Polonia, continua la deriva autoritaria: il difensore civico Bodnar è costretto a lasciare l’incarico

[EPA-EFE/RAFAL GUZ POLAND OUT]

Il difensore civico dei diritti umani della Polonia, una delle poche istituzioni indipendenti rimaste nel Paese, dovrà lasciare il suo posto tra tre mesi secondo una sentenza emessa giovedì dalla Corte costituzionale polacca.

Il mandato di Adam Bodnar è scaduto a settembre, ma il governo di coalizione nazionalista al potere guidato dal partito Diritto e Giustizia (PiS) non è stato in grado di far approvare un sostituto dal Senato, che è controllato dall’opposizione. Dal momento che le due camere non hanno ancora trovato un accordo Bodnar ha mantenuto l’incarico. Ora, dopo che la Corte costituzionale che ha giudicato illegittima la norma che permette al difensore civico di rimanere in carica oltre la scadenza del suo mandato, dovrà lasciarlo e subentrerà un commissario che sarà nominato dal Parlamento o dal presidente della Repubblica.

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La sentenza è destinata a far discutere. Bodnar, infatti, rappresentava l’ultimo baluardo di resistenza alla deriva autoritaria del potere politico polacco. Più volte ha criticato i passi indietro degli ultimi anni sullo Stato di diritto, la democrazia e la libertà di stampa. Ha monitorato il comportamento della polizia  nei confronti delle donne che protestavano contro la nuova legge sull’aborto. Ha messo in discussione le leggi che proteggono i politici e la religione dalle critiche e di recente aveva presentato un ricorso contro l’acquisizione della casa editrice Polska Press da parte della compagnia energetica statale Pkn, una mossa che avrebbe consegnato nelle mani del Pis quasi tutti i quotidiani del Paese.

A far discutere è soprattutto il ruolo della Corte costituzionale, diventata uno strumento nelle mani del potere esecutivo grazie alla riforma approvata con i voti del partito di governo Diritto e giustizia. Il procedimento contro Bodnar è stato condotto da Stanisław Piotrowicz, un ex parlamentare del PiS che ora è un giudice della Corte. 

“Non si tratta solo di assumere l’ufficio di difensore civico, ma anche di avere un’influenza su come interpretiamo i diritti umani”, ha dichiarato Bodnar al portale di notizie Onet dopo la sentenza della Corte costituzionale, aggiungendo: “Mi sembra che la società civile dovrà trovare un modo diverso per riempire il vuoto che può sorgere con la mancanza di un difensore dei diritti umani indipendente”.

“L’ondata di commenti che ha seguito la decisione dimostra che i cittadini capiscono molto bene quello che è successo”, ha continuato Bodnar, sottolineando che la Polonia sta subendo un “colpo di stato costituzionale” dal 2016, “quando le autorità politiche in modo illegale hanno preso il controllo di queste istituzioni”.

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Il parere dell’avvocato generale della Corte Ue

La sentenza contro Bodnar è arrivata nel giorno in cui l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea ha emesso un parere secondo il quale “due nuove sezioni della Corte Suprema della Polonia potrebbero non soddisfare i requisiti prescritti dal diritto Ue”.

Secondo l’avvocato generale Evgeni Tanchev  una sezione di un organo giurisdizionale non è indipendente e imparziale ai sensi del diritto comunitario quando le “condizioni oggettive in cui è stato creato, le sue caratteristiche” e “le modalità di nomina dei suoi membri sono tali da far sorgere legittimi dubbi, nei singoli, sull’impermeabilità della sezione rispetto a elementi esterni e, in particolare, rispetto a influenze dirette o indirette dei poteri legislativo ed esecutivo, e quanto alla sua neutralità rispetto agli interessi contrapposti” e, pertanto, possono portare a “una mancanza di apparenza di indipendenza o di imparzialità” tale da “ledere la fiducia che la giustizia deve ispirare ai singoli in una società democratica”. Il giudice nazionale deve pertanto valutare la natura “manifesta e intenzionale” della violazione, nonché la “gravità” della stessa.

La Corte di giustizia dell’Unione europea ha più volte bocciato le riforme introdotte dal PiS. Il governo polacco ha tentato di giustificarsi sostenendo che le riforme sono necessarie per rimuovere le vestigia del comunismo dal sistema giudiziario e da altre parti della vita pubblica polacca.