Polonia, secondo il ministro della giustizia Varsavia non può rispettare la sentenza della corte Ue

Il ministro della Giustizia polacco Zbigniew Ziobro. EPA-EFE/RAFAL GUZ

Il ministro della giustizia polacco ha detto mercoledì (21 luglio) che non è possibile  che la Polonia si conformi alla sentenza della massima corte dell’Unione europea che ha stabilito che il nuovo sistema volto a disciplinare i giudici infranga il diritto comunitario e dovrebbe pertanto essere sospeso.

Secondo il ministro Zbigniew Ziobro la sentenza della corte UE che sancisce che la Polonia dovrebbe sospendere la camera disciplinare della Corte Suprema è “illegale alla luce del diritto polacco ed europeo”. Sono parole durissime che confermano e forse acuiscono la linea di frattura tra Bruxelles e Varsavia sullo stato di diritto.

La Polonia e l’Ue sono alle prese con una lunga disputa sulle riforme giudiziarie che minano l’indipendenza della magistratura. Il partito nazionalista e conservatore al governo Diritto e Giustizia (PiS) afferma da tempo che i cambiamenti attuati sono necessari per far funzionare i tribunali in modo più efficace e rimuovere definitivamente il potere e l’influenza comunista residua.
Secondo altri si tratta invece di una deriva autoritaria pericolosissima: a marzo ad esempio oltre 200 tra rappresentati della società civile polacca e studiosi specializzati in diritto europeo e diritti umani hanno scritto una lettera alla Commissione europea nella quale chiedevano di prendere sul serio la deriva autoritaria del Paese e la soppressione dello stato di diritto, operata attraverso minacce e restrizioni nei confronti dei giudici polacchi: quelli che cercano di applicare le regole del diritto europeo rischiano di essere accusati di aver commesso crimini e di subire misure restrittive.
Il mese successivo, la “nuova” Corte costituzionale polacca ha stabilito che anche il difensore civico dei diritti umani della Polonia, una delle poche istituzioni indipendenti rimaste nel Paese, avrebbe dovuto lasciare il suo posto.

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La situazione è confermata anche dalla seconda relazione sullo Stato di diritto nell’Ue, pubblicata il 20 luglio; in essa l’esecutivo Ue sottolinea che “le riforme del sistema giudiziario polacco, compresi i nuovi sviluppi, continuano ad essere fonte di serie preoccupazioni”. In particolare, “Le riforme attuate dal 2015 hanno aumentato l’influenza dei poteri esecutivo e legislativo sul sistema giudiziario a scapito dell’indipendenza giudiziaria ed ha portato la Commissione ad avviare la procedura di cui all’articolo 7, ancora in corso”. La famosa procedura di infrazione.
A spiegare quali saranno i prossimi passaggi è stato il commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders, durante la conferenza stampa di presentazione del rapporto sullo Stato di diritto: “Oggi ho firmato la lettera alle autorità polacche per dire loro che se non rispetteranno ed applicheranno le” due “decisioni della Corte di giustizia europea” sulla riforma della giustizia e sulle misure transitorie che riguardano la camera disciplinare della Corte suprema, entro il 16 agosto, “ci rivolgeremo alla Corte Ue per chiedere sanzioni economiche” contro Varsavia. La Corte di giustizia europea potrebbe infatti procedere imponendo multe pesanti a Varsavia.

E le parole del ministro polacco Ziobro sembrano proprio una risposta a Reynders e alla Commissione tutta. “In Polonia, c’è una costituzione e vige il principio del legalismo. Sulla base di questi principi, non c’è alcuna possibilità di applicare le sentenze della corte di Lussemburgo”, ha detto Ziobro. Una presa di posizione che Bruxelles dovrebbe considerare come irricevibile, considerato che la Commissione agisce in qualità di custode del diritto e dei Trattati in tutti e 27 gli stati membri dell’Unione.
Ziobro è quello si può definire come  l’architetto della riforma del sistema giudiziario che ha istituito la camera disciplinare, una mossa già condannata dalla Corte di giustizia dell’UE a Lussemburgo e dall’esecutivo di Bruxelles. Ma è anche colui che vorrebbe che la Polonia abbandonasse la Convenzione di Istambul del Consiglio d’Europa contro la violenza contro le donne e la violenza domestica.