Non si muore di precauzione, ma di paura

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[EPA-EFE/Alessandro Di Marco]

La decisione di alcuni governi europei (Italia, Germania e Francia) di sospendere cautelativamente la somministrazione del vaccino Astra-Zeneca non è un’applicazione del principio di precauzione (PP). 

Di PP si parlava già nel 1982 nella Carta mondiale della Natura e qualche anno più tardi in materia di diritto del mare, ma si fa comunemente risalire la sua consacrazione con la Dichiarazione di Rio de Janeiro del 1992 adottata nell’ambito della Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo (UNCED), il cui Principio 15 recita: “In caso di rischio di danni gravi o irreversibili, la mancanza di un’assoluta certezza scientifica non deve costituire un pretesto per rimandare l’adozione di misure efficaci volte a prevenire il degrado ambientale”. Principio ribadito nel Preambolo della Convenzione sulla Diversità Biologica e fra i principi della Convenzione quadro sui Cambiamenti Climatici, adottate contestualmente alla Dichiarazione di Rio. L’impianto del Protocollo sulla Biosicurezza del 2000 riguardante il trasferimento, la manipolazione e l’utilizzazione sicuri degli organismi viventi modificati derivanti dalla moderna biotecnologia, ruota attorno al PP. Particolare rilevanza ha assunto anche in seno all’Accordo SPS (misure sanitarie e fitosanitarie) del WTO. 

L’UE lo ha invocato in più occasioni, sia per ragioni ambientali che per preoccupazioni per la salute dei propri cittadini. Celeberrimi i casi della carne agli ormoni, oggetto di controversia in seno al WTO fra UE e USA, o degli OGM (organismi geneticamente modificati). In questi casi l’UE aveva adottato misure precauzionali, anche in assenza di certezza scientifica, in quanto riteneva che il danno potenziale potesse essere grave (per esempio il danno alla salute per il passaggio di ormoni dall’animale al consumatore) o irreversibile (per esempio, la contaminazione per effetto di impollinazione transfrontaliera di OGM verso campi coltivati con metodi tradizionali o a coltura biologica). 

In entrambi i casi, l’UE ha applicato il PP con l’obiettivo di tutelare la collettività. Il consumatore europeo si sentiva protetto e non esposto a rischio. Aveva l’alternativa di poter acquistare carne prodotta con metodi che non prevedevano l’impiego di ormoni e di acquistare cereali o mangimi privi di OGM. L’alternativa non era certo morire di fame. 

Il caso della sospensione della somministrazione di vaccini Astra-Zeneca costituisce fattispecie diversa, se non opposta. A fronte della misura adottata, la collettività subisce, infatti, un danno grave e talvolta purtroppo irreversibile. In una situazione pandemica come quella in cui stiamo vivendo, l’applicazione del PP richiederebbe, semmai, la somministrazione del vaccino, in quanto la collettività è esposta ad un rischio grave (l’infezione) o irreparabile, da cui non si torna indietro (la morte). Si dirà che il PP è stato applicato per scongiurare il rischio, per altre persone, di trombosi o infarto. Non è così, perché il PP contiene in sé l’elemento della proporzionalità e lo spirito di essere a servizio della collettività. 

Il Trattato di Amsterdam, riprendendo le disposizioni già introdotte dal Trattato di Maastricht del 1992, e più precisamente l’articolo 174.2, contiene un solo riferimento esplicito (nel capitolo ambientale), al PP ma non anche una definizione. Il Consiglio, nella sua risoluzione del 13 aprile 1999, ha pertanto chiesto alla Commissione di elaborare degli orientamenti per la sua applicazione, oggi contenuti nella Comunicazione 2000 (1). Inoltre, il Regolamento CE 178/2002 che stabilisce i principi e i requisiti generali della legislazione alimentare, istituisce l’Autorità europea per la sicurezza alimentare e fissa procedure nel campo della sicurezza alimentare, fa riferimento al PP nell’Articolo 7, che prevede la possibilità di “adottare misure provvisorie di gestione del rischio necessarie per garantire il livello elevato di tutela della salute  della Comunità”, e stabilisce che tali misure debbano essere “proporzionate e prevedano le sole restrizioni […] necessarie per raggiungere il livello elevato di tutela della salute perseguito nella Comunità” […].

Non vi è alcun dubbio dunque che, sia per lo spirito originario (UNCED, 1992), che per le osservazioni della Commissione attraverso la Comunicazione del 2000, che del Regolamento del 2002, l’eventuale misura precauzionale vada adottata a tutela della collettività. La sospensione della vaccinazione non solo ritarderà di alcuni giorni la somministrazione del vaccino, esponendo a rischio la popolazione, ma ha generato un rischio ben più elevato dovuto alla cancellazione di molti appuntamenti vaccinali a causa di comprensibili preoccupazioni dei cittadini rafforzate dalla sospensione. 

Del resto, nella Comunicazione 2000 (1) sul PP, la Commissione ricorda che “su richiesta più o meno pressante di un’opinione pubblica inquieta, i responsabili politici debbono dare risposte. Dare risposte non significa tuttavia che debbano sempre essere adottate misure. Anche la decisione di non agire può costituire una risposta”.  

Non si tratta di un vezzo giuridico, né di ideologica difesa del PP. Svilire il PP facendone capro espiatorio di determinate scelte politiche e comunicative (compreso il vuoto comunicativo) rischia di comprometterne l’applicazione futura, la credibilità, il consenso dell’opinione pubblica e quindi l’efficacia verso gli scopi per i quali è stato adottato: la protezione della collettività delle cittadine e dei cittadini e dell’ambiente. 

I valori originari e ispiranti il PP non sono né la paura del futuro, né la ricerca a tutti i costi dello “zero risk”, e neppure la prudenza scientifica. Le parole chiave del PP sono “grave rischio”, “danno irreparabile”, “proporzionalità”, “non discriminazione”, “comunità”, esame dei potenziali vantaggi e oneri dell’azione o dell’inazione”, “giusto equilibrio”. 

Non si muore di precauzione, ma si può morire di scelte sbagliate, quelle sì, forse, dettate dalla paura. 

 Silvia Francescon è Senior policy advisor, componente del comitato esperti per il G20 presso il ministero della Transizione ecologica.