Nuovo cessate il fuoco in Nagorno-Karabakh: truppe russe in Armenia

Il presidente azero Aliyev (dx) e l'omonimo russo Putin (sx) mentre firmano il cessate il fuoco in videoconferenza il 9 novembre 2020. EPA-EFE/UFFICIO STAMPA PRESIDENTE AZERBAIJAN

Si tratta di una missione di peacekeeping arrivata nelle prime ore di martedì 10 novembre, dopo che nei giorni scorsi le truppe azere hanno conquistato molte tappe nella regione contesa, fino a minacciare i confini armeni. Russia e Turchia sempre più padrone dell’area.

Un nuovo cessate il fuoco è stato raggiunto tra Armenia, Azerbaigian e Russia che hanno dichiarato, nelle prime ore di martedì 10 novembre, di aver firmato l’accordo per porre fine al conflitto militare che per sei settimane ha insanguinato il Nagorno-Karabakh, regione contesa per oltre trenta anni dalle due nazioni caucasiche, per il quale si erano fatti molti appelli alla pace. Il cessate il fuoco è partito dalla mezzanotte (ora di Mosca) del 10 novembre.

Questo nuovo accordo dovrebbe essere più solido e duraturo di quello proposto dagli Usa di Trump nelle settimane scorse e disatteso dopo pochissime ore. Inoltre, come preannunciato a fine ottobre, Mosca invierà truppe in missione di pace nelle aree a ridosso del confine tra Armenia e Nagorno-Karabakh.

Negli ultimi giorni, infatti, si faceva sempre più insistente un intervento russo diretto, in quanto le truppe di Baku stavano macinando chilometri e conquistando tappe importanti, come la città di Shushi (Shusha in azero), di profonda importanza per gli armeni e di valore strategico militare, la cui presa ha di fatto decretato il punto di svolta del conflitto e sulla quale si sono confrontati anche Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan, delineando la nuova politica russo-turca per la regione.

Anche Arayik Harutyunyan, il leader regionale del Nagorno-Karabakh ha fatto sapere su Facebook di aver dato il suo consenso “a porre fine alla guerra il prima possibile”.

I termini dell’accordo

In base ai patti stipulati, l’Azerbaigian potrà mantenere tutti i suoi guadagni territoriali, compresa la città conquistata di Shusha, mentre le truppe armene dovranno cedere il controllo di una serie di altre aree entro il 1° dicembre.

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Le forze di pace russe resteranno sul posto per almeno cinque anni. Vladimir Putin ha detto che saranno dispiegate lungo la linea del fronte della regione contesa e in un corridoio che collega la regione all’Armenia.

“Stiamo operando con la premessa che gli accordi creeranno le condizioni necessarie per una soluzione a lungo termine e a pieno titolo della crisi intorno al Nagorno-Karabakh su basi eque e nell’interesse del popolo armeno e di quello azero”, ha detto il presidente russo.

Il ministero della difesa a Mosca ha detto di aver iniziato a dispiegare 1.960 militari, che erano in viaggio verso una base aerea (non citati nome e località) per essere aviotrasportati con equipaggiamento e veicoli.

Nei momenti in cui si stavano definendo le cose, però, si è verificato un fatto che avrebbe potuto mettere in seria difficoltà gli sforzi per la pace.

Nella giornata di lunedì è stato annunciato che un elicottero russo è stato abbattuto dalla contraerea azera in prossimità del villaggio di Yeraskh, in Armenia. Due membri dell’equipaggio sono morti mentre un terzo è ferito. Da Baku hanno fatto sapere che si è trattato di un “tragico errore” e si sono scusati con la Russia.

Le reazioni da Ankara, verso un nuovo ordine regionale russo-turco 

L’accordo è il segno di come la Russia sia ancora il principale arbitro delle due ex repubbliche sovietiche, entrambe facenti parte della Csi nata dalla dissolta Urss, anche se la portata del coinvolgimento turco, pur rimanendo poco chiara, ha confermato il fatto che l’interesse di Ankara per la regione è aumentato notevolmente.

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La Turchia, infatti, ha sostenuto fermamente l’Azerbaigian, mentre la Russia ha ottemperato al patto di difesa con l’Armenia, dove detiene anche una base militare.

Ankara auspicava che un accordo sul cessate il fuoco avrebbe garantito importanti guadagni per il suo stretto alleato e il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha manifestato tutta la soddisfazione sul Twitter per “Il fraterno Azerbaigian” che “ha ottenuto un importante guadagno sul campo di battaglia e sul tavolo”.

“Mi congratulo sinceramente con questo sacro successo”, “continueremo ad essere una nazione, uno spirito unico con i nostri fratelli azeri”, ha detto l’esponente di Governo.

Addirittura, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev ha detto che anche la Turchia sarà coinvolta negli sforzi per il mantenimento della pace, ma su questo punto di vista non risultano notizie di conferma, almeno immediate, da Ankara.

Scontri a Yerevan

“La decisione viene presa sulla base di analisi approfondite della situazione di combattimento e in discussione con i migliori esperti del settore”, ha detto il primo ministro Nikol Pashinyan.

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Ma nonostante il leader armeno abbia optato per un profilo che andasse nell’interesse della pace, a Yerevan la notizia non è stata presa affatto bene, con persone scese in strada a protestare.

Il capo dell’esecutivo ha provato a chiarire che l’Armenia non ha ottenuto la “vittoria, ma non c’è sconfitta finché non ci si considera sconfitti” e ad ha aggiunto: “Non ci considereremo mai sconfitti e questo diventerà un nuovo inizio di un’era di unità nazionale e di rinascita”.

Questo però non è bastato a risparmiare disordini che sono scoppiati nella capitale armena, quando diverse centinaia di manifestanti si sono riuniti davanti agli edifici del governo per protestare contro l’accordo e chiedere di vedere Pashinyan.

Un video postato sui social media mostra decine di persone che irrompono in un edificio governativo e nel Parlamento, distruggendo gli oggetti all’interno.

Nonostante sia arrivato il monito a interrompere gli assalti, pena severe punizioni, i manifestanti armeni hanno marciato verso il civico 1 di Government House, residenza ufficiale del primo ministro a Yerevan, ha detto il notiziario locale Norlur.am.

I video apparsi sui social media hanno mostrato la folla all’interno dell’edificio, ma la posizione del primo ministro non era chiara.

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