre, che raggiunta la “carbon neutrality”, i Paesi dell’Unione europea allochino i propri introiti provenienti dal CBA per favorire lo sviluppo nei paesi ai margini del sistema economico attuale, favorendone la de-carbonizzazione (ad esempio attraverso Overseas Development Assistance). Questa operazione non è un’azione di beneficenza, ma un atto doveroso in quanto l’UE sia uno dei principali consumatori, promotori e beneficiari economici del sistema produttivo estrattivista a livello globale e si è quindi indirettamente responsabili di buona parte delle emissioni anche del resto del pianeta. 

Quello che inoltre fanno i GEV è sostenere le iniziative positive e perciò, come abbiamo già fatto in passato, vogliamo invitare tutti e tutte a fare un’azione semplice e concreta, firmando la petizione di Stop Global Warming (stopglobalwarming.eu) con l’obiettivo di tassare le emissioni di CO2, superare l’attuale sistema di quote di emissione gratuite e utilizzare i soldi ricavati per ridurre le tasse sul lavoro.