Alzheimer, l’italiano che guida lo studio di Cambridge: “Così abbiamo creato un anticorpo utile alla diagnosi”

Il morbo di Alzheimer ad oggi tocca 50 milioni di persone in tutto il pianeta, quasi 9 milioni nel vecchio continente nel 2018, secondo l’ultimo report Dementia in Europe. [Pixabay]

Disegnato al computer, permette di identificare le tossine che uccidono i neuroni. Ha superato con successo una prima fase di test su topi e vermi, come spiega Michele Vendruscolo.

Ogni tre secondi, nel mondo, a una persona viene diagnosticata una forma di demenza. Il colpevole, nella maggior parte dei casi, è il morbo di Alzheimer: ad oggi tocca 50 milioni di persone in tutto il pianeta – quasi 9 milioni nel vecchio continente nel 2018, secondo l’ultimo report Dementia in Europe finanziato dal Programma per la Salute dell’Unione europea, e più di un milione e duecento mila cittadini italiani – ma c’è chi prevede che in trent’anni questo numero possa raddoppiare, se non addirittura triplicare, fino a sfondare quota 150 milioni di malati entro il 2050. Non esistono farmaci sul mercato di cui sia riconosciuto il potere terapeutico per questa patologia. La demenza subentra quando si spengono i neuroni in vaste aree del cervello. E una volta morti, i neuroni non si rigenerano: per questo l’Alzheimer è una lotta contro il tempo. Ma ora, grazie al lavoro di un team di scienziati di Cambridge guidati dall’italiano Michele Vendruscolo, dovrebbe essere più semplice diagnosticare il morbo prima che abbia già fatto troppi danni: grazie a un anticorpo, disegnato al computer, che permette di identificare le tossine che uccidono i neuroni. E che ha superato con successo una prima fase di test su topi e vermi. 

Un nemico invisibile

“La malattia di Alzheimer è stata riconosciuta dal medico che le ha dato il nome a inizio Novecento, dopo l’autopsia al cervello di una paziente demente: il medico ha visto ammassi di placche non meglio identificate, che poi si è scoperto essere di proteina beta-amiloide. Da allora questa proteina è considerata responsabile della patologia”, racconta il professore di Biofisica nell’Ateneo britannico. “Questa teoria, però – conosciuta in ambito accademico come ‘ipotesi amiloide’ – presenta due problemi: la quantità di depositi di beta-amiloide visibile nelle placche non è direttamente correlata alla gravità della malattia, e tutti i trial clinici che hanno cercato di ridurre i depositi di questa proteina nel cervello, finora, sono falliti”, prosegue il docente. Per questo l’ipotesi in questione alimenta da anni accesi dibattiti tra gli esperti del settore. 

Vendruscolo e i suoi colleghi hanno affrontato la questione cambiando prospettiva: se quello che si vede – i depositi grandi, le placche di proteine – non è direttamente responsabile dell’acuirsi della patologia, forse il vero nemico si nasconde in qualcosa che non si vede: degli oligomeri di beta-amiloide, agglomerati minuscoli di proteine, troppo piccoli per essere visibili con strumenti tradizionali come il microscopio ottico, che veicolano la componente tossica per i neuroni. Questi oligomeri, però, oltre a essere tossici e invisibili, sono molto instabili: “Hanno vita breve nell’organismo, si disintegrano facilmente, il che rende ancor più complicato rintracciarli”, mette in guardia lo scienziato. 

Un anticorpo disegnato al computer

Da qui l’idea di creare un’altra proteina – un anticorpo – capace di attaccarsi agli oligomeri di beta-amiloide per smascherare la loro presenza nei tessuti. “I metodi per produrre anticorpi che si usano per creare vaccini si basano sull’immunizzazione di altri animali. Quando hai un virus come target, lo inietti in un coniglio e aspetti che il suo sistema immunitario reagisca, producendo anticorpi. Con gli oligomeri questo non è possibile: gli agglomerati di proteine sono troppo instabili, si disintegrano facilmente, quindi non li puoi iniettare”, spiega Vendruscolo. Così il suo gruppo di ricercatori ha pensato la proteina anticorpo – una sequenza di aminoacidi – al computer, servendosi di quello che gli addetti ai lavori chiamano rational design, “disegno razionale”. Una proteina già testata su topi e vermi con risultati incoraggianti. 

Gli anticorpi, quando si tratta di Alzheimer, per Vendruscolo non sono ideali come terapia – “perché difficilmente arrivano al cervello”, dice – quanto appunto come forma di diagnosi, perché rintracciano tossine altrimenti invisibili. “Il cervello è molto plastico: tende ad adattarsi per preservare le proprie funzioni anche se alcune sue zone sono danneggiate. Si ristruttura per essere performante nonostante quello che viene a mancare. Il problema è che certe regioni cerebrali sono già morte all’80 per cento quando una persona comincia a manifestare sintomi di demenza”, ribadisce il professore.

Diagnosticare per poter curare 

Per individuare un tumore prima che sia a uno stadio avanzato, di solito, ci si affida a marcatori biologici: se loro son presenti, c’è la malattia, anche se non la vediamo. Il team di Cambridge sta provando a fornire uno strumento simile anche quando si tratta di Alzheimer. “Nell’uomo, il prossimo obiettivo è diagnosticare la malattia con un prelievo di sangue o di liquido cerebrospinale. Il primo è più facile da prelevare, ma più lontano dal cervello, quindi meno ricco di patogeni. Il secondo è più affidabile da questo punto di vista, ma più difficile e doloroso da ottenere”, riconosce. 

Perché le scoperte di Vendruscolo e compagni si trasformino in un kit diagnostico alla portata di tutti, potrebbero volerci anni. La pandemia da Coronavirus non aiuta: i laboratori, quando non hanno chiuso i battenti, lavorano a ritmo estremamente ridotto da mesi, per poter garantire il distanziamento sociale. E molti dei reagenti utilizzati dai ricercatori scarseggiano, perché arrivano dalla Cina e dall’India. Ma i traguardi raggiunti da questi scienziati lasciano ben sperare anche dal punto di vista terapeutico: un farmaco funziona quando sconfigge un agente patogeno. Per arrivare a una cura contro l’Alzheimer, conoscere contro cosa si sta combattendo è fondamentale.