Putin presidente a vita: la messa in scena di un referendum durato sette giorni

Un uomo vota durante il referendum per modificare la Costituzione russa. Mosca, 1 luglio 2020. [EPA-EFE/MAXIM SHIPENKOV]

Sono terminati i sette giorni di referendum in Russia e, come ampiamente pronosticato, il presidente Vladimir Putin si è assicurato un’altra vittoria politica. L’affluenza, nonostante il Coronavirus, ha superato il 64% e oltre il 78% dei votanti si sono espressi in favore della riforma costituzionale promossa dal presidente. Putin si è dunque assicurato la possibilità di restare al potere fino al 2036.

In un’intervista al New York Times, il sociologo Greg B. Yudin, ha definito il referendum, voluto da Putin, un’operazione completamente folle dal punto di vista giuridico. La decisione in merito alla riforma costituzionale era stata infatti già presa. Il Parlamento russo e le varie assemblee regionali avevano già approvato la riforma ed il testo della nuova Costituzione era perfino già stato pubblicato e distribuito nelle librerie. Opportuno allora chiedersi il senso dell’operazione politica orchestrata dal presidente russo. “Non è per niente priva di senso” continua Yudin, “è puro teatro, ma una messa in scena molto importante e ben realizzata”. Il referendum serve infatti a riaffermare il potere di Putin e a giustificarlo grazie al consenso popolare.

Lo fa sia nei contenuti che nella forma. Negli emendamenti al testo costituzionale, infatti, al di là di una serie di misure sociali che riguardano per esempio il salario minimo garantito, sono inserite norme mirate a rafforzare la costruzione ideologica del nazionalismo russo. I russi sono infatti riconosciuti come il gruppo etnico che ha fondato la nazione, ci sono riferimenti espliciti alla fede ortodossa come religione predominante ed è prevista una stretta conservatrice che definisca una “tradizione” specifica della società russa. In questo filone rientra, ad esempio, il divieto ai matrimoni tra persone dello stesso sesso.

A questi elementi si aggiunge l’individuazione di un momento fondativo, fonte di orgoglio per l’intera comunità nazionale. Esso è rappresentato alla perfezione da quella che i russi definiscono “la grande guerra patriottica”, ovvero la Seconda guerra mondiale.

Questa costruzione ideologica è stata naturalmente utilizzata anche a livello propagandistico durante la campagna referendaria. Il quesito era infatti unico e comprendeva l’intero pacchetto di riforme. Votare “no” significava dunque andare contro il sacrificio degli eroi che hanno combattuto la Guerra mondiale.

È passato dunque in secondo piano il fatto che nella riforma fosse prevista una clausola che permetterà allo stesso Putin di restare in carica, potenzialmente, fino al 2036, superando dunque di ben 12 anni il limite precedente, che lo avrebbe obbligato a lasciare l’incarico di presidente nel 2024.

A completare l’operazione è stata poi la macchina elettorale. Un dibattito pubblico monopolizzato da fonti di informazione rispondenti al governo centrale a cui si sono sommate pressioni sui dipendenti pubblici, ai quali, secondo quanto emerso da alcuni reportage, è stata minacciata la prospettiva di perdere il lavoro nel caso in cui avessero “sbagliato a votare”. A poco sono allora servite le denunce degli oppositori di Putin, il risultato era prevedibile e la messa in scena del leader russo ha funzionato alla perfezione.

Putin, a causa della crisi causata dal Coronavirus stava crollando nei consensi e le conseguenze della crisi economica non facevano presagire momenti facili. Un plebiscito popolare era allora proprio la carta giusta da giocare per guadagnare quella forza politica necessaria ad affrontare indenne un periodo che si annuncia tanto complesso.

Oggi nella letteratura politica si tende a definire questi regimi “democrazie plebiscitarie”. Eppure l’utilizzo strumentale del consenso politico o il dare ai cittadini l’illusione di decidere su questioni già ampiamente definite, non sono certo strategie nuove.

Un tempo tali derive sarebbero state definite “bonapartismo” o “plebiscitarismo” e sono state alla base della giustificazione politica di tutte le autocrazie otto e novecentesche; di certo non hanno nulla a che fare con il modello di democrazia liberale di cui l’Europa va tanto orgogliosa.

Se alcuni degli strumenti politici utilizzati da Putin per giustificare il proprio regime autocratico dovessero ricordare fenomeni che animano la vita politica anche in Europa e in Italia, avremmo di che riflettere.