Repressione in Bielorussia: pronte le sanzioni Ue contro Lukashenko

Il leader bielorusso Lukashenko durante una parata militare a Minsk, il 9 maggio 2020. EPA-EFE/SERGEI GAPON / POOL

Avviata la procedura che entro venerdì 6 novembre dovrebbe formalizzare la questione nella Gazzetta ufficiale: congelamento dei beni e divieto di viaggio. Sanzionato anche il figlio del dittatore bielorusso e altre 13 figure dei vertici.

L’Unione europea ha avviato, mercoledì 4 novembre, come si apprende da fonti diplomatiche a Bruxelles, la procedura per sanzionare il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, suo figlio Viktor (che ricopre il ruolo di Consigliere per la sicurezza nazionale) e altri 13 ritenuti responsabili di un giro di vite post-elettorale nell’ex Stato sovietico.

Il via libera al divieto dei visti e al congelamento dei beni di Lukashenko e degli altri 14, è stato dato dagli inviati dei 27 Stati membri dell’Ue e dovrebbe essere confermato nella Gazzetta ufficiale europea entro venerdì.

L’Ue aveva già imposto il divieto di viaggio e il congelamento dei beni a 40 soggetti riconducibili a Lukashenko, meno di un mese fa, per aver truccato le elezioni del 9 agosto che lo confermavano alla guida del Paese e per aver orchestrato la repressione delle proteste di massa dopo il voto.

L’Unione, dopo aver respinto i risultati delle consultazioni elettorali, aveva dichiarato di non considerare ‘l’ultimo dittatore d’Europa’ come il presidente legittimo, ma si era trattenuta dal penalizzarlo, sperando di persuaderlo a dialogare con le forze dell’opposizione per risolvere la crisi.

Questa speranza non si è però realizzata e a metà ottobre i ministri degli Esteri dell’Ue hanno dato il via libera, in linea di principio, ad un’azione contro il leader.

Lukashenko è “responsabile della violenta repressione da parte dell’apparato statale prima e dopo le elezioni presidenziali del 2020”, si legge nella decisione sulle sanzioni ripresa dall’Afp.

Gli ha anche attribuito la responsabilità per l’esclusione di importanti candidati dell’opposizione alle elezioni, “gli arresti arbitrari e i maltrattamenti di manifestanti pacifici, così come le intimidazioni e le violenze contro i giornalisti”.

Tra le altre persone coinvolte vi sono il capo dello staff di Lukashenko, Igor Sergeenko, il capo dei servizi segreti del Kgb (l’acronimo è lo stesso dei tempi dell’Urss), Ivan Tertelv e l’addetto stampa del leader.

Nel frattempo la mobilitazione pro-democrazia è valsa all’opposizione bielorussa l’assegnazione del Premio Sakharov del Parlamento Ue.

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