Ungheria, Orban contro i governi locali: una battaglia pericolosa

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[EPA-EFE/JOHN THYS / POOL]

L’iper-centralizzazione delle decisioni non aiuta a trovare vie d’uscita alla crisi, scrive Tamas Reti.

Prima di indagare sull’attuale politica del governo ungherese, in relazione ai comuni in cui i sindaci dei partiti di opposizione hanno vinto le elezioni locali nel 2019, dovremmo dare un’occhiata alla situazione macroeconomica ungherese prima e durante la crisi del Covid.

L’Ungheria ha registrato una spinta alla crescita economica durante la crisi del 2010, basata su un elevato afflusso di Investimenti Diretti Esteri, soprattutto fondi Ue e rimesse degli ungheresi emigrati in Occidente. In questo contesto internazionale favorevole, il governo nazionale ha attuato una politica fiscale e monetaria pro-ciclica. Nonostante l’elevata crescita economica, l’Ungheria registrava un importante deficit e il debito pubblico (66,4% del PIL) era il più alto tra i 4 paesi di Visegrad.

Per sostenere la convergenza economica, la Banca nazionale ungherese ha mantenuto basso il tasso d’interesse, che ha portato ad un rapido deprezzamento della moneta nazionale. Nonostante l’aumento delle esportazioni, la rapida crescita della domanda interna ha sostenuto un’elevata crescita delle importazioni. C’è stato un boom nell’edilizia, nella vendita di abitazioni e di auto nuove, nella crescita del reddito reale, mentre non si è verificato alcun cambiamento positivo nel potere d’acquisto delle pensioni, nello standard del salario minimo e nel sostegno sociale al segmento a basso reddito della società. Il più grande fallimento della politica del governo è stato l’impoverimento della sanità pubblica, che ha una quota relativamente bassa del Pil (meno del 5%).

A seguito della crisi del Covid, il Pil si ridurrà di circa il 6% nel 2020. La performance economica del livello pre-crisi potrebbe essere raggiunta entro il 2022, secondo le previsioni del governo. L’Unione europea, come reazione alla pandemia, ha deciso di sospendere le regole sul debito pubblico e sul deficit di bilancio. A causa della crisi economica e sanitaria, si prevede che il deficit di bilancio raggiungerà il 9% e il debito pubblico sarà pari al 78% del Pil nel 2020.

Il problema principale è che il governo ha aumentato la spesa pubblica per scopi non legati alla pandemia, come la costruzione di nuovi stadi di calcio, il finanziamento di nuovi edifici governativi, il sostegno a vari fondi privati ‘di amici’. La curva discendente della valuta ungherese è proseguita con la perdita di valore in euro sia di attività finanziarie sia del reddito.

La gestione della crisi da parte del governo è stata finora priva di attenzione alla componente sociale. L’Ungheria ha ancora il tempo più breve in Europa (3 mesi) di sussidi di disoccupazione, manca la compensazione salariale per coloro che hanno temporaneamente perso il lavoro, la disponibilità di lavoro pubblico è limitata, gli standard sociali non hanno rapporti con l’aumentare dell’inflazione dei prodotti alimentari.

In queste circostanze il governo nazionale ha avviato nuove condizioni per limitare l’autonomia e l’indipendenza dei governi locali. È importante menzionare: il divieto di aumentare le tasse locali, l’autorizzazione del governo è necessaria per avere accesso ai crediti, il parcheggio pubblico è diventato gratuito e la nuova regolamentazione governativa ha ridotto alla metà la tassa commerciale locale pagata dalle piccole e medie imprese.

Come risultato di questa riduzione fiscale i comuni potrebbero perdere circa il 9 per cento e il solo comune di Budapest il 18 per cento del loro reddito. Il lato negativo di questo taglio fiscale è che mette a repentaglio i servizi pubblici, come il trasporto pubblico, la raccolta dei rifiuti, la pulizia municipale, etc. La tassa sulle imprese è stata una risorsa importante per i governi locali. Nel caso di Budapest, essa costituisce circa il 60% delle entrate. Le piccole e medie imprese pagano il 40% del totale dell’imposta sulle imprese basata sul reddito.

L’associazione dei comuni ungheresi, un’organizzazione indipendente e non governativa, ha dichiarato che il governo nazionale sta perseguendo una discriminazione contro l’autonomia e l’indipendenza dei governi locali. La discriminazione è derivata dal fatto che le autorità locali filo-governative ottengono finanziamenti extra per compensare le perdite sulle entrate fiscali. Per protesta, il 23 dicembre il comune di Budapest ha spento i riflettori per un’ora, invocando l’aiuto dell’Associazione delle città libere per unificare l’azione a tutela dell’autonomia.

I governi locali hanno un ruolo economico e sociale straordinario in tempi di crisi. Il governo di Orban non considera le municipalità come partner nella lotta alla pandemia ed alla crisi. Questa politica del governo è parte integrante della generale iper-centralizzazione delle decisioni, che ha posto gli ospedali e le imprese commerciali sotto il controllo militare; oltretutto nascondendo informazioni fondamentali all’opinione pubblica. La gestione governativa della crisi economica e sanitaria è stata davvero pessima. Questa politica attuale non aiuta a trovare una via d’uscita, ma la ostacola ulteriormente.

Tamas Reti è Senior Research Fellow e University Lecturer a Budapest