Ex Ilva di Taranto, la Corte europea dei diritti umani condanna l’Italia: l’impianto è ancora un rischio per la salute

I verdetti di condanna, decisi all’unanimità, riguardano quattro ricorsi presentati tra il 2016 e il 2019 da un gruppo di oltre 200 cittadini di Taranto e dei comuni vicini e da alcuni dipendenti dell'acciaieria. [EPA/RENATO INGENITO]

La Corte europea dei diritti umani (Cedu) ha condannato martedì 5 maggio lo Stato italiano per le emissioni inquinanti dello stabilimento ex Ilva di Taranto, responsabili di mettere in pericolo la salute dei cittadini.

I verdetti di condanna, decisi all’unanimità, riguardano quattro ricorsi presentati tra il 2016 e il 2019 da un gruppo di oltre 200 cittadini di Taranto e dei comuni vicini e da alcuni dipendenti dell’impianto, alcuni dei quali – si legge nelle sentenze – hanno contratto patologie “che ritengono essere malattie professionali”.

I cittadini si erano rivolti alla Corte di Strasburgo perché ritenevano che l’Italia non avesse adottato le misure legali e regolamentari per proteggere la loro salute e l’ambiente, e non avesse fornito loro informazioni sull’inquinamento e sui rischi connessi per la loro salute.

La Corte ha ritenuto che ci sia stata una violazione degli articoli 8 e 13 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo, rispettivamente sul rispetto della vita privata e familiare e sul diritto a un ricorso effettivo, e ha condannato quindi lo Stato italiano a versare un risarcimento di 5 mila euro a ciascun ricorrente.

La Cedu ha inoltre evidenziato che l’Italia era già stata condannata dalla Cedu per lo stesso motivo nel gennaio 2019: da allora, la questione è stata portata all’esame del  comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che deve verificare se il nostro paese ha messo in atto tutte le misure necessarie per salvaguardare la salute degli abitanti.

Tuttavia, hanno scritto i giudici, nella riunione del marzo 2021 dedicata al tema, il comitato dei ministri ha stabilito che “le autorità italiane non avevano fornito informazioni precise sulla messa in atto effettiva del piano ambientale, un elemento essenziale per assicurare che l’attività dell’acciaieria non continui a rappresentare un rischio per la salute”: cioè lo Stato italiano non ha dato esecuzione alla sentenza del 2019.

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Il governo di Roma, ha spiegato l’Ansa, lo scorso 5 aprile ha presentato al comitato dei ministri nuovi elementi sull’attuazione del piano ambientale, in vista di un nuovo esame del caso previsto per il prossimo giugno.

Il documento contiene informazioni sui progressi relativi alle attività messe in campo “per garantire che le attività dell’ex Ilva non mettano più a rischio la salute degli abitanti di Taranto e dei comuni vicini”.

Secondo il governo, dalla documentazione fornita dagli enti coinvolti nell’attuazione del piano ambientale “emerge che la maggior parte delle misure previste sono state attuate”.

La Cedu, ha detto il co-portavoce dei Verdi italiani, Angelo Bonelli, “continua a condannare l’Italia e l’operato della sua classe politica” e intanto “a Taranto si continua a morire: parla da sé il triste primato della più alta incidenza di malattie tumorali tra i bambini”.

Per l’eurodeputata tarantina del gruppo dei Verdi europei, , Rosa D’Amato, “la sentenza è un nuovo schiaffo al governo, che invece ha in programma un aumento della produzione” dell’ex Ilva, mentre “la Commissione europea continua a voltarsi dall’altra parte e a bloccare la procedura d’infrazione contro l’Italia”.