Ungheria: la Corte Ue boccia la legge che ha fatto chiudere l’università di Soros

La sede della Central European University a Budapest. [EPA-EFE/Zsolt Szigetvary HUNGARY OUT]

La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha  emesso la sentenza sulla legge ungherese che ha portato alla chiusura della prestigiosa Central European University di Budapest, costretta a spostarsi a Vienna. La Corte considera tale legge incompatibile con il diritto dell’Unione europea.

Si tratta dell’ennesima condanna di norme liberticide in Ungheria. Ma ancora una volta arriva troppo tardi per evitare o sanare i danni fatti dal governo di Orban. L’obiettivo infatti di cacciare la Central European University dal Paese è stato già raggiunto. Vedremo ora se l’ateneo tornerà a Budapest, nonostante gli ingenti costi affrontati per spostarsi a Vienna.

Secondo la Corte di Giustizia la legge ungherese è illegittima sotto diversi punti di vista. In primo luogo perché contraria a una serie di norme e convenzioni internazionali che si applicano all’Ue, come l’Accordo Generale sul Commercio nei Servizi (GATS – General Agreement on Trade in Services) stipulato nel quadro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. In secondo luogo perché viola i principi della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, in particolare per quanto riguarda la libertà accademica, la libertà di fondare istituzioni di istruzione superiore e la libertà di impresa. Infine, la norma risulta contraria alla libera circolazione dei servizi e di insediamento nel quadro dello Spazio Economico Europeo.

La politica commerciale è una competenza esclusiva dell’Ue, che entra in accordi commerciali vincolanti per tutti i suoi Stati membri e che fanno poi parte del diritto vigente nell’Ue, che è prevalente sul diritto nazionale e direttamente applicabile. Non solo, ma l’Ue sarebbe perseguibile sul piano internazionale nel quadro del Wto se non facesse applicare le norme dai propri Stati membri. Ma ancor più grave dal punto di visto dei principi, risulta naturalmente la violazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, che con il Trattato di Lisbona è diventata parte integrante della normativa comunitaria.

D’altronde, era da moltissimo tempo che in Europa non si vedeva un’Università costretta a chiudere o spostarsi a causa dell’oppressione di un governo. La sentenza mostra dunque ancora una volta una violazione dello stato di diritto da parte dell’Ungheria, un Paese che solo un anno fa Salvini indicava a modello come il Paese meglio governato dell’Ue. Uno dei problemi dell’Unione è invece proprio la ridotta capacità di tutelare lo Stato di diritto nei suoi Stati membri. Solo la Corte di Giustizia ci ha provato davvero finora. Il Consiglio – composto dai governi nazionali – ha fatto tante discussioni, ma non ha preso nessuna decisione in merito. E solo pochi giorni fa è arrivato il primo Rapporto della Commissione sulla situazione dello stato di diritto in tutti gli Stati membri, anche grazie alla spinta del Parlamento europeo, che da tempo sollecita la creazione di un meccanismo permanente di monitoraggio sullo stato di diritto nell’Ue.

Resta il fatto che lasciare solo alla Corte il compito è in fondo inefficace. I tempi della giustizia, anche a livello europeo, spesso non sono adeguati a tutelare le vittime di norme discriminatorie. E su questo giocano i fautori della “democrazia illiberale”, che non è affatto democrazia. Già in passato ad esempio l’Ungheria è stata condannata per una norma che obbligava i giudici al pre-pensionamento, ma al momento della sentenza i giudici erano già stati pre-pensionati e sostituiti da quasi due anni e la maggior parte di loro, vista la situazione, preferì usufruire di un risarcimento in denaro piuttosto che rientrare nei ranghi della magistratura, magari in funzioni diverse e inferiori sotto il controllo dei nuovi giudici nominati dal governo. Così l’obiettivo di riformare (con un’altra legge) e mettere la magistratura sotto il controllo del governo era stato raggiunto. Anche per questo è decisiva la partita sulla creazione di una vera condizionalità sul rispetto dello stato di diritto rispetto all’erogazione di tutti i fondi europei, sia quelli strutturali del bilancio Ue, che quelli del Recovery Fund nel quadro del programma Next Generation Eu.