Tensioni Israele-Palestina, la Germania: no all’annessione dei Territori

Nella foto il ministro degli Esteri Maas (a sinistra) e il primo ministro d'Israele Netanyahu EPA-EFE/FLORIAN GAERTNER / POOL

Le politiche di annessione del governo Netanyahu sui territori della Cisgiordania hanno tenuto banco durante la visita del Ministro degli Esteri tedesco in Medio oriente, mentre l’Europa dei Governi fatica a trovare una posizione comune.

Il rapporto di Israele con la comunità internazionale si fa sempre più complicato e la visita del ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas a Gerusalemme, mercoledì 10 giugno, ne è stata la prova.

Nella prima visita di un politico europeo di alto livello in Israele dall’inizio della pandemia, giunge un messaggio di inquietudine, che il delegato alle politiche diplomatiche tedesco e i partner europei hanno manifestato parlando di “serie preoccupazioni” sui piani di Israele rispetto all’annessione di parti della Cisgiordania occupata.

“Insieme all’Unione europea, riteniamo che l’annessione non sarebbe compatibile con il diritto internazionale”, ha dichiarato Maas in una conferenza stampa congiunta insieme al suo omologo israeliano Gabi Ashkenazi, chiedendo la ripresa dei colloqui per la soluzione “due popoli, due Stati”.

“Quello di cui abbiamo ora bisogno – si legge poi in un tweet del Ministero dopo l’incontro tra i due – è un nuovo creativo impeto per rilanciare i colloqui fra Israele e i palestinesi. Siamo pronti a lavorare in questa direzione assieme ai nostri partner in Europa e nella regione se ce lo chiederanno”. “Ho presentato alla mia controparte israeliana la nostra onesta e genuina preoccupazione sull’impatto di una potenziale annessione. Assieme ai nostri partner europei, siamo impegnati per una soluzione negoziata e mutuamente accettabile che preveda due Stati”, ha ribadito.

Dopo i colloqui con Ashkenazi, il diplomatico tedesco ha incontrato il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Benny Gantz, alleato bianco-blu dell’esecutivo.

Una dichiarazione dell’ufficio di Netanyahu ha detto all’ospite tedesco che “qualsiasi piano realistico dovrebbe riconoscere la realtà degli insediamenti israeliani e non alimentare l’illusione di sradicare la gente dalle proprie case”.

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L’incontro con Anp e Giordania

Maas si è poi recato ad Amman, dove ha tenuto una videoconferenza con Shtayyeh e ha incontrato il suo omologo giordano Ayman Safadi.

“Come vicino diretto, la Giordania è più direttamente colpita di qualsiasi altro paese da qualsiasi sviluppo”, ha detto Maas rispetto alle vicende tra Israele e i territori palestinesi, in particolare quelle delle prossime settimane, ammonendo che “passi unilaterali da entrambe le parti non ci porteranno più vicini” ad una soluzione negoziata a due Stati e che una situazione del genere avrebbe avuto un impatto sulla stabilità regionale con il rischio “di un’escalation”. Infatti, come riporta Euractiv.com “il mese scorso, il re giordano Abdullah II ha detto alla rivista tedesca Der Spiegel che l’annessione israeliana rischiava di scatenare un ‘conflitto’ con il suo Paese”.

Il ministro giordano ha avvertito che è “imperativo… fermare l’annessione perché in definitiva è un percorso per istituzionalizzare l’apartheid della Palestina e questa non è una ricetta per la pace”, aggiungendo che l’annessione implicherebbe “una risposta dalla Giordania”.

Poi, in una nota congiunta apparsa sul sito del Ministero teutonico “il primo ministro palestinese, il ministro degli Esteri giordano e il ministro degli Esteri tedesco hanno convenuto che un’annessione avrebbe violato il diritto internazionale e che ora è prioritario impedirlo. Hanno ribadito che tutti i negoziati per un accordo sullo status finale devono essere basati sul diritto internazionale e sulle relative risoluzioni delle Nazioni Unite”.

Il piano Anp, che prevede uno “Stato palestinese sovrano, indipendente e smilitarizzato”, è stato inviato al “quartetto” composto da Onu, Usa, Ue e Russia, ha comunicato il 9 giugno Mohammed Shtayyeh, Primo ministro palestinese, evidenziando la necessità “che Israele senta la pressione internazionale”.

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Politica, religione, giustizia

Il piano di annessione gode e si scontra con aspetti non trascurabili. Il primo, oggetto di contrasto, è indubbiamente quello del diritto internazionale, con l’aggravante che Netanyahu vuole assimilare i territori senza però dare cittadinanza israeliana alla popolazione annessa. Gli altri aspetti si dividono tra quello religioso, con la visione “Eretz Israel” (Terra di Israele) e quello politico, con il richiamo al fatto che il Likud e lo stesso Netanyahu sostengono la tesi religiosa da decenni, oggi avallata dallo stesso presidente Usa Donald Trump, le cui proposte escludono le principali richieste palestinesi, come quella di una capitale a Gerusalemme est, e che sono ovviamente respinte dall’Autorità nazionale palestinese.

Intanto la Corte suprema israeliana ha annullato una legge del 2017 che aveva legalizzato retroattivamente la costruzione di circa 4.000 abitazioni su terreni appartenenti a cittadini palestinesi, nei territori occupati della Cisgiordania e che, secondo la Corte, infrange il diritto di proprietà dei residenti palestinesi. I due “soci” di governo hanno preso in maniera diversa il verdetto: Netanyahu, ha deciso sostanzialmente di non prenderla in considerazione e Gantz, che invece ha detto di rispettare la decisione.

Nell’anno in cui ricorrono i 100 anni dalla conferenza di Sanremo (e 55 dalle relazioni diplomatiche – ufficiali – tra lo Stato ebraico e la Repubblica federale tedesca), snodo fondamentale per le vicende geopolitiche della Palestina e del Medio oriente nell’ultimo secolo, il salto di qualità della visione di un “Grande Israele” si è esteso a dismisura, interpretato alla perfezione dal Primo ministro israeliano. C’è poi la grande spinta statunitense con il “piano Trump” che di fatto dà il via libera ad Israele a quelle politiche espansionistiche sulla Cisgiordania che non vanno giù all’Unione europea.

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Gli Stati Ue: tante voci e una sola posizione disponibile

Mentre Berlino condivide l’opposizione di Amman all’annessione, l’Ue non ha ancora annunciato misure di ritorsione. L’Europa ha un notevole peso finanziario in Israele in qualità di primo partner commerciale del Paese, con scambi commerciali che ammontavano ad un totale di 30 miliardi di euro l’anno scorso, secondo i dati Ue. Ma le sanzioni richiederebbero l’approvazione di tutti i 27 Stati membri.

“L’unico modo per raggiungere una pace giusta e duratura è la stabilità regionale”, hanno detto dal ministero degli Esteri francese, ribadendo il sostegno a una soluzione a due Stati mercoledì 9 giugno. Una posizione, quella francese, che ha un peso e un significato politico non trascurabili, ma che non è sufficiente e mettere d’accordo tutti gli Stati.

E i limiti della politica europea dei governi tiene banco nel dibattito israeliano, con Victor Kattan, accademico e opinionista che, sul quotidiano Haaretz, ricorda: “Netanyahu ha la maggioranza nella Knesset per estendere la sovranità israeliana alla Cisgiordania, ma il tempo non è dalla sua parte. Deve completare l’obiettivo prima che un nuovo presidente sia insediato alla Casa Bianca il 20 gennaio 2021 e nel frattempo deve assicurarsi che l’Ue sia quiescente. E potrebbe ottenere ciò che vuole, dato che l’Ue non può concordare una posizione comune per opporsi alla visione di Trump, il cui “piano” è la stella guida di ciò che accadrà in Israele dal 1° luglio”.