Perchè non dovremmo avere paura solo del Covid

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La prima pagina del quotidiano Guardian in un'edicola di Londra, in Gran Bretagna, il 21 marzo 2020. EPA-EFE/FACUNDO ARRIZABALAGA

Sentiamo parlare quasi solo del Coronavirus e non ci rendiamo conto di tutto il resto che accade (e di cui dovremmo preoccuparci).

Si ha come la sensazione che tutto si sia fermato in questi mesi. Le giornate si susseguono spesso tutte uguali ed è come se il tempo trascorresse senza darci la possibilità di viverlo davvero. Prima avevamo quasi bulimicamente un bisogno di riempire il tempo con delle esperienze, che ci consentivano di dare un senso al suo progredire; forse in fondo sta in questo bisogno la nostra attitudine a festeggiare i piccoli traguardi dell’esistenza, dai compleanni alle promozioni sul lavoro, ai matrimoni.
Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte in primavera aveva suggerito agli italiani di utilizzare questo tempo per riflettere sulle cose importanti, ma dietro all’idea del “prendersi del tempo per riflettere” c’è quel “prendersi”, che non può essere imposto, pena una sostanziale inutilità dell’esercizio di riflessione.

Questo strano tempo che scorre in tante giornate sostanzialmente tutte uguali è scandito solo dall’aggiornamento dei dati sull’andamento della pandemia e in questo modo si fomenta una nuova bulimia, quella della ricerca ossessiva dei nuovi dati sui contagi e dei numeri delle terapie intensive. Anche quando non si parla di questo, siamo concentrati sulle opinioni dei cosiddetti negazionisti o sulle azioni di protesta contro le misure di lockdown o semi-lockdown: anche quando non vogliamo parlare del virus finiamo per parlarne.
Si alimenta così un singolare circolo vizioso per cui attendiamo costantemente aggiornamenti sull’epidemia perché è dagli aggiornamenti positivi che dipende la possibilità di uscire da questo “tempo non vissuto” ma proprio questa ossessiva ricerca non fa che imprigionarci sempre di più in questa dimensione, come nelle famose profezie che si autoavverano.

La narrazione mediatica si inserisce perfettamente in questo solco: sui giornali e in tv si scrive e si parla quasi solo del virus, della curva dei contagi, dell’andamento epidemiologico, degli effetti economici disastrosi causati dalla pandemia. I video virali sui social non sono più quelli dei gattini ma quelli dei governatori che minacciano il lanciafiamme. E nelle discussioni, dal vivo o virtuali, in qualche modo si parla sempre del virus.
La speranza collettiva di debellarlo con i minori strascichi di morti e di tragedie rischia di trasformarsi nell’illusione collettiva che una volta debellato “andrà tutto bene”. Si tratta di un’illusione pericolosa perchè basata sulla falsa certezza che il virus sia il nostro solo problema. Del resto per nessun altro pericolo o minaccia ci siamo chiusi in casa così a lungo e abbiamo modificato così radicalmente la nostra routine: né per gli attentati terroristici, né per le catastrofi naturali, né per una crisi economica, e non è un caso che la metafora più abusata in questi mesi sia quella della guerra (dall’idea iniziale per cui medici e infermieri “combattevano in trincea” fino ai continui appelli all’unità per “fare fronte comune”).

È come se proiettassimo tutte le nostre paure su una sola cosa, dimenticandoci di tutto il resto, come avviene per la strategia alla base della costruzione del nemico, che si è estrinsecata e si estrinseca tuttora in pericolose forme. Il problema di questa strategia è che non rendendo conto della complessità del reale e dunque impedendoci di accorgercene, ci consente di precluderci di fatto la possibilità di agire.

Non si tratta di non parlare sempre del virus per le conseguenze psicologiche che questa strategia discorsiva ha sulle persone già vulnerabili o fragili (tema che pure dovrebbe essere affrontato in qualche modo).
Il punto è piuttosto che il coronavirus non è il nostro solo problema e non dovremmo trattarlo come tale.
Il tifone Goni, il tifone più potente dell’anno, si sta abbattendo in questo ore nel nord delle Filippine, causando migliaia di vittime e feriti e centinaia di migliaia di sfollati, dopo aver devastato il Vietnam.
In Siberia, alcuni ricercatori hanno trovato le prove che uno dei quattro peggiori scenari derivati dalla crisi climatica in corso si sta già realizzando: i depositi di metano congelati che si trovano nell’oceano Artico e che hanno un effetto ottanta volte superiore rispetto alle emissioni di anidride carbonica stanno già fuoriuscendo, con conseguenze disastrose.
Quest’anno, nella sola California sono bruciati oltre 13mila chilometri quadrati di territorio, sono morte 25 persone e sono state distrutte quasi 5.400 strutture.

Fingere che il coronavirus sia l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura non farà magicamente scomparire i cambiamenti climatici e le altre grandi tragedie a cui non abbiamo ancora trovato una soluzione. Ma anche la dolce tentazione di abituarci all’idea che debba essere qualcosa di esterno (il vaccino che tutti aspettano) a risolvere un grave problema non è una buona strategia collettiva, perchè nel caso dei cambiamenti climatici questo significherebbe affidarsi agli dei, o al fato, o al caso.