L’emergenza coronavirus blocca gli aborti

La Slovacchia sta esortando le donne a non richiedere ai medici alcuna procedura che possa danneggiare la loro salute, limitando di fatto il loro accesso all'interruzione di gravidanza. [EPA/ ADAM WARZAWA]

Molti ospedali in Slovacchia hanno smesso di praticare aborti a seguito della decisione del governo di rinviare tutti gli interventi chirurgici, ad eccezione di quelli d’urgenza, a causa del rischio di infezioni a causa del coronavirus. Diverse organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato questa violazione, spingendo il difensore civico Mária Patakyová a chiedere al nuovo ministro della salute del Paese, Marek Krajčí, di garantire alle donne l’accesso ad aborti sicuri anche in questo periodo.

“Sicuramente la difensore civico capirà che la diminuzione dell’immunità durante l’operazione potrebbe moltiplicare i rischi di qualsiasi intervento chirurgico. La salute e la vita delle madri, indebolite dall’intervento, potrebbero essere molto a rischio”, ha detto una portavoce del ministero all’agenzia Tasr.

Il ministero della Salute sta esortando le donne a non richiedere ai medici alcuna procedura che possa danneggiare la loro salute, limitando di fatto il loro accesso all’interruzione di gravidanza. La pillola abortiva, infatti, non è legale in Slovacchia.

Quello slovacco però non è un caso isolato, soprattutto tra i Paesi dell’Est Europa. In Romania, stando a quanto riportato dai media locali, gli ospedali non stanno praticando interventi di interruzione di gravidanza: molte cliniche mediche sono chiuse e, sul totale degli ospedali pubblici, solo l’11% pratica l’aborto, nessuno a Bucarest.

In Polonia il partito conservatore nazionalista Diritto e giustizia (Pis) ha cercato di bloccare definitivamente il diritto all’aborto, vietandolo anche in caso di gravi malformazioni dell’embrione. Uno degli unici casi in cui la legislazione polacca consente l’interruzione di gravidanza.  Il disegno di legge è stato inizialmente accettato dal Sejm, la camera bassa della Polonia, ma ora è soggetto alle audizioni dei comitati sanitari e di politica sociale ed è probabile che rimanga bloccato lì almeno fino alle elezioni.

Anche in Italia il lockdown rende più difficile praticare l’interruzione volontaria di gravidanza nei tempi previsti dalla legge 194. La limitazione dei servizi ospedalieri alle emergenze, impedisce anche di ricorrere all’aborto farmacologico (con il farmaco RU 486) perché questo prevede per legge un ricovero di tre giorni. Per questo l’associazione Luca Coscioni, le reti Pro Choice, l’associazione Amica (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto) hanno chiesto alla Presidenza del Consiglio e al ministero della Sanità di allargare la finestra temporale entro la quale ricorrere all’aborto farmacologico e rendendolo un servizio ambulatoriale, come già avviene in altri Paesi europei.

«Ci chiamano, soprattutto dalle regioni maggiormente colpite dal virus, Lombardia in testa, le donne che dovrebbero interrompere la gravidanza in queste settimane per i termini di legge» spiega Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni. «Ci segnalano interrruzioni nel servizio. Oppure difficoltà ad accedere all’aborto farmacologico per via della situazioni critica negli ospedali. A queste si aggiungono segnalazioni da regioni dove la RU486 non è proprio disponibile negli ospedali. In Sicilia, per esempio».