Centrale di Krško in Slovenia: tempo di agire per il governo italiano

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Mappa sismica europea e siti nucleari

Torna nuovamente alla ribalta il tema del futuro nucleare dell’Unione Europea. Stavolta è la Slovenia a chiedere l’autorizzazione per l’estensione della vita della centrale nucleare di Krško (la cui chiusura è prevista per il 2023) fino al 2043. Una richiesta che deve passare per le procedure della direttiva EU 2011/92 modificata dalla 2014/52: una valutazione d’impatto ambientale indipendente, a tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini europei.

Il che significa che lo Stato interessato (in questo caso la Slovenia) deve chiedere ai paesi confinanti se intendono partecipare alla procedura di valutazione indipendente dei rischi o meno. Roma ha tempo fino al 25 giugno per decidere se aderire. Se deciderà di farlo, i documenti della valutazione d’impatto ambientale verranno inviati al nostro paese per commenti e domande da parte di chiunque sia interessato a sottoporre osservazioni. Il governo italiano potrebbe inoltre decidere di avviare consultazioni bilaterali con la Slovenia, consentendo ai rappresentanti delle regioni maggiormente interessate di avviare un dialogo con altri rappresentanti regionali sloveni.

Non sappiamo se il governo abbia intenzione di ignorare il dossier. Sarebbe un’occasione persa di dialogo concreto con i cittadini e gli stakeholder locali che rafforzerebbe la legittimità democratica dell’eventuale decisione, sia in positivo che in negativo.

Nel 2016, il Senato Italiano aveva ascoltato in Commissione Territorio, ambiente e beni ambientali un parere di tre esperti (Kurt Decker, Università di Vienna; Livio Sirovich e Peter Suhadolc, Università di Trieste) sul tema della rischiosità sismica del sito. Un parere preoccupante, che parlava di una forte “similitudine Krško-­Fukushima”, sottintendendo un rischio concreto e molto elevato di eventi sismici avversi nell’area (come accadde nel 1917, con un sisma di magnitudo 6; abbastanza lontano nel tempo da renderne sfumata la memoria storica, ma non abbastanza in termini di probabilità statistica che qualcosa di simile possa accadere nuovamente).

Tutti sappiamo com’è finita a Fukushima; anzi, come non è ancora finita. Non vorremmo trovarci ad affrontare un’emergenza analoga a 150 km dal confine italiano: che sono nulla, in caso di emissioni radioattive. Ma soprattutto, vorremmo che decisioni così importanti per il futuro dell’intera comunità di quell’area non fossero ostaggio di decisioni governative nazionali, ben lontane dalla sensibilità e gl’interessi legittimi delle popolazioni coinvolte.