La questione monarchica è un affare europeo

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epa08296395 (FILE) - Spanish King Felipe VI (R) and his father, Spanish Emeritus King Juan Carlos I (L) attend an act of the Cotec Foundation in Madrid, Spain, 15 May 2019 (reissued 15 March 2020). According to an official statement of the Spanish Royal House, King Felipe VI is renouncing all heritage that he could be entitled to on the part of his father, Emeritus King Juan Carlos. The statement also informs that Emeritus King Juan Carlos I will no longer receive public funds assigned to him after his abdication. The historical measure has been shared after King Felipe was named as a beneficiary of an offshore fund holding a 65 million gift from Saudi Arabia given to his father when he was on the throne, reports state. EPA-EFE/Paco Campos

Esaurita da tempo la rendita politica derivata dalla partecipazione attiva alla transizione democratica del 1978, la Corona Spagnola, per tramite del “Rey Emérito” Juan Carlos I, padre dell’attuale re di Spagna Felipe VI, si è resa protagonista negli ultimi anni di scandali di corruzione che ne stanno minando definitivamente la già fragile impalcatura. L’ultimo della lunga serie ha riacceso, in seno alla classe politica e alla società civile, il dibattito sulla legittimità dell’istituzione monarchica, temporaneamente intiepidito dalla rinuncia all’eredità paterna da parte del sovrano in carica, avvenuta il 15 marzo, combinata con il monopolizzante Covid – 19.

I due soci maggioritari di governo, Psoe e Podemos, per mezzo dei suoi segretari nonché rispettivamente primo ministro e vice primo ministro Pedro Sanchez e Pablo Iglesias, seppur con accenti distinti, si sono detti pronti a dibattere sulla riconfigurazione della Corona Spagnola e delle sue prerogative.

Nella fattispecie, il primo ministro socialista si è detto favorevole alla modifica dell’articolo 56.3 della Costituzione, che stabilisce l’inviolabilità e l’irresponsabilità del re, mentre il vice primo ministro Pablo Iglesias attraverso un comunicato ha fatto sapere che “si sta sviluppando un dibattito sull’utilità o meno della monarchia” aggiungendo infine che “Il popolo non è più disposto a tollerare certi privilegi, la corruzione e l’impunità.”

Con il tumultuoso abbandono del Regno Unito, gli stati membri in cui è tutt’ora in vigore la forma di governo monarchica sono sei: Belgio, Danimarca, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna e Svezia.

Irretito dalle maglie del parlamentarismo, il “potere” reale ha mantenuto la propria legittimità laddove è riuscito a cucirsi addosso le vesti simboliche di garante dell’unità nazionale, sulla scia dell’adagio britannico per cui “Il sovrano regna ma non governa”.  In tal senso, oltre ai casi di corruzione succitati, ad incrinare l’autorevolezza della corona spagnola hanno contribuito esternazioni del re Felipe VI, come quella del 3 Ottobre 2017, due giorni dopo il drammatico referendum catalano, dove auspicò l’attuazione dell’articolo 155 della Costituzione – ovvero il commissariamento della Catalogna – di fatto sdoganando e aizzando i toni incendiari degli emergenti populismi di destra, incarnati dalle allora neofite Ciudadanos e Vox.

Vicende come quella catalana hanno scoperchiato lo scrigno regale, palesando definitivamente le tendenze accentratrici e irriducibilmente antidemocratiche di un’istituzione fondata su principi dinastici idiosincratici rispetto ad una società idealmente fondata sull’uguaglianza e le pari opportunità civili e sociali.

In tal senso, la necessità storica e non procrastinabile di una maggiore integrazione fiscale e politica dell’Unione dovrebbe essere inserita nel solco della redazione di una Costituzione Europea fondata su un repubblicanesimo democratico, in cui nessun potere ereditario possa farsi garante o ambasciatore dell’unità nazionale o transnazionale.