La tutela dello Stato di diritto attraverso il meccanismo per la protezione dei valori dell’Ue

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MEP - Daniel Freund [Daniel Freund]

Lo scorso 5 novembre 2020, dopo diverse settimane di stallo di negoziati che ancora oggi fondono decisioni e pressioni sul bilancio pluriennale con sforzi di recupero dei principi e valori che dovrebbero sorreggere l’intero progetto europeo, ma risultano sempre più compromessi dagli intenti e dai comportamenti divergenti dei singoli Stati membri, è stata maturata una prima e significativa intesa tra le posizioni del Parlamento europeo e del Consiglio.

Nel corso della stessa settimana in cui, con un tono di celebrazioni di basso profilo anche a causa della propagazione globale della pandemia e delle misure restrittive in vigore nella maggior parte degli Stati Membri dell’Unione, ricorrono i 70 anni dalla firma della Convenzione Europea dei Diritti Umani (CEDU) imperniata sullo Stato di diritto si delinea finalmente il profilo di un pur provvisorio accordo sulla tutela di quest’ultimo.

Quello che al momento prende il nome di “meccanismo per la protezione del bilancio e dei valori dell’UE” è, però, molto più debole rispetto alle preoccupazioni espresse in particolare dai membri del Parlamento europeo e richiamate anche nella relazione 2020/2072(INI) adottata il 7 ottobre 2020, dallo stesso Parlamento attraverso la quale si invoca il rafforzamento dello stato di diritto in tutto il territorio dell’Unione, possibilmente per mezzo di nuovi dispositivi concreti e sanzioni realmente efficaci per gli Stati Membri in caso di violazione.

Con l’espressione “stato di diritto” si fa riferimento a una locuzione alla quale le istituzioni sono tornate a far ricorso con maggior frequenza negli ultimi mesi, in concomitanza con i negoziati sul bilancio pluriennale e sul piano per la ripresa economica, e che deriva dal termine tedesco “Rechtsstaat” coniato dalla dottrina giuridica nel XIX secolo e comunemente considerata la pietra angolare della democrazia costituzionale contemporanea.

L’Unione europea attualmente dispone di alcuni strumenti per la protezione dello stato di diritto previsti a tal fine dai Trattati, in particolare i meccanismi preventivo e sanzionatorio di cui all’art. 7 TUE e la procedura di infrazione ex artt. 258-260 TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea) che hanno, però, dimostrato forti limiti negli ultimi cinque anni.

Per proteggere efficacemente l’ordinamento giuridico dell’Unione europea, i diritti fondamentali dei suoi cittadini e la sua credibilità internazionale dal deterioramento dei valori racchiusi, in particolare, nell’articolo 2 TUE, gli eurodeputati propongono dunque uno strumento permanente, basato su fatti comprovati, che si applichi in modo equo e obiettivo a tutti gli Stati membri nel rispetto dei principi di sussidiarietà e proporzionalità.

In una recente intervista che ho avuto l’opportunità di condurre con l’europarlamentare tedesco Daniel Freund, negoziatore in seno alla commissione per il controllo dei bilanci del gruppo dei Verdi/Alleanza libera europea al Parlamento europeo e tra i promotori dell’appello “La democrazia europea non è in vendita: Un appello all’azione” sono emerse ulteriori preoccupazioni. “Dovremo assicurarci che il meccanismo dello Stato di diritto non sia solo un’ennesima tigre di carta. Tale meccanismo può essere considerato utile solo se effettivamente applicato e si dimostra che il processo di attuazione delle sanzioni non può essere ritardato all’infinito” è uno dei timori principali di Freund che prosegue spiegando come “Le risorse di provenienza unionale costituiscono una porzione significativa del bilancio nazionale di molti degli Stati membri che hanno ancora situazioni problematiche irrisolte rispetto allo stato di diritto. La loro stabilità, anche a livello statale, dipende dalla disponibilità delle risorse comuni e se i soldi smettono di arrivare, inizieranno a vacillare. Questo rischio dovrebbe rappresentare un incentivo per regolarizzare le situazioni maggiormente problematiche” o perlomeno è la sua speranza, mentre ricorda che tali rischi non riguardano soltanto i Paesi monitorati con maggior insistenza – in primis Polonia e Ungheria – e che sono stati al centro anche di una sua recente missione, poiché “ci sono problemi con la corruzione in ogni stato membro dell’Unione. E ci sono problemi con lo stato di diritto in molti di essi. Sono situazioni che vanno di pari passo. Il meccanismo di garanzia che stiamo chiedendo di rafforzare non deve essere inteso come una Lex Orbán. Le tutele dovranno, in senso esteso e non personalizzato, prevenire e non solo sanzionare le violazioni dello Stato di diritto in tutta l’Unione europea, indipendentemente dal partito di coloro che sono al governo in un momento dato”.

Abbiamo dunque parlato delle situazioni specifiche in Polonia e in Ungheria, ovvero quelle più note, ma non le uniche, come emerso dalle recenti missioni alle quali il giovane europarlamentare ha fatto riferimento più volte ricordando le criticità in cui versano da anni i mezzi di comunicazione indipendenti in Ungheria, in particolare l’emittente radiofonica Klubrádió, e l’amministrazione della stessa città di Budapest guidata attualmente dall’opposizione al governo di Viktor Orbán.

Per la prima volta in Europa disponiamo di un meccanismo che collega in maniera chiara l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello Stato di diritto. Questo è un passo avanti per la protezione dei valori europei, nonostante il meccanismo non sia potente come avremmo voluto al Parlamento europeo.” – ammette in ogni caso Freund, concludendo con l’aspettativa nei confronti degli Stati membri che “devono dimostrare come questo meccanismo di sanzioni possa essere applicato in maniera rapida ed efficace.”

Il dibattito sul meccanismo per la protezione dei valori dell’UE è, purtroppo, rimasto nell’ombra rispetto alla narrativa pervasiva sul bilancio pluriennale e sul piano per la ripresa che occupa interamente lo spazio già generalmente scarso riservato alla dimensione europea sugli organi di stampa tradizionali negli Stati membri. Tale negoziato, e le discussioni così come le pressioni associate a questo processo, sono però rilevanti per la sopravvivenza dell’intero disegno europeo e il perseguimento di un’Unione sempre più forte e coesa, in grado di emergere dai rischi di sgretolamento in atto e dai nazionalismi autocratici in ascesa. Una presa di posizione chiara, anche da parte dell’opinione pubblica in maniera realmente transnazionale, costituisce una speranza e al tempo stesso una garanzia solida per superare quell’approccio meramente utilitaristico associato ai paesi oggetto delle preoccupazioni sul piano dello stato di diritto, in primis Polonia e Ungheria anche in virtù delle pendenze irrisolte, nei confronti dei quali si ricorre frequentemente all’espressione popolare che invita a pensare a una “Europa che non sia (più) un bancomat”. Occorre, però, riconoscere come questa espressione così brutale rispecchi in realtà la situazione di molte derive e approcci opportunistici sia governativi sia di carattere privato, ovvero i cosiddetti beneficiari finali richiamati anche nelle rassicurazioni espresse dalla co-relatrice del negoziato Eider Gardiazabal Rubial nella sua dichiarazione dello scorso 5 ottobre, che in maniera crescente negli ultimi anni hanno guardato all’Unione europea come una sorta di ‘progettificio’ o, ancor peggio, una società di mediazione creditizia minandone le basi valoriali e l’implementazione delle politiche pubbliche e di strategie condivise che dovrebbero, invece, guidare qualsiasi transazione finanziaria resa possibile per mezzo delle risorse comuni. Mi auguro che la tutela dello stato di diritto possa realmente rappresentare un passo decisivo anche in questa direzione valoriale e strategica in vista di un’Unione europea che incarni sempre di più un progetto politico transnazionale e sempre meno l’interesse particolare e strumentale di singoli Stati o gruppi e individui specifici che remano contro i principi collettivi e compromettono l’integrità e la rappresentatività della stessa Unione.

Anna Lodeserto collabora con la Commissione europea e scrive per riviste specializzate a livello internazionale e per le pubblicazioni tematiche sulla partecipazione politica dei giovani nei paesi membri dell’Unione europea e del Consiglio d’Europa edite dalla EU-CoE Youth Partnership, ovvero il Partenariato tra la Commissione europea e il Consiglio d’Europa nel settore della gioventù.