Fridays for Future: “Non è possibile mediare sulla crisi climatica. Le risposte politiche sono ancora insufficienti”

Luigi Ferrieri Caputi (D) durante una delle manifestazioni di Fridays fro Future Italia. [Profilo FB]

Fridays for Future è il movimento simbolo della lotta contro i cambiamenti climatici. Intervistato da Euractiv Italia, l’attivista Luigi Ferrieri Caputi riporta le posizioni della sua organizzazione, che lancia una dura critica ai compromessi politici che ad ogni livello, in Italia come in Europa, stanno rallentando la lotta per l’ambiente più del dovuto.

Luigi Ferrieri Caputi è un attivista di Fridays for Future Italia. Livornese di origine e studente  della facoltà di Studi internazionali dell’Università di Firenze, ha un blog sull’Huffington Post.

Ursula von der Leyen durante il discorso sullo State of the Union aveva parlato di una proposta di compromesso per ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030. Il Parlamento europeo ha però alzato la soglia al 60%, mostrandosi dunque ancora più ambizioso. I capi di Stato e di governo dell’Ue hanno però preferito rinviare la discussione in merito. Nelle ultime settimane, dopo le prese di posizione di BusinessEurope, il dibattito sulla transizione ecologica è esploso anche tra le imprese. Come valutate l’attuale dibattito politico europeo sulla lotta ai cambiamenti climatici?

Sicuramente dobbiamo riconoscere che, dopo le manifestazioni oceaniche di questi ultimi due anni, il dibattito si è fatto più vivo che mai; e non è inquinato più di tanto – come lo è invece negli Stati Uniti – dal negazionismo climatico. Questo non significa che l’Ue stia agendo per il clima, o che sia in linea con gli Accordi di Parigi o con lo stesso (e scientificamente insufficiente) Green Deal europeo. Lo dimostra l’approvazione di una Pac che elimina qualsiasi possibilità di rispettare gli accordi presi sul clima e di garantire una giusta transizione ecologica, come se non bastasse i target di riduzione sono capziosi basti pensare che la riduzione fa riferimento, come linea di base, al 1990 portando la riduzione effettiva ad appena il 42% rispetto ai livelli del 2018; come se non bastasse non tiene di conto della produzione europea dalle industrie delocalizzate. Come se non bastasse, si basa su calcoli che fanno riferimento a un Carbon Budget che ci darebbe solo il 50% di possibilità di restare sotto i +1,5 gradi di aumento delle temperature medie rispetto ai livelli preindustriali. Voi prendereste un aereo sapendo che, uscendo testa, precipiterebbe? Questo è quello che sta facendo, al momento, l’Unione europea.
Infine, non è possibile “mediare” sulla crisi climatica. Non siamo noi, a dirlo, ma la scienza: secondo voi, sarebbe possibile mediare sulla pandemia? Dire “certo, l’R(t) dovrebbe stare sotto 1. Però anche se resta sotto due non è un problema”. No.
Uguale per la crisi climatica, gli obiettivi non sono figli di idee partitiche o altre ideologie di sorta. Sono figli di studi fatti dalle nostre migliori menti scientifiche, e tirare una monetina sul futuro della vita sulla Terra è aberrante. Questo sì, che è estremo.

Greta Thunberg denuncia la dissonanza tra le dichiarazioni dei leader politici e i fatti. Siete d’accordo? In quali ambiti notate maggiori contraddizioni?
Assolutamente! Senza andare troppo lontani, basti pensare che in Italia pensiamo ancora al metano come mezzo per la transizione, quando è dimostrato che esso è assolutamente incompatibile con qualsiasi piano di decarbonizzazione dell’economia. Il governo appone le parole “green” e “sostenibile” a qualsiasi tipo di progetti, come la costruzione di nuove autostrade, o – appunto – la metanizzazione di una regione come la Sardegna che invece, studi alla mano, potrebbe tranquillamente essere una regione 100% rinnovabile. Si continuano a dare finanziamenti alle fonti fossili, per esempio, quando questi dovrebbero essere azzerati e diretti verso sussidi per la transizione e a coloro che – per ora – ne dipendono (come una parte del mondo agricolo). La nostra ministra non si sta esponendo contro una Politica agricola comune che ammazzerà i piccoli contadini e allevatori.
Tra la scelta di una giusta transizione, che porterebbe fino a tre volte i posti di lavoro rispetto agli investimenti nel fossile, tra la scelta di poter garantire un futuro vivibile alla next generation (che poi saremmo noi) e portare avanti gli interessi delle compagnie del fossile – che sono già loro stesse fossili – sceglie la seconda. Insomma, se non è contraddittorio questo.

Al centro del dibattito europeo ci sono anche le nuove risorse proprie, tra cui compaiono il Carbon border adjustment e il Carbon pricing. Quali sono pregi e difetti, secondo voi, di queste proposte?

Il Carbon Boder Adjustment impedirebbe la delocalizzazione dei settori maggiormente climalteranti al di fuori dei confini dell’Unione se unita a un serio piano, in linea con le necessità poste dalla miglior scienza disponibile, di riduzione delle emissioni climalteranti. Inoltre, tassare i prodotti non-Ue in base alla CO2 (e altri gas climalteranti) emessi durante il processo produttivo potrebbe da una parte favorire la transizione anche in altri paesi (come la Cina) che hanno sicuramente bisogno di aver accesso al mercato unico, e non sfavorire le aziende europee che vanno incontro al processo di transizione. È anche uno dei quattro punti che portiamo avanti nella nostra Iniziativa dei cittadini europei.
Stesso vale per il Carbon Pricing, altra misura importantissima che ha anche dimostrato di poter essere benefica per le nostre economie. Il principio guida secondo noi deve essere quello della giusta transizione e della giustizia climatica. A pagare il costo della conversione non devono essere i ceti meno abbienti, come è accaduto per esempio con i gilets jaunes. Una Carbon Tax da sola, chiaramente, non può funzionare (è una condizione necessaria, ma non sufficiente e – come detto – rischia di essere dannosa se applicata senza la logica della giustizia sociale come modus operandi della transizione). La carbon tax inserita in un contesto di riforme di tassazione può portare a un aumento reddito reale, aumento della crescita, e aumento dell’occupazione (come in Svezia, per esempio).

Non possiamo non toccare anche il Recovery Plan. Fridays for Future ha recentemente lanciato un appello, pubblicato da Euractiv.it, al governo italiano. Quale seguito politico sta avendo e quali ulteriori iniziative siete pronti a lanciare in Italia e in Europa? 

La nostra proposta, che è stata elaborata con molti scienziati, economisti ed esperti, tra cui membri del Kyoto Club e del CNR, è stata accolta da molte associazioni. Il Next Generation Eu (che solo noi ci ostiniamo a chiamare Recovery Fund) è un’occasione unica per ripensare completamente il nostro futuro e cambiare rotta, da una situazione che non è in grado di garantire un futuro alla next genaration. Caso vuole, che proprio due giorni dopo il lancio della nostra proposta il presidente del Consiglio abbia detto di voler coinvolgere i giovani nella stesura del Recovery Plan. Chiaramente, se la squadra per scrivere il Recovery Plan deve essere quella proposta dal presidente Conte, sicuramente scriveranno un Recovery Plan per gli anni ’20. Ma del ‘900. Insomma, ancora una volta tra la scelta di un futuro migliore, centinaia di migliaia di posti di lavoro, impedire il collasso climatico e una necessaria ridistribuzione della ricchezza (tutte cose, tra l’altro, documentate da molti economisti: come il premio Nobel Stiglitz – che non è un rivoluzionario di sorta – Nordahus, e gli amici di McKinsey&Company, che non sono certo gli ultimi arrivati) sceglie di fare altri interessi. Forse, dovremmo chiederci il perché.