Italia e Francia non possono fare da sole

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il premier francese Emmanuel Macron. [Commission]

Ha (avrebbe) allo stesso tempo torto e ragione Lucas Chancel, co-direttore (insieme a Thomas Picketty ed altri) del World Inequality Lab della Paris School of Economics, con la proposta (riferita ad un fantomatico documento di cui non siamo però ancora riusciti a trovare traccia sul web) che sta impazzando in questi giorni nel dibattito pubblico italiano. Ha ragione quando (se) dice che il Recovery Fund non basterà per la ripresa. Torto quando (se) dice che Italia e Francia possono fare da sole.

Nonostante le ipotesi circolate nei giorni scorsi, che parlano di oltre un miliardo di euro di risorse da attivare utilizzando come leva un bilancio europeo aumentato, difficilmente i governi saranno in grado di mettersi d’accordo per un piano coraggioso, all’altezza della situazione. Ce lo auguriamo, naturalmente, ma è possibile che il risultato dei negoziati non voli così in alto. Quello che ci si può aspettare, nel breve periodo, è un segnale politico nella giusta direzione; ossia nel mostrare disponibilità ad accrescere la componente delle risorse proprie del bilancio pluriennale UE, ed utilizzare l’intero bilancio per emettere qualche titolo di debito collettivo a lungo termine.

In questa situazione drammatica, che rischia di trasformare una crisi simmetrica in una risposta asimmetrica, pare evidente che le questioni chiave per la ripartenza siano: trovare una soluzione al collasso della domanda aggregata e garantire le condizioni per una ripresa dell’offerta vicina alla frontiera delle possibilità produttive (e possibilmente sulla frontiera tecnologica). Con tutta evidenza, due elementi che oggi, richiedono risorse ingenti (ed indirizzate verso specifici settori/regioni, che dovranno essere individuati sulla base di un negoziato politico che non può fondarsi sul voto all’unanimità). Una partita complessa, quindi. Che nelle settimane scorse Italia, Francia ed altri paesi hanno provato a giocare insieme, ma solo nell’ottica di forzare la mano ai negoziati col resto d’Europa.

Come abbiamo detto dall’inizio della crisi, questo shock richiede l’attivazione di una vasta gamma di strumenti: monetari per sostenere la richiesta di liquidità ed abbassare gli spread, prestiti a sostegno degli stabilizzatori sociali e sostegno della domanda, fondi per investimenti infrastrutture materiali ed immateriali e per rinnovare la capacità produttiva.

Serve soprattutto l’emergere della volontà politica di ripartire insieme, individuando tutti gli strumenti per mobilitare le enormi risorse necessarie per attrezzare il sistema economico europeo a fronteggiare la crisi e ripartire in maniera sostenibile, senza che si creino ulteriori divari distributivi fra individui, regioni e paesi.

Siamo ancora lontani dall’aver esplorato il potenziale di tutti gli strumenti a disposizione (a Trattati costanti, ossia senza mettere mano alla costituzione europea, tema prima o poi irrinunciabile ma che richiede tempi non coerenti con l’esigenza di risposta allo shock). Ma l’unico errore che si può commettere adesso è pensare che qualcuno, sia esso un singolo Stato o un gruppetto di Stati, possa fare da solo.