Perché l’annuncio di Kurz di non voler più fare affidamento sull’Ue per i vaccini è un autogol

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz parla durante una conferenza stampa a Vienna, Austria, 14 novembre 2020. EPA-EFE/CHRISTIAN BRUNA

Si alzano tante voci critiche contro la gestione della questione dei vaccini da parte della Commissione europea. L’ultima stoccata arriva dal cancelliere austriaco Sebastian Kurz che ha annunciato che in futuro l’Austria non farà più affidamento sull’UE. Ma qual è stato il ruolo degli Stati membri, quasi tutti pronti a puntare il dito contro l’UE, nelle negoziazioni? Se guardiamo a quello dell’Austria, per esempio, la posizione di Kurz risulta incomprensibile.

Non si contano le voci critiche contro la gestione della questione dei vaccini da parte della Commissione europea che si sono alzate nelle ultime settimane: ci sono stati quelli che hanno accusato l’UE di essersi inchinata alle aziende farmaceutiche, quelli che all’opposto sostengono che l’errore sia stato alzare toppo la voce con le big Pharma in sede di negoziazione, quelli che dicono che il prezzo concordato per le singole dosi fosse troppo alto, quelli che invece lo ritengono troppo basso. Perfino il celebre virologo Burioni ha accusato la Commissione di aver negoziato male con le case farmaceutiche, mettendo quasi alla berlina la  capo negoziatrice per i vaccini, Sandra Gallina, difesa invece dalle autorità UE. L’ultimo in ordine di tempo a puntare il dito contro la gestione europea è stato cancelliere austriaco Sebastian Kurz che ha annunciato che in futuro l’Austria non farà più affidamento sull’UE, puntando invece su Israele.
La Commissione ha certamente commesso degli errori e lo ha ammesso ufficialmente assumendosene le responsabilità ma non si può far finta che tutti gli errori siano stati della Commissione.

Il problema è che l’Ue ha pagato miliardi di euro per dei vaccini per arrestare una pandemia che sta falcidiando migliaia di europei ogni giorno e tutti sono alla ricerca di un colpevole cui imputare le colpe, soprattutto ora che i produttori di vaccini hanno tagliato le consegne. Quando a gennaio Pfizer ha detto che aveva ridotto la produzione e avrebbe temporaneamente tagliato le forniture all’Ue dal suo stabilimento belga, c’è stata un’immediata protesta pubblica in tutta Europa. Il commissario speciale dell’Italia per il Covid, Domenico Arcuri, aveva detto a suo tempo che l’Italia stava considerando un’azione legale contro Pfizer. Ma i ritardi più consistenti sono stati quelli di AstraZeneca: la Commissione a quel punto ha convocato i dirigenti di AstraZeneca per fare pressione sull’azienda per aumentare le consegne ma è rimasta in qualche modo avvitata in un dibattito in cui ci si rimbalzano le accuse.
Lo ha spiegato in maniera efficace Luca Jahier su questo giornale: “Se è vero che i singoli Stati membri non avrebbero potuto fare di meglio da soli, anzi avrebbero rischiato di scatenare un conflitto alla Tribes of Europe, è altrettanto vero che, nonostante il colpo di reni inaspettato che questa situazione ha indotto, l’UE e i suoi stati membri pagano l’incompiutezza del processo di unificazione; ma soprattutto un perduto senso della statualità, a favore di una “lex mercatoria” in cui gli interessi della collettività sono collocati alla pari di quelli dei grandi gruppi economici.”

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Ma qual è stato il ruolo degli Stati membri, quasi tutti pronti a puntare il dito contro l’UE, nelle negoziazioni? L’Austria è stata in qualche modo estromessa dalle trattative?
La risposta è molto semplice e spiazzante allo stesso tempo: no. L’Austria presiedeva addirittura il comitato direttivo composto dai rappresentanti dei 27 Stati membri per la strategia sui vaccini.
La Commissione ha agito per conto degli Stati membri, evitando che ci fossero 27 trattative parallele, ma tutte le decisioni erano concordate, ovviamente. Lo ha ribadito il portavoce per la salute, Stefan de Keersmaecker, proprio all’indomani delle critiche di Burioni a Sandra Gallina: “Abbiamo trattato con e per conto degli Stati membri e loro hanno concordato in tutte le fasi del processo. Diversi Stati membri erano membri del gruppo negoziale e tutti i 27 facevano parte del comitato direttivo che ha guidato e monitorato i negoziati”. L’Austria, addirittura, lo presiedeva.

Alla luce di questo, la dichiarazione del cancelliere austriaco sembra insensata. Kurz ha spiegato che l’approccio tramite l’Ue “è stato fondamentalmente corretto, ma l’Ema (Agenzia europea per i medicinali) è troppo lenta con le approvazioni dei vaccini e ci sono rallentamenti nelle consegne da parte delle aziende farmaceutiche. Dobbiamo quindi prepararci a ulteriori mutazioni e non fare più solo affidamento sull’Ue per produrre vaccini di seconda generazione”. Guardando ad Israele, insieme con la premier danese Mette Frederiksen.
La proposta di Austria e Danimarca però è stata immediatamente accolta favorevolmente dagli eurodeputati della Lega, che suggeriscono al governo italiano di fare lo stesso e di riconoscere che le parole di Kurz sono “l’ennesima e clamorosa conferma del fallimento della strategia portata avanti finora da Bruxelles”. Una posizione, quella leghista, che potrebbe mettere in difficoltà Mario Draghi che invece è convinto della necessità di una risposta comune europea al Coronavirus. Le inevitabili contraddizioni della eterogenea maggioranza di governo, del resto, spiegano probabilmente anche la posizione del premier italiano contrario alla proposta francese di distribuire 13 milioni di dosi ai Paesi africani.

 

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