La ricetta della Spagna contro le crisi: Unione europea e dialogo

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Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez chiacchiera con il vice Pablo Iglesias durante una sessione plenaria della Camera bassa del Parlamento spagnolo. [EPA-EFE/J.J. GUILLEN]

Per la Spagna l’annata 2019 – 2020 è stata nel segno della crisi. Prima la catalana, esplosa alla metà di ottobre in seguito alla sentenza del “procès”, seguita dalla pandemia del coronavirus, occorsa circa due mesi dopo l’insediamento del Governo di coalizione progressista presieduto dal socialista Pedro Sanchez.

Crisi che hanno messo a repentaglio la tenuta statuaria e democratica del Paese, complici anche i toni incendiari e liberticidi di un’opposizione ideologicamente soggiogata dagli afflati reazionari di Vox, formazione di estrema destra giunta in parlamento nel 2019.

La polarizzazione del dibattito, lungi dal compromettere definitivamente la già precaria tenuta del governo, ne ha viceversa rinsaldato le fila rivelandogli la sua ragion d’essere in passato messa ai margini dalle ragioni dei singoli partiti che lo compongono.

Tra i vari sintomi della ritrovata intesa tra i soci di Governo Psoe e Unidas Podemos vi è il “Reddito minimo statale” strumento di lotta alla povertà approvato in piena crisi e in barba al credo ordoliberista imperniato sul rigore di bilancio e l’annichilimento dello Stato Sociale.

Rinvigorito dagli attacchi e dalle pressioni, il governo progressista spagnolo ha svolto il ruolo di co – protagonista a fianco di Francia e Italia, le cosiddette cicale, nelle serrate trattative relative alla gestione economica della crisi prossima ventura, culminate con l’approvazione del Recovery Fund nonostante l’opposizione di alcune formiche, Olanda su tutte.

La Spagna, entrata a fare parte della Comunità Europea nel 1986 – undici anni dopo la fine della dittatura franchista – ha legato a doppio filo la transizione democratica a quella europea, distinguendosi tra coloro che sin dal principio hanno intravisto nell’Unione una comunità di destino, prim’ancora che un’entità economica.

Un senso d’identità europea andato però incrinandosi a seguito delle crisi finanziaria (2007- 2008) e dei debiti sovrani (2011 – 2012) e sfociato nell’insorgenza di pulsioni antidemocratiche scientemente intercettate dall’estrema destra, ad oggi terzo partito nazionale.

A ciò sono dovute le dichiarazioni fatte dal Presidente Sànchez di fronte al congresso il 9 aprile, in cui ha evidenziato come l’approccio ostile e non solidale dei Paesi del Nord Europa stia rischiando di rivelarsi la pietra tombale sul progetto d’integrazione europea.

Perennemente scossa da spinte centrifughe che vorrebbero minacciarne l’unità, la Spagna a trazione progressista targata Psoe- Podemos ha abbandonato la ricetta “lacrime e manganello” adottata dai governi conservatori, optando per una gestione della crisi all’insegna del dialogo e della ricerca di un compromesso organico con le forze autonomiste. Un approccio altresì spendibile in sede europea, dove l’attitudine diplomatica e a un tempo risoluta potrà rivelarsi decisiva per il riassorbimento delle linee di frattura ampliatesi in seno all’Unione durante la crisi del Covid – 19, e per l’implementazione di un’unione fiscale che ne scongiuri la definitiva implosione.