Fondazione Megalizzi: “Vogliamo portare nelle scuole il sogno europeo di Antonio”

Antonio Megalizzi [Fondazione Megalizzi/Facebook]

Raccontare ai ragazzi il sogno europeo di Antonio, stimolare la conoscenza delle istituzioni europee, fornire strumenti che consentano loro di orientarsi nel mondo che li circonda. Sarà questo il compito degli “ambasciatori” della Fondazione Antonio Megalizzi. A raccontare il progetto a Euractiv Italia è Luana Moresco, presidente della fondazione e compagna del giovane giornalista italiano rimasto vittima dell’attentato terroristico di Strasburgo nel dicembre del 2018.

Antonio credeva nell’importanza della comunicazione, voleva raccontare l’Europa ai suoi coetanei. Attraverso quali strumenti portate avanti il suo impegno?

L’attività della fondazione si basa su due pilastri che sono quello della formazione e dell’informazione. L’informazione cerchiamo di farla soprattutto attraverso i nostri social media e il sito. Per formare invece andiamo nelle scuole a parlare dei valori, delle istituzioni e delle politiche europee. Cerchiamo di raffrontarci con i giovani, con la loro idea di Europa. Stiamo lavorando per avviare un nuovo progetto che è quello degli ambasciatori. La nostra idea è formare ogni anno dei ragazzi che vadano nelle classi a parlare delle due grandi passioni di Antonio: l’Europa e il giornalismo.

Che tipo di percorso intendete portare avanti con le scuole?

Abbiamo deciso di creare un progetto di un anno e mezzo. Vogliamo trovare gli strumenti migliori per realizzare una didattica innovativa a distanza, data la situazione in cui ci troviamo. Pensiamo di coinvolgere un gruppo di 30 o 40 ragazzi. Il progetto iniziale sarà un po’ più lungo perché prevede l’intervento di esperti che ci aiuteranno nella formazione e nella creazione del materiale che i nostri ambasciatori potranno utilizzare nelle scuole. Puntiamo a coinvolgere tutte le fasce di età, a partire dalle elementari. Per fare questo dovremo studiare metodi educativi e approcci completamente diversi tra loro.

Abbiamo pensato di sfruttare questa fase di lockdown, in cui non potremo andare fisicamente nelle scuole, per focalizzarci sulla formazione. In un secondo momento andremo nelle classi, ci auguriamo di poterlo fare a partire dalla primavera del 2021. Ci piacerebbe organizzare dei laboratori, aiutare i ragazzi nella ricerca delle fonti e nella creazione dei contenuti.

Per portare avanti il progetto, malgrado le difficoltà del momento, abbiamo cercato di reinventarci, avviando una trasformazione digitale dell’idea originale. Cercheremo di formare i ragazzi attraverso il digitale e di fornire loro gli strumenti digitali per poter produrre dei contributi di e-learning da usare nelle scuole.

La fondazione si propone tra le altre cose di promuovere i valori e la cultura europea. Che riscontri avete avuto dai giovanissimi rispetto a questi temi?

Sentiamo che c’è una grande voglia di essere coinvolti sia da parte degli studenti che degli insegnanti. Abbiamo trovato ragazzi delle medie che volevano capire bene come funzionano le istituzioni europee, conoscere questa realtà in cui sono coinvolti in prima persona. Noi abbiamo cercato di fargli capire cos’è l’Unione europea nella vita quotidiana.

Il nostro obiettivo è fornire delle linee guida in modo che poi siano loro stessi a informarsi e andare avanti. Da alcune domande che ci hanno fatto abbiamo capito che hanno grande consapevolezza dell’importanza di questi temi. Ad esempio, prima delle Europee del 2019, degli studenti di Gualtieri ci hanno chiesto cosa potevano fare per aiutare i loro genitori a informarsi correttamente in vista del voto. Questo è per noi una grandissima fonte d’ispirazione e dimostra ancora una volta che l’ambiente scolastico è fondamentale. Antonio era convinto che nelle scuole fosse necessario questo tipo di approfondimento per consentire ai più giovani di essere inseriti nella realtà che li circonda e di sviluppare un senso critico.

Un’altra attività che portate avanti è quella del contrasto alle fake news sull’Unione europea. Impegno che si è intensificato durante la pandemia.

La fondazione è stata inaugurata ufficialmente poco prima del lockdown. Quindi le nostre attività sono coincise con questo periodo difficile in cui sono circolate tantissime notizie, non sempre corrette. Questo, in relazione all’azione dell’Unione europea, ha portato a un po’ di confusione. Come fondazione abbiamo pensato che fosse opportuno attivarci sui canali web per aiutare le persone a orientarsi. Abbiamo cercato di fare ordine tra le cifre messe a disposizione dall’Ue e gli strumenti messi in campo durante l’emergenza e soprattutto di indicare le fonti d’informazione corrette. Il nostro obiettivo non è convincere le persone di qualcosa ma fornire loro degli strumenti. Antonio si impegnava  quotidianamente a sfatare le fake news sulle istituzioni europee e anche noi nel nostro piccolo cerchiamo di portare avanti questa battaglia.

Quale ruolo possono giocare i social nel favorire una corretta informazione?

I social media presentano numerose problematiche ma sono una grande opportunità, perché ti permettono di arrivare a molte persone e a un target molto giovane in modo immediato. Però bisogna imparare a utilizzarli e aiutare i ragazzi più giovani ad appropriarsi di quegli strumenti che consentono di sfruttare al meglio questi mezzi di comunicazione. Noi, ad esempio, cerchiamo di fornire sempre contenuti precisi e dettagliati che però abbiano un messaggio semplice e immediato. La caratteristica di Antonio era proprio questa: riuscire a spiegare temi anche molto complessi facendo arrivare il messaggio a tutti. È quello che cerchiamo di continuare a fare insieme a tutti i ragazzi che ci supportano.

Alcune associazioni, pur riconoscendo che il Recovery Fund è un piano ambizioso, sottolineano che i tagli all’Erasmus, all’educazione, e alla cultura penalizzano i giovani. Ritiene che si dovesse fare di più?

In un momento di emergenza bisogna fare delle scelte. Negli ultimi mesi l’Ue ha fatto degli sforzi che sono andati ben oltre il suo operato precedente. Anche sul fronte delle competenze, in ambiti come la sanità o la ricerca, ha fatto passi in avanti notevoli. Purtroppo c’è stata una riduzione delle risorse destinate alla mobilità e ad altri progetti. Detto ciò, ci sono tanti altri modi per puntare sui giovani. Prima di tutto bisognerebbe forse ascoltarli, smettere di parlare di giovani nel futuro e iniziare a farlo nel presente. Inoltre bisognerebbe coinvolgerli nei molteplici progetti esistenti. Noi vediamo che, anche su base nazionale, ce ne sono tantissimi e tante volte purtroppo non vengono comunicati adeguatamente. Questo discorso vale anche per i bandi europei. Tante volte le occasioni ci sono, ma non vengono colte. Attraverso il nostro operato cerchiamo di veicolare tutte le opportunità che ci sono per i giovani, in modo che vengano sfruttate. Un nostro obiettivo è anche questo: essere una sponda tra le istituzioni e i ragazzi e diventare un punto di riferimento per aiutarli a raggiungere i loro obiettivi.