Legge anti-Ong, Bruxelles avvia la procedura d’infrazione contro l’Ungheria

Il primo ministro ungherese Viktor Orban durante un vertice UE, a Bruxelles, Belgio, 11 dicembre 2020. EPA-EFE/FRANCISCO SECO / POOL

Bruxelles ha avviato formalmente una nuova procedura d’infrazione contro la legge ungherese sulle ong, famosa come la legge ‘Stop Soros’, che mette al bando le ong che operano sul tema dell’immigrazione o se definite un rischio per la sicurezza nazionale.

La notizia viene diffusa in sordina, nel mezzo di un lunghissimo elenco di tutte le azioni legali contro gli Stati membri che non rispettano gli obblighi derivanti dal diritto dell’UE in vari settori e aree politiche dell’UE: solo se si scorre con attenzione l’elenco, dopo aver passato tutti i casi in cui gli Stati membri sono richiamati per non aver rispettato la qualità dell’aria, l’habitat naturale o i tempi giusti per pagare le imprese per i servizi resi, si arriva al capitolo delle decisioni in materia di Giustizia e affari interni. E proprio qui, quasi sepolta da tutte le altre, troviamo la notizia dell’invio di una lettera di messa in mora all’Ungheria per il mancato rispetto di una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea nella causa C-78/18 della Commissione contro l’Ungheria che aveva stabilito che la legge “Stop Soros” viola il diritto comunitario in quanto contraria alla libera circolazione dei capitali, alla libertà di associazione e alla protezione dei dati personali.

La legge anti-ONG e anti-Soros 

Nella sua sentenza del 18 giugno 2020, la Corte ha ritenuto che la legge ungherese sulle ONG (che ufficialmente si chiama “legge sulla trasparenza”) violi le norme dell’UE sulla libera circolazione dei capitali e i diritti fondamentali alla protezione dei dati personali e alla libertà di associazione, tutelati dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE. La Corte ha concluso che la legislazione ungherese minaccia il ruolo della società civile come attore indipendente nelle società democratiche, minando il diritto alla libertà di associazione e limitando di fatto la privacy dei donatori. Le sentenze della Corte di giustizia europea sono immediatamente vincolanti per lo Stato membro interessato ma la Commissione ritiene che l’Ungheria non abbia adottato le misure necessarie per rispettare la sentenza, “nonostante i ripetuti inviti della Commissione”.

L’invio della lettera costituisce il primo passo della procedura d’infrazione Ue basata sull’articolo 260 (2) del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea;  a questo punto il governo ungherese ha tempo fino al 18 aprile per dare spiegazioni esaurienti e la Commissione può rinviare la questione alla Corte e optare per delle sanzioni pecuniarie.
Una portavoce della missione UE dell’Ungheria ha detto che Budapest si conformerà alla sentenza e ha informato la Commissione che è pronta ad abrogare la legge contestata e sostituirla con una nuova.

Ungheria: la Corte Ue boccia la legge che ha fatto chiudere l'università di Soros

La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha  emesso la sentenza sulla legge ungherese che ha portato alla chiusura della prestigiosa Central European University di Budapest, costretta a spostarsi a Vienna. La Corte considera tale legge incompatibile con il diritto dell’Unione …

Tuttavia, secondo alcuni la mossa dell’UE arriva troppo tardi. “Non è mai troppo tardi per fare la cosa giusta e reagire legalmente quando le sentenze della Corte di giustizia europea vengono deliberatamente violate”, ha spiegato ad esempio Laurent Pech, professore di diritto europeo alla Middlesex University di Londra. “Tuttavia, abbiamo bisogno che la Commissione agisca più prontamente e in ogni singolo caso”.

Va avanti anche la procedura d’infrazione per la legge anti-migranti

In molti Paesi europei da tempo il primo ministro ungherese Viktor Orbán è considerato una minaccia per lo stato di diritto e molti politologi non esitano a definire il suo governo autoritario e antidemocratico, per via delle azioni che minano gli standard democratici sulla libertà dei tribunali, dei media, delle organizzazioni non governative e del mondo accademico. Una delle questioni più complesse a questo proposito è la legge ungherese sulla migrazione. Se Orbán è diventato famoso per aver fatto costruire dai detenuti un muro anti-migranti, la situazione è ulteriormente peggiorata nell’ultimo anno, al punto che Bruxelles aveva deciso in autunno di avanzare una procedura d’infrazione proprio per la legislazione nazionale sul diritto d’asilo adottata durante la pandemia che preclude ai cittadini extra-comunitari che si trovano sul territorio ungherese, compresa la frontiera, di presentare domanda di protezione internazionale. In quel caso, la Commissione il 30 ottobre 2020 aveva inviato una lettera di messa in mora all’Ungheria in merito alla nuova legislazione ma la risposta fornita dalle autorità ungheresi non è stata ritenuta convincente; per questo oggi Commissione ha deciso  di inviare un parere motivato all’Ungheria. È il secondo stadio della procedura d’infrazione.

Lo stato di diritto scricchiola anche in Polonia

Nel frattempo anche a Varsavia le cose non vanno bene. La Polonia è stata aggiunta nella lista di paesi che hanno visto un recente e rapido declino delle libertà civili fondamentali secondo il CIVICUS Monitor, una piattaforma online che tiene traccia degli ultimi sviluppi delle libertà civili, comprese le libertà di espressione, associazione e riunione pacifica, in 196 paesi. Nel paese si è vista una crescente repressione nei confronti dei manifestanti che si oppongono alla legge sull’aborto più restrittiva di tutta Europa.
Sempre oggi i membri dell’Intergruppo LGBTI al Parlamento europeo hanno preso ufficialmente posizione contro la recente assunzione delle funzioni di Tymoteusz Adam Zych  dell’organizzazione Ordo Iuris come membro polacco del Comitato Economico e Sociale europeo nel gruppo Diversity Europe. Perfettamente allineato alle politiche di Jarosław Kaczyński che da tempo è impegnato a “difendere i valori tradizionali polacchi e a proteggere le chiese ad ogni costo”, Ordo Iuris è un’organizzazione fondamentalista, strettamente legata alla coalizione di governo, che ha avuto un ruolo deciso nelle campagne contro i diritti civili e l’uguaglianza di genere in Polonia, contro l’aborto, in favore del ritiro della Polonia dalla Convenzione di Istanbul e delle “zone LGBTI free”.