Slovenia: Janša continua la sua guerra alla stampa, la Commissione Ue reagisce imbarazzata

Il primo ministro sloveno, Janez Janša

Bruxelles ha condannato il primo ministro sloveno per i suoi attacchi personali contro i reporter che hanno denunciato il deterioramento dello stato di diritto nel paese, che assumerà la presidenza di turno dell’UE a luglio. “Le parole violente rivolte ai giornalisti sono inaccettabili, e le condanniamo”, ha detto giovedì 18 febbraio il portavoce della Commissione, Eric Mamer, mentre il vicepresidente Frans Timmermans ha scritto su Twitter che “non è obbligatorio amare quello che scrivono i media, ma lo è rispettare la libertà di stampa”.

 La presa di posizione della Commissione è arrivata il giorno dopo le velenose accuse lanciate da Janez Janša su Twitter nei confronti della giornalista di Politico Europe, Lili Bayer, autrice di un lungo reportage intitolato ‘La guerra della Slovenia ai media’. Nell’articolo Bayer racconta delle continue pressioni di Janša e del suo governo – in carica da marzo 2020 – nei confronti dei media sloveni, e delle proposte di legge dell’esecutivo che mirano a limitare la loro indipendenza.

Diversi giornalisti intervistati da Bayer hanno raccontato del clima di tensione diffuso tra editori e reporter sloveni, che ha spinto molti di loro a non voler affrontare argomenti quali i crescenti investimenti ungheresi in Slovenia (favoriti dall’amicizia personale di Janša con il primo ministro ungherese Viktor Orbàn), il ruolo dei movimenti di estrema destra nel paese, e persino il sostegno del premier a Donald Trump su Twitter.

Tutti segnali – secondo i critici – di un atteggiamento sempre più antidemocratico da parte del governo sloveno, che si pone sulla scia di quanto avvenuto negli ultimi anni in altri paesi esteuropei come Ungheria e Polonia. Un approccio confermato anche dalla vicenda del taglio dei fondi pubblici all’agenzia di stampa statale STA (definita dal premier “una disgrazia nazionale”), ripristinati a gennaio dopo un’altra reprimenda dell’UE.

Mercoledì 16, dopo la pubblicazione dell’articolo di Politico, Janša – uno dei politici più noti in Slovenia, ex liberale e ora leader del partito di destra nazionalista SDS (Partito democratico sloveno) con alle spalle già due esperienze da premier – ha attaccato Bayer su Twitter, scrivendo che la giornalista “non è stata istruita a dire la verità e quindi ha citato ‘fonti anonime’ dell’estrema sinistra, trascurando di proposito fonti con un nome e un’integrità”. In seguito, ha pubblicato altri tweet in cui se la prendeva con analisti e giornalisti che avevano rilanciato il reportage di Politico.

Giovedì, in una conferenza stampa, il portavoce della Commissione Eric Mamer ha detto che l’esecutivo UE e la presidente, Ursula von der Leyen, condannano “eventuali insulti o attacchi ai giornalisti. Non ci sogneremmo di farlo qui a Bruxelles – ha aggiunto il portavoce – e non ci aspettiamo certo che altri si concedano tipi di pratiche”. Tuttavia, ha spiegato Mamer, la Commissione non può rimproverare formalmente Janša per “un tweet”: “Non possiamo avviare una procedura di infrazione basata su un insulto o commento personale”.

Una reazione timida, compensata solo parzialmente da quella più decisa del vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans, secondo cui “Svilire, minacciare o attaccare i giornalisti è un attacco diretto alla libertà di stampa. Ecco perché  media liberi giornalisti come Lily Bayer meritano il nostro sostegno”.

Janša ha respinto tutte le critiche, accusando a sua volta Bayer e Politico di aver ignorato le risposte del governo sloveno alle loro domande, e ritwittando diversi attivisti e testate filogovernative che hanno accusato la giornalista di diffondere notizie false e di essere “una propagandista dell’estrema sinistra”.  Inoltre, il primo ministro sloveno ha messo in dubbio in un altro tweet il fatto stesso che il portavoce della Commissione avesse fatto riferimento ai suoi attacchi ai giornalisti, e ha scritto in un altro di essere disposto ad accogliere volentieri “una delegazione di qualsiasi istituzione che volesse dimostrare che i principali media sono sotto il controllo del governo (…) ad esempio tra le 18 e le 22.30” – l’orario dei principali telegiornali e programmi d’informazione.

Il premier sloveno non è nuovo alle critiche violente nei confronti dei media: a maggio 2020, aveva pubblicato sul sito del governo un documento dal significativo titolo ‘Guerra con i media’, in cui accusava alcune testate di essere “strumenti di propaganda invece che uno specchio della verità”, di “attribuire a se stessi il monopolio sulla conoscenza e il giudizio” e di “criticare ma non accettare le critiche”. Inoltre, si scagliava contro “una piccola cerchia di direttrici donne, che hanno legami familiari e di soldi con le fondamenta del deep state”  – una teoria del complotto tipica della destra radicale – e che a suo giudizio “hanno creato un’atmosfera di odio e intolleranza” nel paese.

A ottobre, una ventina di editori sloveni avevano denunciato in una lettera aperta le “bugie, insinuazioni, manipolazioni e insulti espressi da chi è al potere, a partire dai vertici del governo”, affermando che a dispetto dei pericoli per la libertà di stampa non avrebbero “ceduto alle pressioni”. Cosa che evidentemente non sta avvenendo, come hanno detto molti dei giornalisti che hanno parlato con Politico.

La scorsa settimana, poi, una mozione di sfiducia proposta da cinque partiti di opposizione nel Parlamento sloveno – che criticano il governo in merito alla gestone dell’epidemia di COVID e per le sue proposte di leggi contro i media – è stata respinta per sei voti.

Questo ennesimo attacco alla stampa da parte di Janša è fonte di grande imbarazzo per la Commissione europea, visto che a partire da luglio sarà proprio il premier sloveno ad assumere la presidenza di turno dell’UE, con il potere di stabilire l’agenda dei lavori dell’Unione e quindi – probabilmente – di trascurare le questioni relative allo stato di diritto e alla libertà di stampa, sempre più pressanti in alcuni paesi dell’Est, a partire da Polonia e Ungheria. Temi su cui l’esecutivo comunitario ha emesso “avvisi di violazione” e la Corte di giustizia europea ha accolto diverse denunce, che tuttavia hanno avuto scarsi effetti sulle scelte dei governi interessati.