Le minoranze etniche sarebbero più a rischio di contrarre il COVID, secondo un nuovo studio

Nella più grande ricerca fatta finora sui rischi di contrazione del COVID-19, i ricercatori non hanno ancora capito perché le persone con discendenza asiatica o africana sono più a rischio. [SHUTTERSTOCK]

Nel più ampio studio finora condotto sui fattori di rischio associati al COVID-19, i ricercatori hanno scoperto che le persone di origine etnica asiatica e nera sono a più alto rischio di morte per il virus, ma non sono ancora in grado di spiegarne appieno il motivo.

Lo studio, condotto da accademici dell’Università di Oxford e della London School of Hygiene and Tropical Medicine (LSHTM), ha analizzato i dati presenti nel Servizio Sanitario Nazionale di 17,4 milioni di adulti britannici tra i primi di febbraio e la fine di aprile.

Si tratta del più grande studio sul COVID-19 condotto da qualsiasi paese fino a oggi e offre la documentazione più completa attualmente disponibile sui fattori di rischio associati al coronavirus.

Tra i risultati degni di nota dello studio vi è il fatto che le persone di origine etnica asiatica e nera sono risultate essere a più alto rischio di morte rispetto ai bianchi.

I commentatori e i ricercatori avevano in precedenza ipotizzato che potesse essere dovuto a una maggiore prevalenza di problemi medici come le malattie cardiovascolari o il diabete, o a fattori socio-economici come gli alti tassi di deprivazione tra le comunità di minoranze etniche (chiamate BAME).

Tuttavia, lo studio ha concluso che questo rischio più elevato è solo parzialmente attribuibile a fattori di rischio clinico o di deprivazione preesistenti.

Di conseguenza, i ricercatori chiedono che venga condotto un ulteriore lavoro per comprendere appieno il motivo per cui queste persone sono a così alto rischio di morte.

Altri fattori chiave che si sono rivelati essere maggiormente associati al decesso di COVID-19 sono stati il genere maschile, l’età avanzata, il diabete e l’asma grave.

Il professor Liam Smeeth, professore di epidemiologia clinica al LSHTM e co-direttore dello studio, ha affermato che sono necessari dati altamente accurati sui pazienti più a rischio per gestire la pandemia e migliorare la cura del paziente.

“Le risposte fornite da questa analisi OpenSAFELY sono di importanza cruciale per i Paesi di tutto il mondo. Ad esempio, è molto preoccupante vedere che i rischi più elevati affrontati dalle persone con un background BAME non sono attribuibili a condizioni di salute identificabili”.

Il dottor Ben Goldacre, direttore del DataLab del Nuffield Department of Primary Care Health Sciences dell’Università di Oxford e co-direttore dello studio, ha affermato che durante un’emergenza sanitaria globale “abbiamo bisogno di risposte rapide e precise”, il che significa che sono necessarie serie di dati molto ampie e aggiornate. “Il Regno Unito ha una copertura e una qualità dei dati fenomenale. Lo dobbiamo ai pazienti di mantenere i loro dati al sicuro, e lo dobbiamo alla comunità globale di fare buon uso di questi dati”.

Lo studio ha collegato i dati relativi ai pazienti ricoverati con COVID-19 con i dati contenuti nei registri delle cure primarie tramite la piattaforma di analisi ‘OpenSAFELY’, un nuovo meccanismo sicuro che ha permesso di collegare le cartelle cliniche per l’assistenza individuale.

Questo progetto è stato pensato per ridurre al minimo i rischi per la sicurezza associati al trasferimento e all’archiviazione dei dati, per fornire analisi in modo rapido e sicuro, preservando al contempo la privacy del paziente. I dati sono resi anonimi prima che i ricercatori possano accedervi.

Sono attualmente in corso ulteriori analisi con OpenSAFELY, comprese le indagini sugli effetti di specifici farmaci prescritti di routine per le cure primarie.