Vaccini contro i coronavirus: il piano europeo del 2017 rifiutato da Big Pharma

Un ricercatore lavora allo sviluppo di un vaccino di tipo mRNA contro il COVID-19. [EPA-EFE/DIEGO AZUBEL]

Nel 2017 l’Unione europea aveva un piano per lavorare ai vaccini contro i coronavirus per consentirne lo sviluppo prima di un’epidemia, ma le grandi aziende farmaceutiche avrebbero respinto il progetto. Lo rivelano i rapporti di due Ong, letti dal Guardian.

La rivelazione è contenuta in un rapporto pubblicato dalle associazioni non governative Global health Advocates e Corporate Observatory Europe (Coe), un centro di ricerca con sede a Bruxelles che esamina le decisioni prese dall’Imi, l’Iniziativa in materia di medicinali innovativi. Il rapporto del Coe accusa l’Imi di essersi concentrato “sulle priorità del mercato business as usual”, piuttosto che “compensare i fallimenti del mercato” accelerando lo sviluppo di farmaci innovativi, come da mandato. A spiegarlo è il quotidiano britannico Guardian che per primo ha dato la notizia.

Secondo il Coe l’influenza delle grandi aziende farmaceutiche sull’agenda di ricerca dell’Imi l’ha portata ad essere “dominata” dalle priorità dell’industria e ad accantonare le malattie legate alla povertà e le malattie trascurate, compresi i coronavirus.

Il verbale di una riunione del consiglio di amministrazione dell’Imi del dicembre 2018 svela che la proposta dell’Unione europea non è stata accettata. L’IMI, inoltre, secondo quanto riportato dal Guardian, avrebbe deciso di non finanziare progetti con la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, una fondazione che si occupa delle cosiddette malattie infettive prioritarie come Mers e Sars, entrambi coronavirus.

L’Imi respinge l’accusa. “Il rapporto sembra suggerire che l’Imi abbia fallito nella sua missione di proteggere il cittadino europeo perdendo l’opportunità di preparare la società all’attuale pandemia di Covid. Questo è fuorviante per due motivi: la ricerca proposta dall’Ue  sul tema della biopreparazione era di portata limitata, e si è concentrata sulla rivisitazione dei modelli animali”, ha spiegato al Guardian un portavoce dell’Iniziativa in materia di medicinali innovativi.

Anche per precedenti epidemie come Sars o Ebola gli investimenti sono stati scarsi e tardivi. La mancanza di investimenti è dovuta a diversi fattori, per esempio che le epidemie si sono verificate solo sporadicamente, in zone remote, e hanno colpito un numero limitato di pazienti. “Il fattore critico è stato che l’Ebola – una malattia che colpisce i paesi poveri – non è stato visto come un’opportunità di mercato redditizia dalle aziende farmaceutiche”, si legge nel rapporto di Global Health Advocates. “Questi esempi – sottolinea GHA – dimostrano che finché il finanziamento pubblico è guidato dagli interessi dell’industria farmaceutica saremo sempre impreparati alle “bombe a orologeria”, cioè alle malattie che sono di grande interesse per la salute pubblica ma di scarso interesse commerciale”.