Orban e Renzi: l’attacco ai diritti del lavoro

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[EPA-EFE/CLAUDIO PERI]

Le conquiste dei lavoratori in Europa sono sotto l’attacco concentrico di diversi esponenti politici che, in modo diverso (consapevolmente o meno), operano per screditarle scrive Tommaso Visone.

La democrazia non ha frontiere. Se disprezzata in un posto è minacciata dappertutto”.

Albert Camus.

Un maestro come Guido Calogero ricordava nel suo “L’ABC della democrazia” (1944) che l’eguaglianza sociale è una condizione essenziale della stessa libertà politica e, con essa, della democrazia. Dello stesso avviso, in tempi più recenti, Pierre Rosanvallon che ha mostrato come quella democratica sia una “société des égaux” in cui i diritti sociali, a cui si lega la reciprocità tra i membri del corpo sociale e l’eguale trattamento degli stessi, hanno avuto e hanno un’importanza decisiva. Infatti se vi è stata una conquista che ha caratterizzato la civiltà europea dopo la fine della seconda guerra mondiale questa è stata quella dei diritti sociali e della conseguente tutela del lavoratore, della sua dignità e integrità fisica e morale. Tali fondamentali conquiste, presenti nelle carte costituzionali e nelle normative nazionali del lavoro, sono altresì passate nel diritto comunitario (oggi dell’Unione europea) tramite apposite Carte, quali la Carta sociale europea (1961). Ad oggi, sulla scia di tale tradizione, i principi secondo i quali “nessuno può essere tenuto in condizioni di schiavitù o di servitù” e “nessuno può essere costretto a compiere un lavoro forzato o obbligatorio” (art. 5, Carta dei diritti fondamentali dell’Ue) sono tra i principi basilari della civiltà europea, ovvero del modo in cui si caratterizza, si organizza e si legittima la convivenza tra gli abitanti di questo continente. Modello che i politici di questo continente dovrebbero difendere e proporre anche al di fuori dei confini dell’Unione.

Tuttavia, proprio qui in Europa, tali conquiste e principi sono sotto l’attacco concentrico di diversi sicari politici che, in modo diverso (consapevolmente o meno), operano per screditare e sopprimere tali conquiste e, insieme ad esse, il modello di civiltà che dalle stesse dipende. Negli ultimi tempi due casi sono risultati particolarmente significativi al riguardo. In primis vi è, come riportato da Federico Fubini sul “Corriere della Sera”, la questione delle “leggi di schiavitù” per i lavoratori ungheresi fatte approvare dal governo di Viktor Orban. Quest’ultimo, creatore di un regime autoritario (visto che nei tempi moderni, come insegnava Norberto Bobbio, le “democrazie illiberali” sono un ossimoro), sta trasformando l’Ungheria, nel silenzio complice di molti media europei, in “una sorta di colonia industriale per investitori esteri”. Colonia interna al mercato unico dell’Ue in cui i diritti dei lavoratori semplicemente vengono spazzati via. Infatti, sin dal marzo scorso, il governo ha sospeso il Codice del lavoro e cancellato gli accordi collettivi in vigore, giungendo infine all’approvazione delle nuove leggi che regolano i rapporti di lavoro nel paese magiaro. Queste ultime, scrive Fubini, danno a tutti i datori di lavoro il potere:

“di fissare unilateralmente un «quadro orario» di ventiquattro mesi per ciascun dipendente; l’azienda può indicare quante ore l’addetto dovrà assicurare nei prossimi due anni. Se per un certo periodo la produzione rallenta a causa di Covid-19, il lavoratore recupererà tutte le ore perse quando i ritmi produttivi riprenderanno nella fase successiva. E se il dipendente decide di lasciare l’azienda prima di aver completato il suo «quadro orario», allora dovrà versare all’azienda l’equivalente del salario che avrebbe ricevuto fino alla fine del suo «quadro». Per esempio, un lavoratore che vuole lasciare dopo aver coperto solo dodici mesi del suo programma dovrà versare un anno di paga futura all’ex datore di lavoro. È una buonuscita al contrario. Più esattamente, una sorta di servitù del debito a carico dei lavoratori: bisogna pagare per potersi liberare”.

Di fatto quella che si istituisce in Ungheria è una forma di servitù che obbliga al lavoro e che – contro l’art.15 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue – mira a limitare la mobilità dei lavoratori ungheresi (che è cresciuta negli ultimi anni, in cui il 5% della popolazione ungherese è migrata all’estero). Contro tale mobilità negli stessi mesi il governo ungherese aveva fatto approvare un’altra legge – detta legge di schiavitù numero uno (quella di prima era la numero due) – che stabilisce:

straordinari obbligatori per due ore al giorno, in media, saldabili dall’azienda solo tre anni più tardi; anche in questo caso il lavoratore perde il diritto ai compensi se decide di lasciare l’azienda prima di essere stato pagato per gli straordinari”.

La domanda che sorge spontanea è a chi giovano tali riforme regressive? E qui emerge chiaramente come dietro a ogni sicario vi sia un mandante che è, allo stesso tempo, interessato e pagante. Il caso vuole che la BMW abbia, dopo l’approvazione di queste leggi, sbloccato il suo contratto per costruire una nuova fabbrica a Debrecen di cui il beneficiario, altro caso, sarebbe l’intimo amico del premier Lőrinc Mészáros. D’altronde il governo di Orban era già noto per garantire alle aziende automobilistiche tedesche enormi sgravi fiscali che poi venivano a coincidere con appalti che interessavano amici o familiari del premier. A tali favori ora si aggiunge una normativa che cancella un tratto fondamentale della civiltà europea, connettendola, last but not least, alla precarizzazione integrale dei dipendenti del settore pubblico, culturale e sanitario in modo da stroncarne sul nascere ogni diritto allo sciopero.

Nel mentre in Italia il senatore della Repubblica ed ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, dopo aver affermato in numerose occasioni che avrebbe lasciato la vita politica qualora avesse perso il referendum del 2016, apriva la crisi politica del governo Conte II e subito dopo volava a Riad. Si potrebbe legittimamente pensare che in un momento delicatissimo per la vita politica del paese la sua presenza in Arabia Saudita fosse da legarsi a un improrogabile impegno internazionale. Invece, il leader di Italia Viva si recava a una conferenza di cortesia con il principe Mohammed Bin Salmann, noto alle cronache per essere il probabile mandante dell’omicidio Khashoggi, in cui, tra le altre cose, Renzi affermava di essere “jealous” – geloso, intendendo invidioso – “del vostro costo del lavoro”. Interessante è ora sottolineare come in Arabia Saudita, monarchia assoluta, non esistano sindacati, diritti di sciopero, partiti politici né un parlamento, motivo per cui tale paese figura nella lista dei quattordici peggiori posti al mondo in cui lavorare, secondo Foreign Policy. In particolare in Arabia Saudita esiste il sistema della kafala in base al quale i lavoratori stranieri (circa dieci milioni) si legano a un’agenzia, a un’impresa o a un privato cittadino che gli fanno da “sponsor” (kafeel in arabo). Questi kafeel di fatto si trovano a disporre di un potere illimitato sul lavoratore che coincideva, fino a poco tempo fa, addirittura con la possibilità di ritirargli il passaporto e impedirgli ogni tipo di mobilità. A tale sistema, molto vicino a un modello schiavistico, erano e sono legate inoltre delle paghe da fame che contribuiscono ad abbassare di molto il costo medio del lavoro locale. Questo è il sistema, denunciato più volte per la violazione sistematica dei diritti umani, a cui l’ex sindaco di Firenze guarda con invidia e ammirazione per un “nuovo Rinascimento”.

Ora, non stupisce che queste incommentabili sviolinate di Renzi, volte a ripulire l’immagine internazionale di un regime criminale, giungano a fronte della partecipazione dello stesso ex sindaco di Firenze all’advisory board della Future Investment Initiative controllata da casa Sa’ud. Partecipazione per cui il senatore, come spiegato da “Domani”, potrebbe ricevere fino a ottantamila dollari l’anno, il tutto fatto durante il mandato presso la Camera alta italiana, come se niente fosse. Anche qui vi è dunque un mandante/pagante e a poco vale sottolineare che la conferenza in questione fosse gratuita visto il rapporto di lavoro – è triste, ma di questo si tratta – intercorrente tra i due soggetti del caso. Non sorprende neanche che tali affermazioni, che si pongono agli antipodi dei principi sociali europei, giungano dall’uomo che con il “Jobs Act” ha, sono parole edite sulla rivista liberale “il Mulino”, “trasferito potere negoziale, e quindi risorse economiche, dai lavoratori alle imprese”. Ma, non pago di aver contribuito alla precarizzazione del sistema sociale italiano, ora Renzi agisce su uno scenario più vasto: sdogana e legittima un modello antitetico a quello europeo, auspicandone e intravedendone il successo.

Questi sicari agiscono pubblicamente e sono letali, se non contrastati. I loro mandanti sono interni – le imprese tedesche, supportate dallo stesso governo di Berlino (non è un caso che Orban, un dittatore, esca sempre con un accordo dal confronto con la Merkel) – ed esterni, come nel caso della ambiziosa e spietata casa regnante saudita. Il pericolo che, a seguito di queste e di altre iniziative, si legittimino e si rinforzino dentro e fuori dall’Unione logiche e pratiche schiavistiche, in totale contrasto con i principi cardine della civiltà europea del XX secolo, è reale. Contro di esso non vi è difesa se non nella politica e nell’impegno informato dei cittadini europei a difesa di conquiste lasciate sin troppo a lungo deperire, nonostante il dritto dell’Unione, dentro i confini nazionali. In tal senso c’è bisogno di battersi per un’Europa sociale che renda strutturalmente impossibile agli stati membri di far venire meno certe tutele minime e che riaffermi nel mondo l’esistenza di uno spazio d’eguaglianza e di democrazia: il solo capace, questo sì, di far rifiorire la vita umana e di rispondere radicalmente a tali vergognose e barbariche iniziative.