Diplomazia dei vaccini: le strategie di Ue, Stati Uniti, Russia e Cina

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden in un centro di vaccinazione COVID-19 dei Veterans Affairs (VA) a Washington. EPA-EFE/KEVIN DIETSCH / POOL

Il virus, con tutte le sue varianti, incalza. I vaccini scarseggiano. E nella corsa contro il tempo per vaccinare la popolazione possiamo intravedere strategie “geopolitiche”, il riemergere di nazionalismi e l’acuirsi della divisione tra Paesi ricchi e poveri. Sud-Africa e India chiedono all’Organizzazione mondiale del commercio la sospensione della proprietà intellettuale dei vaccini ma i Paesi occidentali frenano.

Che il Covid non fosse un problema solo sanitario è stato chiaro quasi da subito. Con le prime chiusure, è diventato presto un grave problema economico e sociale. Ma questi sono solo gli aspetti più macroscopici del problema. L’impatto del Covid-19 sta anche nel fatto che ha acuito le differenze e rafforzato le dicotomie preesistenti: quella tra donne e uomini, come hanno reso noto le istituzioni europee in occasione dell’8 marzo; quella generazionale, non solo perché come i più recenti studi hanno evidenziato, l’interruzione della socialità ha una ricaduta fortissima su bambini e adolescenti, ma anche perchè il prezzo di questa crisi cadrà in gran parte sulle spalle dei giovani; ma anche quella tra Paesi ricchi e Paesi poveri.
A febbraio si è superata la soglia del mezzo milione di morti nell’UE; centomila solo in Italia e trecentottantamila tra Italia, Francia, Germania, Spagna e Polonia. Se allarghiamo lo sguardo al di fuori dell’UE, nel mondo i morti accertati sono oltre due milioni e seicentomila. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro, nel 2020 si sono persi 255 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, senza contare tutti i contratti a tempo che non sono stati rinnovati. L’unico argine a questo fiume in piena che distrugge ogni cosa sembrano i vaccini. Ma, almeno per ora, non ci sono per tutti.

Era il giugno del 2020 quando la Commissione Europea ha organizzato una grande raccolta fondi globale per poter garantire l’acquisto di vaccini anche per i Paesi più poveri del mondo: con un concerto virtuale con Coldplay, Miley Cyrus e Shakira tra gli altri erano stati raccolti 6,15 miliardi di euro, da aggiungere ai quasi 10 miliardi di euro stanziati da parte dell’UE, dei governi e dei filantropi miliardari, proprio per i Paesi più poveri. “Metteremo fine a questa pandemia solo quando sarà finita ovunque”, ha infatti sempre detto Ursula von der Leyen. Parole sempre sostenute anche dagli altri rappresentanti istituzionali UE, e soprattutto dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel, che anche pochi giorni fa ha difeso la vocazione “esportatrice” dell’Ue, sottolineando la differenza con Gran Bretagna e Stati Uniti che “hanno imposto un divieto assoluto all’esportazione di vaccini o componenti di vaccini prodotti sul loro territorio”.
Anche se, un cambio di rotta in qualche misura c’è stato quando su impulso del nuovo premier Draghi, l’Italia ha bloccato l’esportazione di 250 mila dosi di vaccino AstraZeneca dirette in Australia, nel quadro del meccanismo per il controllo e l’autorizzazione all’export di vaccini al di fuori dell’Ue.

Completamente diverso il tono dell’ultimo annuncio di Joe Biden: “Se avremo un surplus di vaccini lo condivideremo col resto del mondo”. Ma prima pensiamo agli americani, sottintende il presidente americano, riecheggiando la celebre formula del suo predecessore.
Ma soprattutto, di tono radicalmente diverso, è la posizione di Usa, Ue e Regno Unito contro la richiesta di oltre 100 Paesi in via di sviluppo di sospendere i brevetti dei vaccini, presentata al Wto. La proposta arriva da un iniziale impulso del Sudafrica e dell’India ma è sostenuta da decine di paesi in gran parte in via di sviluppo, ma osteggiata dai paesi occidentali: Gran Bretagna, Svizzera, nazioni dell’UE e Stati Uniti, sostengono le grandi industrie farmaceutiche, ritenendo che la protezione dei diritti di proprietà intellettuale incoraggi la ricerca e l’innovazione e che la sospensione di questi diritti non provocherebbe un’improvvisa impennata dell’offerta di vaccini.
Come alcuni commentatori hanno sottolineato, in questo quadro, Cina e Russia stanno cercando di costruire rapporti e alleanze internazionali; non è un caso che molti paesi in via di sviluppo stiano guardando proprio al vaccino russo (che rievoca un’ambizione geopolitica già con il nome, Sputnik) e a quello cinese. Anche se nel Paese asiatico la pandemia è sotto controllo il presidente dell’associazione che raccoglie le aziende cinesi produttrici di vaccini ha assicurato che la Cina arriverà a 4 miliardi di dosi all’anno, per coprire il 40% della richiesta mondiale.