Corridoi turistici e l’urgenza di riformare Schengen

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Un cameriere prepara una terrazza su una spiaggia vicino al parco naturale El Saler a Valencia, Spagna. [EPA-EFE/Kai Foersterling]

La pandemia ha il merito sinistro di riuscire a raccontare con un’efficacia che sarebbe stata prima impossibile, la vulnerabilità di assetti istituzionali e sociali che erano, già, assai fragili. 

Di fronte alla crisi, c’è, ad esempio, uno strano parallelismo tra come appare difficile tenere insieme lo Stato unitario proclamato nel Marzo del 1861 a Torino, e come, invece, rischia di disintegrarsi un’Unione tra Stati nata a Roma con il trattato del 1957. Il Governo italiano fa fatica a contenere le iniziative di Regioni divaricate da preoccupazione diverse rispetto alle scelte tra economia e sicurezza ed, in particolar modo, tra la necessità di salvare l’industria turistica e quella di contenere il rischio di importare un contagio faticosamente domato. Proprio come le istituzioni europee che appaiono ancora più impotenti – per assenza di competenze riconosciute ad esse da trattati incompleti – di fronte al proliferare di iniziative dei singoli Paesi che – nell’intento di non privare dell’estate turisti e albergatori, rischiano di rendere permanente la sospensione di un accordo di Schengen, che già era il più debole di quelli che definiscono l’Unione.

Fu, in effetti, un corridoio a tener collegato l’avamposto orientale dell’Europa – si chiamava Berlino Ovest – al resto di un continente dove si stava cominciando a sviluppare il più ambizioso progetto di integrazione pacifica tra Stati che la storia abbia mai conosciuto. Ed è un corridoio, quello che dovrebbe collegare la Germania con l’Italia, attraversando l’Austria (peraltro avversaria dell’Italia sull’ipotesi di un grande Fondo per la ricostruzione che aiuti l’Europa a ritrovare senso e sviluppo dopo la pandemia) per portare le famiglie di Monaco di Baviera a Rimini, che può rappresentare, invece, la fine simbolica di quella stessa Unione che trovò a Berlino il suo momento più alto. 

La pandemia è, in effetti, davvero la rappresentazione più potente del “lato oscuro” di una globalizzazione che, pure, ha moltiplicato e distribuito benessere per decenni: il virus viaggia letteralmente in aereo e con i treni ad alta velocità, ed è con una logica anch’essa globale che andrebbe affrontato. E, tuttavia, come per un riflesso condizionato, tutti – governatori, sindaci, capi di governo ed elettori – sono come catturati da un istinto controproducente che ci riporta all’idea del territorio da recintare. Dell’interesse locale da tutelare contro forze sconosciute. 

Un istinto che porta, regolarmente, a scelte sbagliate e a inesorabili ritorsioni da parte degli altri contadi nei quali si sta spezzando quella che era – ed ancora è – una società connessa. Un istinto che prevale anche quando si tratta, invece, di aprire un Paese, una Regione per salvare albergatori e stabilimenti.

Grottesca (ma politicamente comprensibile) è, dunque, la pretesa di alcune isole italiane di voler sorpassare, addirittura, le concessioni del Governo centrale aprendo a tutti i turisti (anche non europei) che ottengono un passaporto sanitario che non esiste (perché appunto siamo lontanissimi dal concordare standard immunologici comuni con la Francia o, ancora peggio, con la Russia). Ma non meno impraticabili sono gli annunci di un numero crescente di Stati dell’Unione che si stanno costruendo – à la carte, proprio come se stessimo al ristorante – il menu di Paesi con i quali scambiare turisti (attraversando senza fermarsi, territori con i quali, in teoria, si condivide ancora l’appartenenza ad un’area di libero scambio diventata improvvisamente virtuale). 

È evidente che questi tentativi – quelli delle Regioni in Italia e degli Stati dell’Unione – costituiscono una soluzione impossibile e sub-ottimale del problema, perché sostituire architetture unitarie o multi-laterali con una sommatoria di accordi bilaterali richiede molti più sforzi e produce caos. E, tuttavia, è altrettanto vero che è arrivato il momento di ripensare radicalmente il modo in cui Stati e Unione europea funzionano, laddove la sanità, il turismo, la risposta all’emergenza può fornire un caso assai concreto di cosa dovrebbe cambiare. Ed è una modifica di assetti che passa attraverso tre scelte politiche decisive che vanno molto aldilà dell’occasione che l’emergenza propone.

Innanzitutto, va accentrato il compito di raccogliere i dati che sono, come già ho avuto modo di scrivere da queste colonne, il più importante strumento di governo di una società complessa. Se c’è una decisione ancora più vitale della risposta economica da dare alla crisi, essa ha a che fare con l’assegnazione alla Commissione Europea il compito di definire le metriche necessarie per seguire l’evoluzione di fenomeni trans-nazionali come lo è, per definizione, la pandemia. Mentre è ai diversi governi nazionali condurre il monitoraggio e eseguire le rilevazioni necessarie, pretendendo l’integrazione di sistemi informativi di Regioni e ospedali. Continua a non essere chiaro perché mai, dopo due mesi e mezzo, non siano stati svolti, ancora, né in Italia né in altri Paesi, quei test a campione (da noi servirebbero, probabilmente, ventimila tamponi e, altrettanti prelievi di sangue) per stimare – in maniera, sufficientemente, omogenea e affidabile – la diffusione dell’epidemia in diverse aree geografiche.

Una volta stabilita una piattaforma di conoscenza comparabile, deve essere la Commissione Europea a stabilire criteri chiari per la riapertura (e la stessa chiusura) delle frontiere interne ed esterne a Schengen, differenziando i provvedimenti sulla base dei dati e di criteri che siano chiari e comprensibili dagli stessi cittadini e amministratori (in maniera da poterne orientar il comportamento). Ci riesce poco il Governo centrale in Italia (ventuno criteri per ripartire sono troppi e alcuni non particolarmente trasparenti nelle procedure di calcolo). Non ci prova neppure, invece, la Commissione Europea frenata dall’assenza di competenze (sulla sanità e sul turismo) e, soprattutto, dall’errore di aver concepito un’area di libera circolazione che continua a dipendere dalla necessità di dipendere da accordi inter-governativi da raggiungere di crisi in crisi.

Infine, semmai avessimo momenti di coordinamento più forti, potremmo, persino, consentirci una maggiore differenziazione delle scelte. In Europa, così come in Italia. Tale diversità è indispensabile per adattare le risposte ai singoli contesti e, persino, per condurre sperimentazioni di approcci diversi che possono essere utili per capire cosa funziona. E, tuttavia, a quel punto i margini di autonomia, ad esempio su come minimizzare il rischio e aumentare il benessere di un turista, sarebbero saldamente collegati a risultati misurabili e a responsabilità specifiche degli amministratori locali.

Se c’è una cosa che rende più forte e veloce il virus, è l’ipocrisia di chi si illude che assetti istituzionali pensati per un secolo più stabile, possano reggere quella che sempre di più assomiglia ad una mutazione. L’Unione europea, così come l’Italia, deve trovare una flessibilità ordinata, un’efficienza ed una velocità di risposta che la mediazione permanente di interessi microscopici rende impossibile.   

Francesco Grillo è un economista e manager italiano, dirige il think tank Vision.