Il valore aggiunto del diritto costituzionale europeo: il caso di Ungheria e Polonia

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Il presidente polacco Andrzej Duda (a sinistra) e il primo ministro ungherese Viktor Orban (a destra) durante un incontro a Varsavia nel 2018. [EPA-EFE/Pawel Supernak]

In Ungheria e Polonia si attenta evidentemente alla permanenza piena dei valori primari dell’Unione: il rispetto della dignità e dei diritti umani, della democrazia, dello Stato di diritto, scrivono Giuseppe Martinico e Leonardo Pierdominici.

Misure che attentano all’indipendenza della magistratura, che “accentrano” i poteri in capo agli esecutivi in carica, che restringono la libertà di stampa e che chiudono le università: scenari che potevano sembrare impossibili, in Europa, solo pochi anni fa, sono invece la sconcertante realtà odierna in paesi come Ungheria e Polonia. 

Come fronteggiare questo arretramento in termini di garanzie costituzionali e che ruolo può giocare l’Unione europea?

L’UE sta affrontando, da ormai molti anni, una crisi dal multiforme aspetto: economica e finanziaria, istituzionale, valoriale. Oggi in più Paesi membri si attenta evidentemente alla permanenza piena dei valori primari dell’Unione: il rispetto della dignità e dei diritti umani, della democrazia, dello Stato di diritto. Come noto, i Trattati prevedono la possibilità di sanzioni, da decidere in esito ad un procedimento complesso, in caso di violazione grave e persistente da parte di uno Stato membro dei valori dell’Unione. Un intervento dell’UE in questo senso era già stato invocato nella fase pre-Lisbona col caso Haider in Austria. L’opzione delle sanzioni previste dai Trattati, descritta dall’ex Presidente della Commissione Barroso come una “opzione nucleare, non era mai stata utilizzata proprio per la farraginosità del procedimento. 

A fronte di ciò, per intervenire in maniera tempestiva, si è di fatto adattato il meccanismo della procedura d’infrazione e s’è utilizzato proprio contro Ungheria e Polonia. Secondo questa procedura, la «Commissione, quando reputi che uno Stato membro abbia mancato a uno degli obblighi a lui incombenti in virtù dei trattati, emette un parere motivato al riguardo, dopo aver posto lo Stato in condizioni di presentare le sue osservazioni. Qualora lo Stato in causa non si conformi a tale parere nel termine fissato dalla Commissione, questa può adire la Corte di giustizia dell’Unione europea».

Proprio seguendo questo percorso decritto dai Trattati, nelle scorse settimane la Corte di giustizia, il vertice del giudiziario europeo, ha pronunciato un’importante ordinanza con cui si è intimato alla Polonia di sospendere immediatamente l’applicazione di una serie di misure nazionali che minano l’indipendenza e l’imparzialità della sezione della Corte suprema nazionale competente a riesaminare le decisioni adottate nei procedimenti disciplinari mossi contro i locali magistrati. Si tratta solo dell’ultimo anello di una catena di decisioni della Corte volte a fronteggiare flagranti arretramenti dello Stato di diritto.

Cosa ci insegna tutto questo? Che oggi il costituzionalismo, inteso come fenomeno filosofico-politico, non può essere ridotto alla sua epifania statale, ma si arricchisce grazie al contributo offerto dal diritto dell’Unione europea che fornisce ulteriori argomenti per limitare e incanalare in binari procedurali le pretese del potere politico. In questo scenario, da un lato, il costituzionalismo europeo non si fonda sulla negazione dello Stato o del costituzionalismo nazionale; al contrario, come storicamente sottolineato anche da Milward, lo Stato è e rimane un fondamentale attore di governo. Tuttavia, il costituzionalismo europeo apporta un valore aggiunto alle conquiste col tempo raggiunte dall’esperienza statuale, offrendo un “plus di tutela” per il sistema dei diritti fondamentali, anche e soprattutto nel caso in cui sia proprio lo Stato a contraddire i valori della democrazia e a trascurare l’insegnamento del costituzionalismo post-totalitario da cui le nostre costituzioni e l’Unione derivano.

Giuseppe Martinico (giuseppe.martinico@santannapisa.it) è professore associato di diritto pubblico comparato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa; Leonardo Pierdominici (leonardo.pierdominici@unibo.it) è assegnista di ricerca all’Università di Bologna