Ritrovare l’Europa

L'Italia ha tradizionalmente supportato l'Unione Europea, almeno fino alla crisi dei debiti sovrani.

In Assassinio sull’Orient Express Agatha Christie fa dire ad un personaggio: “L’Europa ha bisogno di svegliarsi. È mezza addormentata“. Una frase profetica, scritta nel 1934. Ma che potrebbe essere stata scritta oggi. Eppure a molti sembra che i pericoli che correva l’Europa in quegli anni siano sepolti per sempre. Purtroppo non è così. Lo abbiamo visto e lo vediamo ogni giorno in Italia, dove il modo di raccontare l’integrazione europea è cambiato radicalmente negli ultimi decenni.

L’Italia è stata, tradizionalmente, il paese in cui i cittadini hanno maggiormente sostenuto l’Unione Europea. Perché convinti del suo originario progetto: poi, forse, anche suggestionati da una narrazione divenuta dominante, che descriveva la UE come una lunga serie di grandi successi. Fino alla crisi dei debiti sovrani. Una crisi affrontata con strumenti inadeguati; che hanno messo in evidenza i limiti di un progetto d’integrazione fermo ormai da decenni. Incoerente con i ritmi della storia e delle dinamiche geopolitiche globali.

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Europa rappresentò il grande sogno di spezzare il monopolio di potere degli Stati-nazionali sui propri cittadini, trasformati in semplici sudditi; e di costruire forme di sovranità condivisa in poche ma essenziali materie d’interesse comune. Dalla Dichiarazione Schuman (di cui oggi celebriamo il 70° anniversario) discese la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. I successivi tentativi di creare la Comunità Europea di Difesa e la Comunità Politica Europea naufragarono negli anni Cinquanta a causa dell’improvviso cambiamento dello scenario globale. Una comunità che ha poi ripiegato sull’integrazione per piccoli passi, timida, volta alla costruzione del mercato, della moneta, in attesa delle condizioni per poter riprendere un cammino d’integrazione politica.

Quando la crisi del 2008-2010 ha colpito l’Europa, i governi non sono stati capaci di reagire mettendo in comune le loro intelligenze, le loro risorse e il loro potenziale. Hanno preferito rispondere in modo frammentato, con regole sempre più vincolanti, piuttosto che aumentando lo spazio delle decisioni politiche discrezionali e collettive. Una reazione che ha acuito, invece che diminuire, le differenze fra Stati, regioni, singoli individui.

È allora che ha iniziato ad emergere e prevalere la retorica del fallimento: quelli che una volta erano visti come grandi successi della UE, hanno iniziato ad essere raccontati come suoi fallimenti: liberalizzazione dei movimenti di capitale, delle persone, il mercato unico, l’euro. Tutti elementi che, in assenza di un disegno strategico unitario, hanno finito per mettere a nudo le contraddizioni di una costruzione ancora incompleta.

La contrapposizione radicale fra queste due narrazioni, entrambe falsate dalla tentazione di raccogliere facili consensi, ha impedito che si sviluppasse in Italia un dibattito serio ed informato sui limiti e le opportunità dell’integrazione europea. Impedendoci così di ritrovare lo slancio che, per lungo tempo, ci ha consentito di essere protagonisti consapevoli della sua costruzione.

Oggi che l’emergenza sanitaria sta colpendo tutte le società europee, è necessario non ripetere gli errori del passato, col rischio di produrre risposte asimmetriche, frammentate, destinate ad aumentare ulteriormente i divari.

L’Europa è ancora oggi un grande progetto. Arenatosi nelle sabbie mobili degl’interessi nazionali grazie ad un’architettura istituzionale che privilegia il ruolo del Consiglio nelle sue varie geometrie (dove siedono i rappresentanti dei governi, non dei cittadini europei), piuttosto che gli organismi legittimi della volontà popolare; un organismo che sulle grandi questioni decide all’unanimità, il metodo più inefficiente e perverso di scelta collettiva.

Ma è un progetto ancora carico di straordinarie potenzialità, come abbiamo visto nelle ultime settimane, registrando una reazione impensabile fino a febbraio di quest’anno; e nonostante le scarse competenze ed i limiti decisionali appena messi in luce. Una reazione resa possibile nonostante i vincoli e le contraddizioni di una costruzione ancora scarsamente efficace e democratica.

Da qui il nostro impegno, nei prossimi mesi, a seguire da vicino e con passione l’intrecciarsi dei destini di due comunità che fanno ormai parte integrante della nostra identità: quella nazionale e quella europea. Questo sarà il nostro piccolo contributo alla costruzione del domani, che ci auguriamo possa finalmente sancire il definitivo risveglio dell’Italia e dell’Europa.