L’Ue agli Stati: “Bisogna vaccinare il 70% degli adulti entro l’estate”. Ma Pfizer è in ritardo

Un'infermiera si prepara a vaccinare una donna anziana con la prima dose del vaccino Pfizer-BioNTech in un centro di vaccinazione ad Atene, 20 gennaio 2021. EPA-EFE/ORESTIS PANAGIOTOU

“L’Ue chiede agli Stati membri di vaccinare l’80% degli operatori sanitari e gli ultraottantenni entro marzo, ed il 70% degli adulti entro l’estate”. Lo spiega il vicepresidente della Commissione Ue, Margaritis Schinas, presentando la nuova comunicazione pubblicata dalla Commissione per “battere uniti il Covid-19”.

La Commissione invita gli Stati membri ad accelerare le vaccinazioni anti Covid-19 in tutta l’Ue, fissando due obiettivi strategici che dovrebbero permettere di arrivare al prossimo inverno sostanzialmente preparati: il primo step è quello di vaccinare entro marzo 2021, in ogni Stato membro, almeno l’80% dei “gruppi prioritari”, ovvero le persone di età superiore a 80 anni, gli operatori del settore sanitario e dell’assistenza sociale e i gruppi più vulnerabili; il secondo step invece prevede di vaccinare entro la prossima estate, almeno il 70% della totalità della popolazione adulta.

Perché è importante vaccinare la popolazione adulta entro l’inverno

La strategia europea sui vaccini è stata quella di sostenere economicamente la ricerca scientifica sui vaccini per accelerarne lo sviluppo e la disponibilità in un lasso di tempo infinitamente più breve di quanto accada normalmente. Essenzialmente cioè la Commissione ha concluso accordi con singoli produttori di vaccini per conto dei paesi europei, acquistando “in anticipo” un numero enorme di dosi vaccinali nel caso in cui il vaccino si fosse dimostrato efficace. In sostanza coprendo i costi di produzione.
Un’altro elemento chiave della strategia europea prevede l’identificazione di alcuni gruppi prioritari per la somministrazione delle prime dosi: il personale sanitario, gli ultrasessantenni, le persone più vulnerabili a causa delle loro condizioni di salute ma anche lavoratori essenziali al di fuori del settore sanitario, lavoratori impossibilitati a osservare il distanziamento sociale. Nella giornata di ieri è però arrivata una specificazione ulteriore: entro marzo bisogna puntare a vaccinare l’80% degli anziani di età superiore a 80 anni e gli operatori del settore sanitario. L’obiettivo principale sembra quello di allentare la pressione sulle terapie intensive per poi, gradualmente, permettere una ripresa delle attività ospedaliere ordinarie. In particolare, da quando è cominciata la pandemia, sono diminuiti gli screening e le diagnosi precoci di tumore, fattori che aumentano in maniera significativa le possibilità di sopravvivenza alla malattia.

Il ritardo di BioNTech-Pfizer

Raggiungere gli obiettivi fissati dalla Commissione non è però semplice. I fattori che renderanno possibile o meno raggiungerli sono almeno due: il ritardo inaspettato della consegna delle dosi di Pfizer da un lato e l’attesa dell’approvazione finale del vaccino di AstraZeneca, che potrebbe arrivare a fine mese, dall’altro lato.
Il primo vaccino anti COVID-19 autorizzato nell’UE è stato quello sviluppato da BioNTech e Pfizer. In base alla strategia europea sui vaccini, tutti gli Stati membri devono avere accesso ai vaccini anti COVID-19 contemporaneamente e la distribuzione deve avvenire proporzionalmente alla popolazione. La Commissione ha acquistato 300 milioni di dosi per gli Stati membri ma il 15 gennaio la Pfizer ha comunicato unilateralmente ai Paesi europei che non sarebbe riuscita a consegnare le dosi previste: nel caso dell’Italia si parla del 29 per cento di fiale di vaccino in meno rispetto a quanto pattuito. Il ritardo di Pfizer ha imposto di interrompere il ritmo serrato con cui erano iniziate le somministrazioni, e l’obiettivo ora è quello di garantire al milione e 200mila italiani che hanno già fatto il vaccino di poter fare il richiamo a distanza di 21 giorni.
Ad oggi nell’UE è stato autorizzato l’uso di 2 vaccini: il secondo vaccino che ha ricevuto l’autorizzazione completa da parte dell’EMA è quello di Moderna, mentre si attende il via libera per quello sviluppato da Oxford-AstraZeneca. La Commissione ha già concluso contratti anche con Sanofi-GSK, Janssen Pharmaceutica NV (di Johnson & Johnson) e CureVac per un elevato numero di dosi vaccinali, non appena si siano dimostrati sicuri ed efficaci contro il coronavirus.

Il problema delle varianti

Bisogna prevedere “un’accelerazione delle vaccinazioni, un aumento della capacità di produzione, un aggiornamento delle strategie per individuare nuove varianti, e mantenere le misure di sicurezza”, ha spiegato la Presidente Von der Leyen. “A seguito dell’emergere di nuove varianti altamente trasmissibili del virus” la commissaria Ue alla Salute Stella Kyriakides ha dichiarato che “gli Stati Ue dovrebbero aumentare urgentemente il sequenziamento del genoma ad almeno il 5-10% dei risultati dei test positivi, utilizzando la capacità dell’Ecdc se necessario”. Invece “Attualmente molti Stati stanno testando meno dell’1% dei campioni, un numero troppo basso per identificare la progressione delle varianti o individuarne di nuove. Chiediamo perciò ai Paesi di condividere le sequenze genomiche a livello Ue e siamo pronti a sostenerli per aumentare la capacità di sequenziamento con fondi per l’acquisto di apparecchiature” specifiche.

Da quando il virus Sars-Cov-2 ha fatto la sua comparsa sono state registrate migliaia di varianti ma sono tre quelle che preoccupano gli scienziati di tutto il mondo: quella inglese, quella sudafricana e quella brasiliana. Le prime due, in particolare, renderebbero il virus più contagioso, facilitandone la propagazione; si ipotizza invece che la variante brasiliana renda il virus più difficilmente riconoscibile dal sistema immunitario.
Questo tema ci porta a considerare un ultimo aspetto della questione: “Nessun Paese sarà sicuro fino a quando il virus non sarà sotto controllo in tutti i continenti. Le varianti del virus emerse di recente ne sono una prova” ha spiegato la commissaria europea Kyriakides. ecco perché l’Ue sta lavorando a un “meccanismo per la condivisione dei vaccini” con i Paesi del vicinato e con quelli a basso reddito, nei Balcani occidentali e in Africa.