Polonia, continua lo scontro con Israele per la legge sui beni confiscati dopo la Seconda guerra mondiale

Il presidente polacco Duda in un intervento al Parlamento.[EPA-EFE/Pawel Supernak POLAND OUT]

Botta e risposta tra i rispettivi governi per il provvedimento che prevede un limite di 30 anni per rivendicare le proprietà confiscate. Per Israele si tratta di un provvedimento “antisemita” e “immorale”.

Il richiamo in patria da parte di Israele del proprio ambasciatore a Varsavia, in seguito all’approvazione da parte del Parlamento polacco di una che legge stabilisce un limite di tempo di 30 anni per i ricorsi contro le confische delle proprietà dopo la Seconda guerra mondiale, non è andata giù al governo nazional-conservatore che guida la Polonia.

Con la fine del conflitto, il regime comunista polacco nazionalizzò un grande numero di proprietà abbandonate da persone che erano fuggite o che furono uccise durante l’occupazione nazista. Tra questi una enorme quantità di appartenenti alla comunità ebraica polacca. La legge, approvata dalla Camera bassa, su iniziativa del partito di destra Diritto e giustizia (PiS) del presidente Andrzej Duda, riguarda sia i richiedenti ebrei che non ebrei, ma secondo alcuni attivisti i proprietari ebrei sarebbero i più penalizzati, perché spesso hanno presentato più tardi i reclami dopo la guerra.

Nei giorni scorsi Israele, per mezzo del primo ministro Naftali Bennett, ha parlato di una “decisione vergognosa” e di “un attentato alla memoria della Shoah”. Il ministro degli Esteri Yair Lapid ha definito il provvedimento “antisemita e immorale”. Lapid ha chiesto a Duda di non firmare la legge, richiesta alla quale si è unito anche il segretario di Stato Usa Antony Blinken. Malgrado questo, il presidente della Repubblica polacco sabato 14 agosto ha deciso di firmare il provvedimento.

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Anche l’Unione europea ha espresso disapprovazione per la mossa del governo guidato da Mateusz Morawiecki, in particolare tramite la vicepresidente della Commissione europea Vera Jurova, il commissario alla Giustizia Didier Reynders, il presidente del Parlamento europeo David Sassoli e il commissario all’Economia Paolo Gentiloni.

Ma il governo nazional-conservatore di Varsavia, che non è nuovo ad attacchi contro la memoria e a tentativi di ledere i diritti dei cittadini (in questo caso di fede ebraica), ha respinto le critiche replicando alle accuse di Israele. Come riporta l’agenzia Nova, il portavoce del governo polacco Michal Dworczyk, lunedì 16 agosto, ha dichiarato all’emittente nazionale “Polskie Radio”, che di certo il governo “non accetta” la “diffamazione del buon nome della Polonia e dei polacchi, considerando l’ecatombe della Seconda guerra mondiale” e ha definito “irricevibili e scandalose” le dichiarazioni israeliane.

Continua dunque la deriva nazionalista del gruppo dirigente polacco del PiS che guida il Paese, ponendo serie questioni all’interno della casa dei popolari europei, in una fase di crisi politica che porterà l’ex nazione del Patto di Varsavia ad affrontare elezioni anticipate nei prossimi mesi, forse già nella prossima primavera, come affermato da Jaroslaw Gowin intervistato da “Super Express”.

L’ex vicepremier (rimosso la settimana scorsa), nonché leader di Porozumienie, sostiene che “l’ex primo ministro Jaroslaw Kaczynski”, di fatto capo del PiS, “propenda per elezioni nella primavera del prossimo anno”. Secondo l’esponente di Porozumienie che ha abbondonato la coalizione di maggioranza “Destra unita”, le politiche del governo Morawiecki porteranno a nuovi “tagli di bilancio”. “Quando la verità sul bilancio giungerà all’opinione pubblica, il PiS non avrà alcuna chance di vincere nel 2023”, ha affermato Gowin.