Scontro Polonia-Ue: come si è arrivati alla negazione del primato del diritto europeo

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La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (a destra) con il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki. [EPA-EFE/PASCAL ROSSIGNOL / POOL]

Senza retorica, il 7 ottobre è stata scritta una pagina senza precedenti nella storia dell’integrazione europea, anche se nella direzione della disintegrazione. Quanto meno, la lettura orale e il dispositivo della sentenza in causa K3/21 del Tribunale costituzionale polacco formalizzano l’incompatibilità tra alcuni articoli della Costituzione nazionale e altrettanti articoli del Trattato sull’Unione europea, il che significa incompatibilità né più né meno che tra i due ordinamenti, al massimo livello possibile, e prevalenza del primo sul secondo (in frode alla natura del primo, come si dirà). Ma come si è potuti arrivare a questo?

Trattandosi di una storia lunga ormai di anni e alquanto intricata, ci si limita a ricordare che la sentenza è resa su un lunghissimo ricorso in via d’azione del premier Mateusz Morawiecki. In breve, al termine di molte cause perse presso la Corte di giustizia europea e pendenti altri diversi casi a rischio di sconfitta, specie sull’indipendenza dell’ordine giudiziario nazionale, l’esecutivo di Varsavia ha pensato di ottenere una specie di opzione nucleare dalla sua massima istanza giudiziaria, già composta in modo illegittimo secondo le sentenze K 34/15, nazionale, e Xero Flor c. Polonia (4907/18) della Corte europea dei diritti dell’uomo. Ormai composta integralmente da persone selezionate dal partito al potere, e talmente orientate ideologicamente da non aver alcun bisogno di pressioni, questa istituzione si è vista depositare, la scorsa primavera, un corposo documento governativo con cui le si chiedeva addirittura di dichiarare illegittimi, per contrasto con alcuni articoli della Costituzione, altri articoli del TUE per come interpretati dalla Corte di giustizia a Lussemburgo (s’intende, in modo considerato abusivo e ultra vires ma in definitiva subito dal governo nazionale). In attesa di conoscere motivazioni delle quali difficilmente il pregio giuridico potrà esser considerato il maggior elemento di interesse (e due opinioni dissenzienti), il dispositivo è di una tale radicalità da oltrepassare, almeno nei toni, quanto già richiesto nel petitum e sbattere la porta in faccia anche alla possibilità di una finzione di dialogo con le istituzioni eurounitarie. Ad essere colpiti sono in particolare gli artt. 1, 2, 4 e 19 TUE, in un molteplice combinato disposto, e ciò allo scopo di annichilire ogni provvedimento passato, presente o futuro delle autorità europee che possa incidere sulla struttura del giudiziario e di intimidire ogni giudice nazionale che metta in discussione l’indipendenza dell’attuale e politicizzato Consiglio nazionale della magistratura, la soppressione di ogni rimedio legale interno per contestare procedure di selezione dei giudici, il perfezionamento dell’assunzione degli stessi grazie alla sola nomina finale del Presidente della Repubblica. 

In ogni caso, una prima valutazione della sentenza può essere compiuta a partire dal citato ricorso di Morawiecki, che a sua volta prende le mosse da una sentenza della Corte di giustizia a seguito di un rinvio pregiudiziale di magistrati polacchi proprio contro l’assenza dei rimedi cui si accennava sopra. Il ricorso, per la sua densità, può essere considerato un trattato di diritto ‘sovranista’ ove si ripercorre la giurisprudenza storica europea e di molti stati membri, ma anche due sentenze del Tribunale polacco, rispettivamente la K 18/04 del 2005 (sul Trattato di adesione) e la K 32/09 del 2010 (su “Lisbona”), nella pretesa soprattutto di invocare una continuità tra queste due ultime e la decisione ora richiesta, una continuità che nei fatti non c’è affatto, dato che queste decisioni sancirono la completa compatibilità tra i due ordinamenti e i rispettivi valori di fondo. Quello che però consente al ricorrente di sostenere coerenza tra bianco e nero è che gli articoli impugnati del TUE non sarebbero stati modificati nella loro lettera formale, dal momento dell’adesione all’Unione o della ratifica del Trattato di Lisbona, ma unicamente nell’accezione che ne avrebbe dato la Corte di giustizia, in diverse sue sentenze sull’indipendenza della magistratura polacca. Con tale impostazione, che pare condivisa dal collegio giudicante – salvo ulteriore inasprimento dei toni nel dispositivo –, da un lato, nelle lunghissime motivazioni del ricorso, si insinua esservi un ultra vires da parte della Corte di Lussemburgo; dall’altro si finisce però per fare un inchino formale a quella giurisprudenza, rendendole una sorta di resa. Ma la combinazione di questi due atteggiamenti in apparenza contraddittori sembra costruita appositamente per compiere il passo più avventato nella storia dell’integrazione, quello che porta a dichiarare incostituzionali alcune norme del TUE. È sotto questo aspetto che si registra il maggiore distacco tra questa e altre pronunce di giurisdizioni nazionali, tra cui la famosa e controversa Weiss del 5 maggio 2020. Anche lasciando da parte la diversa materia del contendere, la diversa natura giuridica dei ricorrenti e la (assai crescente) differenza di prestigio tra le due istituzioni, in quella decisione il Tribunale costituzionale federale tedesco compì un’operazione per certi aspetti opposta: nel confutare un’interpretazione del diritto europeo già data dalla Corte di giustizia, e nell’instaurare una sorta di dialogo conflittuale e forse inappropriato con le istituzioni dell’UE, si fecero però salvi, almeno, i rapporti formali tra la Costituzione e il diritto europeo primario. In questo caso si è accesa la miccia di un conflitto tra i più solenni livelli normativi dove pare che il diritto abbia detto ormai l’ultima parola che potesse dire, e gli sviluppi, quali che ne saranno gli esiti, possono essere solo di natura politica.

Quanto all’asserita continuità di questa sentenza con quelle già richiamate, si propone qui di capovolgere il ragionamento di chi la afferma con tanto puntiglio. Anziché spiegarla con un mutamento di orientamento della Corte di giustizia – che semmai ha solo dovuto conoscere nuovi casi e sfide non emerse in precedenza – essa può risalire alla mutazione genetica del Tribunale costituzionale polacco, che – restando alla materia – nell’arco di un decennio ha compiuto almeno un paio di puntuali revirements in tema di composizione del Consiglio nazionale della magistratura e di possibilità per aspiranti giudici di fare ricorsi interni contro procedure di selezione perse, pur avendo a disposizione parametri testuali immutati e, più in generale, è ormai totalmente composto di un personale diverso e altro da quello che si riconobbe nella Costituzione.

Quest’ultima viene ora brandita come arma contro l’integrazione europea al punto che i riferimenti ad essa potrebbero essere sostituiti da espressioni come “protezione della sovranità statale assoluta e illimitata” e le conseguenze pratiche sarebbero le stesse. Difficile aspettarsi qualcosa di diverso se si considerano nell’ordine i seguenti fattori: l’errore di ‘programmazione’ originario, con un organo di giustizia costituzionale composto fin dagli anni ottanta da 15 giudici eletti da un solo ramo del Parlamento e a maggioranza semplice dei voti; l’esistenza di un partito i cui leader votarono contro la Costituzione nel referendum del 1997, poi vi furono sempre sinceramente ostili e successivamente depositarono un progetto ispirato a valori totalmente alternativi (senza mai poterlo approvare); la vittoria elettorale di questo stesso partito con la maggioranza assoluta di seggi per due volte di seguito. Si considerino nell’insieme questi tre elementi e forse non ci vorrà molta fantasia per comprendere come si spiega la sentenza del 7 ottobre 2021, al di là di come la spiegano adesso 26 giudici costituzionali emeriti.